Pere calaprice, frutti dimenticati

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Le pere calaprice sono dei piccoli frutti tondeggianti  e  per questo vengono chiamate anche pere mandolino.

Crescono nelle soleggiate terre di Puglia, specie nel nostro Salento, in Sardegna e persino nel sud della Francia.

I rami secchi e pungenti vengono utilizzati per farne siepi di recinzione, il fusto si usava anche per colorare i tessuti.

Le infiorescenze bianche, sono connotate  da sfumature rossastre più evidenti nei boccioli.

Il frutto, aspro e ricco di tannino richiede tempo e cura per sviluppare tutta la sua dolcezza.

Un vecchio proverbio infatti detta proprio così “col tempo e con la paglia maturano le nespole” e in questo caso, tempo, paglia e luoghi areati e bui compiono il miracolo della trasformazione del tannino in fruttosio.

Io ne avevo sempre sentito parlare sia da mio padre che da mia madre, la quale nei suoi lunghi anni, ha conosciuto i disagi della guerra e i sacrifici per crescere noi, le sue tre bimbe.

Poi, quando il benessere è arrivato, pur avendo la possibilità di gustare la frutta migliore, lei se ne usciva sempre con queste sue reminiscenze gustative.

Ieri ho avuto la gradita sorpresa di ricevere in dono un panierino di pere calaprice. Tonde, dalla buccia ruvida eppure lucente, e non vedevo l’ora di sentirne quel gusto tanto rimpianto da mia madre.

Nel ricomporle in un altro cestino e immortalarle con qualche foto mi sono capitate alcune perine mollicce. Quelle erano già pronte per la degustazione.

Dentro vi ho trovato una polpa, poca in verità, piuttosto granulosa e dolcissima e scura come la buccia di una castagna, ma se devo dirla tutta è stato il suo profumo che mi ha inebriata, conducendomi sulle ali della memoria ai vecchi ricordi di un tempo passato che mi incatena appassionatamente e non vuole lasciarmi mai più.

 

 

 

 

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5 thoughts on “Pere calaprice, frutti dimenticati

  1. Ricordo che da ragazzo, si andava sulla statale per Statte, e dietro l’antico acquedotto romano, sapevamo che potevamo trovare alberi di calaprici, e quando eravamo fortunati di trovarne ancora sull’albero, ne facevamo incetta. Le prime volte le assaggiavamo acerbe, pur sapendo che erano aspre , ma tant’è, le mangiavamo lo stesso, ma poi tutto il resto le mettevamo in un paniere fatto di canne con della paglia, e tutti i giorni si dava una sbirciata, per vedere se erano diventate marrò che per noi significava dolcezza e maturazione.
    Grazie Anna del bel ricordo di giuoventù, che mi hai fatto venire in mente.
    Per la cronaca ora dove nascevano le calaprice, ora c’è un mostro puzzolente, chiamato ILVA.

    • Pino grazie infinite per questi ricordi e anche il riferimento all’ILVA… uno stabilimento che mentre ci forniva lavoro pretendeva un tributo di Vite. Ah! quanto alla dolcezza delle pere calaprice, mio cugino ieri sera ha tirato fuori un termine che mi sono subito annotato… Nficatati, ovvero aspettare a mangiarli fino a quando diventavano dolci e morbidi come fichi!

  2. Cara Anna. Abbiamo letto il tuo scritto e lo riteniamo ricco di particolari. Per la mia personale esperienza di uomo di campagna, devo osservare che l’albero è il preferito da tutti gli uccelli per la costruzione del nido,specialmente dalle gazze. I rami particolarmente intricati e le molte spine offrono una sicura intelaiatura.
    Il ramo spinoso serviva ai contadini per impolverare le barbatelle.

  3. Grazie per le informazioni…l’altro giorno me ne hanno dato un paio ma non sapendo cosa fossero e soprattutto quando mangiarle, le ho assaggiate acerbe e buttate 😦 …sarà per la prossima volta.

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