Archivio | settembre 2016

Uva al rum

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Amici, era consuetudine nella mia famiglia di origine conservare un po’ della bella e saporita uva da tavola sia sotto Alcool a 90°. oppure al rum Sanmarzano, oppure coperta da ottimo e profumato Anice. Volendola conservare anche voi, tagliate gli acini avendo cura di lasciare un po’ del picciuolo, passare ogni acino con un panno pulito e sistemarli in un vaso di vetro, perfettamente asciutto.20160929_153143

Completata la disposizione dei chicchi nel vasetto di vetro copriteli con il liquore che più      vi piace.

Sarà un ottimo fine pasto nelle sere invernali e da offrire a qualche amico  che  viene a farvi visita da paesi lontani, dove, purtroppo per loro, non sono conosciute queste semplici e gustose conserve delle nostre nonne.

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Questa voce è stata pubblicata il settembre 30, 2016, in varie. 3 commenti

Marmellata di uva Italia

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E’ tempo di uva, Uva Italia, Uva Regina, Uva Bicchierri, Uva Baresana, uva Bianca uva rossa uva dorata…ma di qualsiasi qualità di uva voi vi trovaste in casa e la vedete un pò  perdere della sua lucentezza…non vi resta altro che farne marmellata.

Questo inverno infatti è d’uopo preparare dei dolcetti farciti per la gioia di grandi e piccini.

La marmellata di uva non è mai mancata nelle nostre case pugliesi, perchè l’uva (e il vino) come l’olio di Oliva, è una eccellenza del nostro territorio.

Mia Madre, appena vedeva girare qualche moscerino attorno all’uva che avevamo in abbondanza, giungeva sempre a quella conclusione, ” ne faremo dell’ottima mostarda”.

Ed io che mi sono messa da qualche anno sulle sue tracce, ho deciso di fare della marmellata di uva per la prima volta in vita mia.

Il risultato è stato più che soddisfacente.

Ingredienti: 1 kg. di uva bianca con gli acini grossi

300 grammi di zucchero grezzo, di canna

1 Mela.

Dopo aver lavato bene l’uva, staccate gli acini dal grappolo, passate i chicchi in una scodella.

A mondatura ultimata, tagliate gli acini a metà con un buon coltello affilato e asportate tutti i noccioli.

Terminata questa operazione affettate una mela molto sottilmente e aggiungetela ai chicchi, versatevi anche lo zucchero.

Mettete il tutto in una pentola, schiacciate col cucchiaio di legno l’uva spremendo un pò del  suo succo.e lasciate il tutto sul fornello a fuoco basso per una buona mezz’ora.

Sorvegliate di tanto in tanto, e girate l’uva spesso; vedrete che verrà fuori del liquido sciropposo che pian piano dovrà consumarsi.

Finchè c’è del liquido potete anche allontanarvi e rispondere a qualche messaggio di

WhatsApp 😉 ma quando il succo si sarà ristretto dovrete girare continuamente la massa dolcissima per evitare che si attacchi sul fonde del tegame.

Vedrete che l’uva ha assunto un colore ambrato…vi verrà voglia di mangiarla subito. Invece NO! La dovrete conservare nei vasetti di vetro per i magnifici dolcetti di natale.

 

 

 

Il fascino di una lettera nel tempo di Internet

 

Cara Anna,

consumati gli ozi agostani si torna coi piedi per terra. Nei giorni afosi ho passato un bel po’ di tempo a rileggere quanto di meraviglioso ha prodotto il tuo blog nei momenti migliori del suo arco di vita.

Splendide e irripetibili pagine del tempo antico con rievocazioni, anche fotografiche, di usanze del mondo semplice e altamente umano in cui abbiamo avuto la fortuna di vivere infanzia e adolescenza.

Belle paginette su quella “romantica” istituzione del vecchio carcere, dei suoi  umili e  “buoni” abituè, sulle tagghiate, la maternità con fasce e pupieddu annessi, la vendemmia, lu massarieddu, i matrimoni, i panarieddi con prodotti appena colti della nostra terra e piatti di una cucina tanto frugale quanto toccante al solo ricordo.

E l’aver riportato in vita persone umili e sfortunate che caratterizzarono un’epoca (ricordo tra gli altri Cocoì, Unì Unà, Fazza Diu, Ciccillo De Quarto ecc.) rendendo loro tardiva giustizia con i tuoi ricordi pieni di tenerezza e umanità.

Spero tanto in una rinascita in grande del blog al quale anch’io mi sono appassionato con qualche modesto contributo scavando nei meandri della memoria e spero moltissimo nel recupero dei frequentatori che invece hanno dato moltissimo (memorabile la mula di Mino!); mi riferisco, oltre a Mino, ai vari e bravissimi Gemmellaro, Pantile, Mariella Broggi, Sansone, Gaetano Vizzarro, Angelo Quaranta, Dora Forino e tanti altri apparsi con calzanti e gustosi passaggi.

Sarebbe un vero peccato se un patrimonio così prezioso emerso dal cuore e dalla mente di tanti appassionati finirà nel nulla.

L’auspicio è che ciò non accada e mi auguro che tu possa un giorno trovare tempo e voglia di raccogliere tanto materiale in un fascicoletto da diramare in via telematica ai tuoi “discepoli” ai quali ovviamente mi aggrego.

Facile consigliare agli altri di lavorare ma so che per te più che un lavoro è un’esigenza del cuore e un giorno forse lo farai!

Con la stima e l’affetto di sempre auguro a te e ai tuoi cari un felice e sereno settembre che poi è la parte più bella dell’estate!

Gino Bisignano

Ricordi di scuola

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Da qualche giorno è iniziato l’anno scolastico 2016/2017.e una di queste fotografie pubblicate risale nientedimeno che a 50 anni fa!

Quanti ricordi per noi che abbiamo qualche anno in più e abbiamo vissuto la scuola come una festa, come un appuntamento ineludibile.Come un impegno e un dovere da assolvere con entusiasmo e una carica di energia che nessuna merendina reclamizzata in TV poteva darci.

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L’edificio scolastico, sorto nella periferia del paese, ancora verdeggiante di uliveti, era visto da noi bambini come un castello dalle ampie e soleggiate Stanze (aule), investite dal sole dalla mattina alla sera. Noi che uscivamo dalle brutture della guerra aspettavamo con ansia l’ora in cui si lasciava il calore della famiglia per andare incontro al calore di quelle mura e all’accoglienza affabile delle insegnanti e alla burbera ma affettuosa voce dei maestri, noti per la loro fermezza e la loro severità durante le ore di scuola…

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L’Edificio scolastico “ Maria Pia di Savoia” sorge in via IV Novembre. La sua edificazione risale al 1934, anno di nascita della principessa Maria Pia, figlia maggiore dell’ultimo Re

d’ Italia, Umberto II e di Maria Josè.

Nei due piani superiori una accanto all’altra vi erano le aule sulle cui pareti, come quadri preziosi, erano attaccate le cartine geografiche dell’Italia, tabelline pitagoriche, cartine della nostra Regione, l’immancabile Crocifisso, la lavagna di ardesia, la cattedra… trono su cui sedeva il MAESTRO.

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Nella cartella di cartone serbavamo qualche fico secco,qualche giuggiola, qualche carruba oppure, nel migliore dei casi, qualche mentina comprata da Peppino, un anziano che si metteva davanti alla scuola col suo trabiccolo pieno di deliziose mercanzie.

Le prime ore di lezioni erano dure assai da superare, specie per chi era duro di comprendonio, specie se qualcuno era svogliato, affamato e stanco.

Ma c’era un momento tanto atteso da tutti quei bambini scalcagnati, che portavano a volte scarpe più grandi di loro, calzoncini corti e calze rotte.

I bambini del dopoguerra conoscevano bene cosa fosse la fame.

E…quando suonava la campanella della refezione, alla fine delle lezioni, si sentivano tutti invitati a nozze.

Che festa, che corse giù per le scale che conducevano nelle sale della refezione.

Che odori si spandevano per l’aria, che sapore avevano quelle minestre!

Nessuno che dicesse mai, come fanno oggi spesso i nostri bambini, respingendo il piatto, “Non ne voglio, non mi và”. La fame, l’appetito, la minestra pronta e calda era come una manna benedetta preparata dalle valenti bidelle, dolci e tenere come madri.

Qualche settimana fa  ci ha lasciato una delle bidelle “storiche” del nostro paese, si chiamava Antonietta  ma tutti la chiamavamo “Ninetta”, a lei desidero dedicare questa pagina, baciandole quelle mani consunte di grande lavoratrice che ha visto sfilare davanti a sè centinaia di bambini del mio amato paese, San Giorgio Jonico.

Riso, patate e cozze

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In una foto straordinaria dell’amica Angela Romano (che ringrazio)…. si può indovinare e gustare con gli occhi uno dei piatti più famosi e rappresentativi della cucina tarantina: riso , patate e cozze.

Non c’è stata famiglia, nel passato e nel presente. che non lo prepari per la famiglia  per offrire un piatto Caratteristico della nostra bella Taranto.

Oggi, tempo di Fast food, è raro che le donne si mettano a preparare piatti di questa impegnativa preparazione, le donne, andiamo sempre troppo di fretta e preferiamo portare in tavola piatti che si preparano velocemente.

Però. se qualche navigante si trovasse a passare da queste parti, vorrei offrirgli una ricetta favolosa e con garanzia di successo:

Prendete circa 300 grammi di riso Originario, quello adatto per Minestre, un bel ciuffo di prezzemolo sminuzzato, due spicchi di aglio, un Kg. di cozze nere, (Mitili) tre belle patate medie e pomodori ciliegino quanti ne servono. Formaggio e pan grattato sottile.Olio extravergine di oliva

In una teglia mettete uno strato di patate affettate non molto spesse.

metteteci uno spicchio di aglio sminuzzato e del prezzemolo, disponetevi uno strato di pomodori, salate leggermente.

Fate un secondo strato di cozze, aperte già a metà, successivamente versateci una parte del riso.Vedrete che i chicchi del riso andranno a riempire anche i gusci delle cozze con il loro dolce frutto. Cospargete di formaggio.

Continuate così fino a terminare gli ingredienti.

Sull’ultimo strato versate una spolverata di pangrattato e dell’altro formaggio.

Aggiungete acqua, fino a metà dell’altezza della teglia e olio, non siate parsimoniosi con l’olio di oliva.

la cucina pugliese gode di gran fama proprio perchè si avvale di olio extravergine, prodotto dai nostri secolari ulivi e la loro molitura avviene in frantoi industriali e familiari.

Cuocete con teglia coperta di carta d’alluminio.

A metà cottura se il riso non si è cotto aggiungetevi dell’altra acqua.

Scoprite la teglia e continuate la cottura fino alla formazione di una bella crosticina dorata.

Questa voce è stata pubblicata il settembre 15, 2016, in varie. 2 commenti

Ecce crucem Domini

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La tradizione popolare tramanda che Sant’Antonio diede una preghiera ad una povera donna che cercava aiuto contro le tentazioni del demonio.
Sisto V, papa francescano, ha fatto scolpire la preghiera – detta anche motto di Sant’Antonio – alla base dell’obelisco fatto da lui erigere in Piazza San Pietro a Roma. Eccola nell’originale latino:

Ecce Crucem Domini!
Fugite partes adversae!
Vicit Leo de tribu Juda,
Radix David! Alleluia!

tradotto

Ecco la Croce del Signore!
Fuggite forze nemiche!
Ha vinto il Leone di Giuda,
La radice di Davide! Alleluia!

Questa breve preghiera ha tutto il sapore di un piccolo esorcismo. Anche noi possiamo usarla – in latino o in italiano – per aiutarci a superare le tentazioni che si presentano.

E’ già settembre

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Cosa rimane dell’Estate che finisce.
se non un pugno di sabbia e qualche conchiglia…

da portarti a casa come souvenir.

Invano le porterai all’orecchio,

non ti riporteranno la voce del tuo mare..

saranno mute icone

a ravvisarti l’adorata immagine,

la sua ira schiumosa

il suo moto mai pago,

mai vinto,

il suo odore conturbante,

il suo azzurro setoso

che avresti voluto indossare

per sempre

sulla tua pelle

che senza le sue carezze

avvizzisce

di giorno in giorno,

di ora in ora,

di sogno in sogno.

Domani è già Settembre

e si ritorna a casa

con uno strano rimpianto nelle vene,

con qualche giglio raccolto sulle dune

e le valigie colme di conchiglie.