Archivio | ottobre 2013

Racconti intorno al braciere

racconti intorno al braciere La notte tra l’uno e il due novembre sembra che i defunti uscissero in processione per le vie del paese e che, ad ogni crocevia celebrassero una cerimonia. Molte persone dicevano di aver visto questa processione e che addirittura una donna avesse assistito alla messa dei morti, che pare si svolgesse a mezzanotte . Avendo sentito suonare le campane della chiesa, si era recata a messa e lì, si era accorta, di non conoscere nessuno dei fedeli che stavano assistendo alla funzione. Una donna che in vita era stata la sua madrina, le disse di andarsene prima che il prete alzasse l’ Eucarestia, altrimenti sarebbe rimasta per sempre nel regno dei morti. La donna, spaventata, si precipitò fuori dalla chiesa e mentre le porte stavano per chiudersi, il suo mantello restò impigliato nella porta della chiesa alle sue spalle. Il mattino seguente raccontò a tutti ciò che le era accaduto; alcuni, credendo che avesse sognato, andarono in chiesa dove, effettivamente, trovarono un lembo del mantello ancora impigliato nella porta.

La marmellata d’uva e altre provviste.

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Nel cuore della stagione estiva le massaie dei nostri paese facevano come le formiche.
Pensavano sempre ad accumulare provviste per l’inverno che veniva.
Ora però le stagioni sono cambiate, e l’inverno non è più tanto INVERNO,
e l’estate non è più tanto ESTATE, come ce le ricordiamo noi; io e quelli della mia generazione.
Se c’era abbondanza d’uva si prepara la marmellata, che, chissà poi perché, si chiamava Mustarda.
Erano ammirevoli le nostre mamma e mai stanche, mai si lamentavano per tutte le faccende che le assorbivano a tempo pieno, in ogni tempo, in ogni stagione.
Quando mia madre vedeva che l’uva fresca, raccolta da appena un paio di giorni cominciava a deteriorarsi, a guastarsi, ad attirare i moscerini, non ci pensava due volte, ne faceva marmellata, oppure la spremeva col metodo che solo lei conosceva e ne faceva un vino da consumare nei giorni di festa: la cosiddetta “lacrima”.
Quando ci capitava di ricevere dell’uva del tipo Italia o Moscato, con quegli acini golosi, grossi e succosi, mia madre non aveva il minimo dubbio; e mi pare di sentirla dire, ancora oggi: “Anna, no ti mancià la megghju megghju ca ti questa n’ama ffa nnu picca sotta spirdu”
E i fichi secchi accoppiati con le mandorle. E i vasetti di capperi sotto sale, e le melanzane sott’olio di cui andavo ghiotta…
Ora invece, se l’uva non consumata comincia a far volare qualche moscerino e qualche acino tende a guastarsi, non ci pensiamo due volte, la prendiamo e la scaraventiamo nel sacchetto della spazzatura:
in quello dove si raccoglie l’umido.
Eh! Sì. Le regole del nostro tempo sono queste e, a volte,non senza sforzo e pur di disfarci delle cose
” Inutili”, le osserviamo, eccome!

modi di dire

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Quando il marito debosciato rientrava a casa e chiedeva alla moglie, ” cè si mancia osci?” (cosa si pranza oggi?”
la moglie indispettita gli rispondeva
“spini ti rizzi e àncre ti cavùri” ( spine di ricci e chele di granchi)

Il che non lasciava presagire nulla di buono…perché i ricci, quelli di mare erano vuoti e quindi restavano solo le spine, le chele di granchio, sono secche e prive di polpa, quindi…

A buon intenditor, poche parole…

Li patedde ( le lumache)

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Li Patedde

Quann’era tiempu ti statu e si ni vineva nna burrasca d’acqua a prima matina, cu trueni e llampi e acqua a trem’la terra, li mariti uatti uatti s’azavunu, si vistevunu totta nna vota e sin’assevunu ti casa.
Li mugghjeri, cu lli uecchi ancora ti suennu, minavunu la manu allu postu ddo sta ddurmevunu li mariti e s’adduvavunu ca nonci stavunu….
Ma no ssi pigghjavunu nisciuna paura.
Tra lla capu loru pinsavunu subbitu” ha sciutu certu alli patedde”!
E ccussì era.
Sobbr’alla strata ti Tarantu , stè tanta ti quera terra scersa, ca no appartene a nisciunu e tutti putevunu sce a farsi nna minestra ti fogghj mmischj, a sce ccogghjri cuzzieddi, e sce acchià patedde quannu chiuveva.

Ci t’acchjavi passannu pi sce a Tarantu li vitivi, (e puru oscj vonu ancora) a cci stava a nna vanna, a cci stava a n’otra, ci stava cchiu retu, ci stava chiu nnanti. A me mi parevunu comu li cercatori d’oru, cu lla capu gghijcata sobbra lla terra, a vitè ddo sta pasculavunu li patedde.

Friggitelli di fine estate…

friggitelli

Da qualche tempo non passa giorno che non mi regalino dei friggitelli appena raccolti.
Io accetto sempre, forte del proverbio che dice ” Chi non accetta non merita” Ed io accetto sempre, e ringrazio di cuore per i tanti piccoli/grandi gesti di affetto e di stima che mi riservano i miei amici ed i miei vicini.
Attualmente ho una bella scorta di peperoni, quelli piccoli, lunghi, sottili:
il guaio è che non so davvero come chiamarli: chi li chiama “cornoletti”, chi li chiama “friggitelli” e chi invece “sardellini” per via della loro dimensione che li avvicina vagamente alla forma delle acciughine e delle sarde.
Un giorno li ho fritti dopo averli lavati e, credendo che fossero anche asciutti, li ho messi nella padella con l’olio caldo e …ahimè, è saltato l’olio a causa della presenza d’acqua sulla loro turgida polpa.
Ma ora mi sono fatta furba, li preparo al forno e vengono una meraviglia.

Li lavo, sempre, li dispongo nella teglia, vi aggiungo una cipolla affettata, dei pomodori affettati, una bella manciata di foglie di basilico, un pizzico di sale, formaggio, pangrattato e olio.
E metto nel forno caldo per una buona mezz’ora. Il profumo è tale che talvolta mi bussa la vicina e mi chiede” ma cosa stai preparando di cosi buono??? L’odore che viene fuori, esce da casa tua ed entra in casa mia!!!!”
Eppure di cosa si tratta? Si tratta di poveri, semplici, economici, saporitissimi peperoncini al forno!
Provare per credere!

Modi di dire della parlata sangiorgese: minacce

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Dal libro L’Oro del tempo, Barbieri editore, Manduria- Ta

Ti fazzu nuevu nuevu !
Ti faccio nuovo- ti cambio i connotati

Ti cconzu pi li feste !
Ti concio per le feste

Ti fazzu pigghia’ lu trièmulu !
Ti faccio prendere la tremarella

Ti stè fete lu campa’ ?
Ti puzza il vivere?

Ti fazzu a gnora morte !
Ti faccio nero come la morte

T’agghia ggiusta’ l’osse !
Ti aggiusto le ossa

T’agghia spizza’ li jammi !
Ti spezzo le gambe

Strazza pane e mmancia ci tieni fame !
Se hai fame mangia pane

Mo fazzu lu tiavulu a quattru !
Ora faccio il diavolo a quattro

Mi stè llievi li mazzati ti ‘ntra lli mani!
Mi stai togliendo le botte da dentro le mani

T’agghja da’ nu mašcone !
Ti devo dare uno schiaffone

T’agghja da’ na stampata !
Ti devo dare un calcio

Mo ti cònfiu li uecchi !
Ora ti gonfio gli occhi

Mitt’abbatu a comu parli!
Stai attento a come parli

Ti fazzu pigghia’ la saetta!
Ti faccio prendere la saetta

L’albero delle giuggiole

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Amici, l’alberello di Giuggiole che cresce nel mio quadrato di terra che mi ostino a chiamare “Giardino” ha maturato i suoi frutti. Mio Marito non vede l’ora di raccoglierle e mi consiglia di preparare con questi strani frutti grandi quanto nocciole, un buon liquore da centellinare nelle sere d’inverno, che, pare si stia avvicinando a grandi passi…data la temperatura di questi giorni…Ebbene sì, sono pronta per preparare il liquore.
Su Google ormai si trova di tutto ed ho trovato questa ricetta semplice semplice.

Gli ingredienti sono:
500 gr di giuggiole mature ma ben sode
450 ml di alcool a 95°

450 ml. di acqua

200 gr di zucchero
la buccia di un limone
1/4 di bacca di vaniglia

In un vaso a chiusura ermetica, inserite le giuggiole dopo averle ben strofinate (e non lavate). Versateci sopra l’alcool, la buccia del limone ed il pezzetto di bacca di vaniglia. Per ultimo aggiungete lo zucchero. Chiudete il vaso, date una bella mescolata e ponetelo al sole per 20 giorni. Ricordatevi di dare una mescolata ogni tanto per facilitare lo scioglimento dello zucchero.
Trascorso il tempo necessario, filtrate il liquore e travasatelo in una bella bottiglia assieme alle giuggiole stesse.

Tempo di melograni

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Amici, nel darvi il mio saluto del Buon Mattino, vi regalo una preghiera raccolta dalla tremante voce della signora Margherita, ultranovantenne: la preghiera, del tipo Giaculatoria, ossia preghiera breve, si recitava la sera quando si andava a letto:

San Frangiscu, munachicchiu ti Cristu,/
pigghjti l’anima mea, mo ci ddurmèscu/
iu ti la do a te e tu la dè a Cristu/
cussi lu smaledettu rimane tristu./

Oggi, 4 Ottobre, l’antico proverbio raccomandava e suggeriva la raccolta dei melograni, infatti detta così” Di San Frangiscu, li sète allu canistru”
perché, nei primi di Ottobre pare, che questi succosi frutti siano giunti a maturazione. Negli ultimi giorni infatti i melograni dell’albero del mio vicino, che pendono abbondantemente oltre il muro del mio giardino, pare che si siano spalmati abbondanti pennellate di fard…rosso acceso. La colorazione della buccia, però si verifica solo dalla parte del frutto che è maggiormente esposta ai raggi solari.

addò ppenne rrenne..

Io intanto me li sto godendo con gli occhi, poi, chiesto gentilmente il permesso al mio vicino, con religioso e goloso interesse ne raccoglierò qualcuno da tenere esposto sul tavolo del tinello.

tempo di vendemmia

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Il tempo di vendemmia nel Salento, terra baciata con generosità dal sole, si protrae fino ad ottobre inoltrato.
Si parte al mattino presto per raggiungere i poderi coltivati a vigneti, chi col trattore, chi con le tine, chi col secchio e la fedele cesoia.
Le donne escono da casa ben coperte perché la mattina alle 5, le 6, l’aria è talmente fresca che bisogna proteggersi per affrontare la strada e quando si arriva nell’appezzamento di terra, le dita sono ancora addormentate…e anche le membra, obbligate a destarsi in modo quasi traumatico.
Le donne raccolgono i loro capelli in ampi fazzoletti annodati sotto il mento o annodati dietro la nuca.
Il padrone dà disposizioni su come si debbano sistemare tra i filari…lui ben conosce il filare meno produttivo, quello che ,invece, porta molto frutto. Abilmente dispone le donne meno svelte nei filari meno carichi d’uva, perché alla fine, quando si esce dall’altra parte del vigneto, si porta a termine cioè, il taglio di tutto il filare, le donne devono essere tutte compattate. Si riprende cioè tutte insieme a tagliare l’uva del successivo pezzo di terra, e i conseguenti filari.
Le donne che si ‘RRENNUNU RéTU” ( cioè, che restano indietro) sono fatte segno di frecciatine e battute da parte delle altre operarie, e da parte degli uomini che devono svuotare i secchi nelle tinelle. Non so se mi riesco a spiegare. L’addetto a svuotare i secchi,( lu cuf’natore) non può andare a cercare la donna ritardataria per svuotare il suo secchio…è tutta una questione di coordinamento, tutto si svolge con celerità, perché il podere è vasto, l’uva da tagliare è tanta e le ore trascorrono veloci, la resa del lavoro diventa meno vantaggiosa per il datore di lavoro.
Col passare delle ore si sente la carezza del sole che diventa più aggressiva: si suda, fa caldo, si ha sete, ci si vorrebbe lavare le mani perché sono intrise di succo d’uva, zuccherino e arrossante. Specie se si tratta di Primitivo. Se nel mezzo del terreno c’è un pozzo, quasi sempre e in tutti i poderi c’è, ci si ferma a lavarsi un po’ le mani, a lavare qualche grappolino che è piaciuto, e che si è serbato nelle tasche fino a quando sarà possibile gustarlo. Ci si libera di qualche indumento di troppo, si lascia vicino al pozzo o nella “Torre” una piccola costruzione di pochi metri quadrati, presente in quasi tutti i terreni coltivati a frutto. Nel frattempo La Via Nova, la strada statale che conduce nei paesi si popola di trattori, ieri si popolava di traini, che trasportano l’uva nelle Cantine sociali, o nei “paramienti” (palmenti familiari, privati), affinché il secondo ciclo della produzione del Vino…abbia seguito, con tutto l’amore e l’attenzione, e la competenza che gli agricoltori riservano alla produzione del nettare degli Dei.