Archivio | aprile 2013

due foto per i miei amici

 Zio Antonio Chiloiro soldatoun giro in bicicletta

Per Concepita, desidero pubblicare questa mia rovinatissima foto scattata in Via Castriota, all’altezza della casa di Sansone il fruttivendolo, Lei saprà riconoscere quelle persone che affabilmente parlano “sobbr’alla porta di casa”, come usava fare tra buoni vicini. per Mino desidero mettere la foto di suo padre, mio zio Antonio che la nonna aveva in casa e che tanto mi affascinava…per quella bella persona che era Zi’Antonio e per quella scritta RICORDO DI SACILE che a distanza di mezzo secolo ricordo ancora.

Annunci

sapori e saperi

catalogna di primavera

catalogna e fave fresche
un'accoppiata vincente

un sapore antico

Finalmente oggi mi sono decisa a rientrare nel blog con qualche cosa di veramente antico, un sapore di quelli che non se ne gustano più; le fave e la catalogna bollite insieme, e condite con profumatissimo aglio bianco e con tanto olio extravergine di frantoio da intingere e mangiare tanto di quel pane di grano che è la fine del mondo.
la Cicoria in questo periodo dell’anno è simile agli asparagi, ai preziosi asparagi, solo che è un po’ più amarognola e la possono gustare solo che è affezionato ai sapori semplici di una volta. ( come non ricordare l’antico detto ” cosa amara/tiènila cara”) Pulendo la cicoria mi sono fatta le unghie e le dita nere per via di tutto il ferro e le altre sostanze che questa verdura contiene, anche il contatto con l’interno del baccello delle fave “tinge” maledettamente…e, lo confesso, la cosa mi da un po’ di fastidio, però il sapore di questo semplice piatto, indicato magari per una buona cenetta, è davvero irrinunciabile!
Provare per credere!

Lu tuppu e Il Cappello

Corteo nuziale al NordLu tuppu!

Amici, ho ricevuto dal Nostro Ferruccio Gemmellaro, a proposito di cortei nuziali, un suggestivo corteo nuziale della zona del veneziano: Un bel corteo ordinato dove le donne portano il Cappello come lo portava Anna Magnani. La foto è certamente del periodo anni 20/30 e/o qualche decennio più in là!

Ne sono scaturite delle considerazioni sul fatto che da noi al Sud “portare il cappello” significava l’appartenenza ad uno stato sociale di classe elevata.
Pochi lo portavano anche se solo per l’occasione festosa. Mi ha fatto venire alla mente quei film straordinari di Rossellini e De Sica, e di Pietro Germi…bello e emozionante il ricordo della grande Anna Magnani.
Non solo al Sud, prima della rivoluzione etica sorta a seguito del Sessantotto, sussisteva una specifica regola per cui agli ufficiali delle Forze Armate, in certa misura anche ai sottufficiali, era inibito accompagnarsi con “signore senza cappello”.

Quando poi il militare intendeva andare a nozze, occorreva che ne chiedesse l’autorizzazione al ministero che inviava i carabinieri a indagare sulla donna. Tra le tante informazioni, finanche sulla moralità e tendenza politica dei parenti, che ricavavano dal parroco e dai vicini, c’era pure se indossassero il cappello o no fuori casa.
Ma è con grande piacere che oltre alla foto del corteo che gentilmente mi ha passato l’amico Ferruccio desidero deliziare i vostri occhi con un meraviglioso Tuppo, ovvero quella antica pettinatura che ancora portano alcune donne del sud, intrecciando i capelli prima a due trecce e poi arrotolandole intorno alla nuca e fermato da alcune forcine di ferro essendo in disuso quelle di osso di tartaruga che usavano le nostre mamme!

Il fotografo ambulante

foto con canele tre sorellineil fotografo ambulante

Cari amici, a seguito della bella email ricevuta dall’amico Gino, sono riuscita a rintracciare due foto d’epoca, quella leggendaria epoca dei nostri ricordi e di tempi che sapevano di fortuna e di felicità, quando per le strade assolate e ‘dda nn’anti, (fuori la porta) passava il fotografo ambulante. Ecco la bella e intrigante lettera di Gino.

Fotografo ambulante

Cara Anna, in tema di foto storiche e dando fondo al deposito dei ricordi (raschiando il fondo del barile) mi sembra giusto ricordare una tipica figura di lavoratore ambulante (da marciapiede!) da associare all’ombrellaio, allo ‘conzacraste, all’arrotino ecc. Parlo del fotografo ambulate che nella controra, quando le donne erano intente a “mozzicare fave” o a ricamare all’aperto, si piazzava all’ombra con la sua attrezzatura spartana offrendo la possibilità di eseguire fotografie (li litratti). Generalmente si fotografano bambini o gruppi per foto da mandare ai congiunti lontani per lavoro.
Il tutto avveniva in strada perchè era sconveniente far entrare in casa un estraneo!
Il buon fotografo, a volta un vero artista nel ramo, componeva il soggetto e poi con la testa infilata sotto un panno nero procedeva a ritrarre. Collaborava all’opera una delle donne interessate prestando al fotografo un catino pieno d’acqua in cui venivano immersi i negativi per alcuni minuti.
Il risultato era pronto per la consegna dietro modesto compenso. Ne uscivano veri capolavori che oggi si trovano sparsi ai quattro venti, raccolti in vecchie cornici o in polverosi cassetti.
Nessuno al tempo disponeva di macchina fotografica e quindi quelle belle foto in bianco e nero raffigurano persone e scorci di paese trasformati dal tempo. Prima o poi si dovrà riportare alla luce questo patrimonio documentale irripetibile o attraverso mostre o attraverso pubblicazioni di raccolte.
Già questo impagabile blog ci offre l’opportunità di una parete immaginaria su cui affiggere tante di quelle preziose fotografie. Anna è già partita proponendoci una serie di foto e ritratti con un percorso che può portare lontano

La festa patronale nei miei ricordi

la chiazza

Ai primi tepori del mese d’Aprile, si comincia a percepire nell’aria l’atmosfera di festa.
La festa per eccellenza. La festa del santo patrono San Giorgio. A questo valoroso santo infatti i sangiorgesi, hanno sempre riservato un culto intriso di grande devozione e sacro rispetto.
Di gente semplice era costituita la popolazione sangiorgese fino agli anni 50/60, ( il nome Giorgio, che deriva dal greco, vuol dire appunto coltivatore della terra, contadino) gente laboriosa dedita al lavoro dei campi tra cui vi si trovava qualche raro e onesto commerciante, qualche artigiano, qualche professionista. Non mancavano notai, farmacisti, ragionieri, medici, professionisti specializzati nelle varie specializzazioni volte ad espletare pratiche di interesse pubblico. La classe docente, di venerata memoria, trasmetteva agli alunni, oltre che le nozioni del leggere e dello scrivere, anche i veri valori morali , sociali e religiosi che, in seguito hanno caratterizzato intere generazioni di sangiorgesi. La devozione al santo patrono era sacra. Quando passava la “Nota” ovvero la commissione dei festeggiamenti, per le vie del paese, la gente rispondeva con grande generosità, donando, come mi diceva mio nonno, buon’anima, il salario di un’intera giornata di lavoro per contribuire alla buona riuscita della festa. Tutti ci sentivamo “motivati”.

Tutti eravamo interessati. La festa era attesa da tutti: fanciulle, donne, uomini , bambini, giovani ed anziani pregustavano la gioia di questa festa, chi per un motivo, chi per un altro. Ma il motivo predominate era quello di far festa al patrono. Il motivo dominante era quello religioso.
I genitori di una volta, entrando nella Chiesa Madre, con i loro piccoli, li avvicinavano al santo, educandoli a fare la sua conoscenza. Additavano loro il santo, la lancia …il drago.. il mantello.
Fin da piccoli, entrando in chiesa, ci si soffermava davanti alla policroma statua del santo, di pregevole fattura, opera di maestri cartapestai di scuola leccese , che richiamava devoti e visitatori da ogni dove.

Le luminarie che addobbavano con miriadi di lampadine tutto “il Corso” (Corso Umberto) fino ad una buona parte della Vianova (via Lecce, via Roma,)e la piccola Piazza antistante la Chiesa Madre, erano uno spettacolo che affascinava i bambini e forniva agli adulti argomento di conversazione per diverse settimane.. Teli di broccato dal vivido colore rosso coprivano tutte le pareti libere della Chiesa. La pedana, dove veniva intronizzato il santo, era ricoperta dello stesso colore e bordato con frange e greche dorate. Il basamento ligneo che faceva da supporto all’effige del santo era ricoperto di fiori rossi, a simboleggiare il martirio, offerti da qualche devoto, il quale voleva sempre restare nell’anonimato.

Le Sante Messe, erano sempre sovraffollate. Specialmente quella alla quale seguiva la solenne processione del santo. Tutto il paese seguiva la processione. Nelle case restavano solo le donne più anziane, i vecchi, gli ammalati.

Tutti si assiepavano lungo il percorso della processione per vederla passare, potersi segnare col segno della croce: invocare la potente intercessione del santo.

Si preparavano cestini con petali di fiori da spargere al passaggio del Patrono, altri con diverse possibilità economiche, facevano sparare una sassaiola di fuochi d’artificio, allorquando la statua di San Giorgio giungeva all’altezza della propria abitazione. Terminata la processione, il cui percorso è rimasto immutato, si rientrava nelle case, si faceva festa, una festa più familiare: un buon ragù di carne, qualche polpetta in più, le noccioline comprate sulle “bancarelle” degli ambulanti che giravano di festa in festa, per vendere le loro prelibate mercanzie: torrone, cupèta, mandorle , noci, lupini, pastiddj: e ancora palloni, palloncini, cinture, orologi, occhiali, organetti a bocca, cappelli, borsette, soprammobili e oggetti fra i più svariati. L’opera lirica, suonata sulla grande cassa armonica, situata in Piazza Margherita, oggi Piazza San Giorgio, era attesa e gustata dagli appassionati della Musica e costituiva il momento clou della festa a pari merito con i fuochi d’artificio. Il Passeggio lungo il Corso e lungo tutte le strade illuminate a festa, ai lati delle quali si disponevano le “bancarelle” continuava fino alla mezzanotte, momento in cui ci si portava sobbr’allu monte. Ovvero in una zona più aperta e meno abitata, per godere dello straordinario spettacolo dei fuochi pirotecnici, che tenevano con lo sguardo fisso verso il cielo tutti coloro, i più irriducibili, che si erano goduti la festa fino a tarda ora. Giovani ,provenienti da tutti i paesi vicini e persino dalla “lontana” Taranto, venivano alla festa per adocchiare qualche bella fanciulla del luogo e magari farle la “dichiarazione” dopo debito e lungo corteggiamento, come si usava fare una volta.
Oggi, molte cose che qui vi ho descritto, sono state totalmente stravolte, dimenticate, accantonate come abiti smessi. C’è voglia di nuovo. C’è in molti la voglia di rinnovarsi, ma in molti persiste la nostalgia del passato. Di quel tempo cioè, quando ci sentivamo tutti degnamente rappresentati dal cavaliere di Lydda , e trovavamo protezione sotto la gloriosa egida del suo mantello rosso.

Annina la burraska!

Annina la burraska!

EBBENE SI’ ho trovato alcune foto di Annina La burraska!!
una di quelle pepite d’oro di cui mi sto appassionatamente interessando negli ultimi tempi!
La fotografia ci porta alla memoria anche il vetusto Oratorio, da alcuni anni restaurato e riconsegnato alla fruizione dei fedeli.

Un popolo e il suo santo

poi sono passata sull'Agnini...

IL SANTO PATRONO /Le ragioni di una devozione

Proviamo a descrivere la radicata devozione del popolo sangiorgese verso il cavaliere, martire e santo di cui porta il nome.

Nel ‘600 avvenne un passaggio obbligato, dal rito orientale bizantino a quello latino. Un passaggio che interessò anche la nostra chiesa, ma il Santo Cavaliere era invocato e venerato già da tutta la popolazione.

E finalmente, nel 1891, dopo una fervorosa richiesta del parroco di allora, Don Gaetano Fina, e controfirmata dal Sindaco Cosimo Parabita, la Sacra Congregazione dei Riti concede ufficialmente alla comunità dei fedeli il “Decreto di Patrocinio di San Giorgio”, il «megalomartire».

Ma il popolo sangiorgese, già da qualche secolo prima, riferisce di grazie, intercessioni e miracoli ricevuti dal suo Santo.

SAN GIORGIO Era pregato e invocato per scongiurare pestilenze, siccità, e nubifragi.

Al tempo del brigantaggio, invece, è legato un episodio che Vincenza Musardo Talò narra nella pubblicazione “San Giorgio Ionico: la festa patronale e l’antica devozione a San Giorgio martire”.
Si narra di un miracoloso intervento di San Giorgio nei confronti di alcuni travinieri, che di notte, tornando da Nardò con un carico di merci da vendere alla fiera della festa, vennero attaccati da una banda di briganti.

Messi però in fuga dalla visione del Santo Guerriero che vibrava in alto la sua spada sfolgorante.

Ai festeggiamenti religiosi, infatti, si aggiungeva lo svolgimento di una importante fiera agricola, dove si vendevano sementi, bestiame, attrezzi da lavoro, panieri, cesti, barili, scale e quant’altro.

Anche i crociati nel 1099, giunti davanti a Gerusalemme, ebbero la visione di San Giorgio vestito di una bianca armatura che impugnava una croce rossa e faceva loro cenno perché lo seguissero e conquistassero la città.

Essi allora si fecero coraggio, presero la città e sconfissero i saraceni musulmani.

Ma come avvenne il martirio di San Giorgio? E quando? Abbiamo notizie certe?

Di certo abbiamo solo le vicende del suo martirio, che avvenne sotto l’imperatore Diocleziano nel 303 dopo Cristo. San Giorgio, infatti, martire popolarissimo e famosissimo, per quanto riguarda il culto è poverissimo di riscontri e fondamenti storici.

Si narra nella legenda aurea che l’imperatore romano Diocleziano, per decidere le misure da prendere contro i cristiani, convocò un consiglio di 72 re

Si era saputo che Giorgio di Cappadocia, ufficiale delle milizie, distribuiva i suoi beni ai poveri e si professava pubblicamente cristiano.

All’invito dell’imperatore di sacrificare agli dei pagani, si rifiuta energicamente

Iniziano così le numerose e spettacolari scene del suo martirio.

Giorgio viene battuto, sospeso, lacerato e gettato nelle galere.

Qui ebbe la visione del Signore, che gli predice 7 anni di tormenti, 3 volte la morte e 3 volte la resurrezione.

Ma le torture alle quali Giorgio veniva sottoposto, operavano prodigiose conversioni.

Persino l’imperatrice Alessandra si converte e viene martirizzata

Giorgio risuscita 17 persone e le battezza

Benedice il veleno con il quale il mago Atanasio voleva ucciderlo, e ne annulla gli effetti.

Le sue gesta narrate nella legenda aurea da Jacopo da Varagine, intorno al 1260, ci riporta l’iconografia di un Santo circonfuso di Santità che sfiora la leggenda, consolidandone l’immensa fama di cui gode tutt’oggi.

È sempre avvincente la vicenda umana e cristiana di questo Santo, cavaliere e martire.

Forse nessun altro Santo ha riscosso tanta venerazione popolare quanto San Giorgio, e a testimonianza di ciò sono le innumerevoli Chiese, le città e gli stati che godono del suo alto patrocinio.

Quanto a noi, ci basti sapere che morì per decapitazione, nel 303 a Lidda, per non aver voluto sacrificare agli dei, per non aver voluto rinnegare Cristo.

E’ la storia del nostro paese San Giorgio Ionico, che, ancor prima di essere questa bella ridente e operosa cittadina, si chiamava San Giorgio sotto Taranto, provincia di Lecce

Soltanto nel 1923, dopo l’istituzione di Taranto a provincia, il regio decreto del 2 Settembre 1923 stabiliva il suo nome definitivo: San Giorgio Ionico, distinguendolo così da altri 22 comuni del regno d’Italia che portavano la stessa denominazione

Il nostro paese, secondo una denominazione greca, era un casale, e un antico documento ne riporta l’elenco nominativo di circa una sessantina di capofuochi

Cosa sono questi capofuochi?

Ogni famiglia aveva il suo focolare, quindi, ogni focolare rappresentava una famiglia, composta all’incirca da un minimo di 4 ad un massimo di 10 persone

Si, di dieci, dove per dieci si intendono nonni, genitori, figlie e figlie, giovani e piccoli, e non sempre la vita era facile per queste famiglie i cui componenti erano sottoposti a duri ed estenuanti turni di lavoro nei campi e nelle piantagioni di olive, sotto lo sguardo severo
dei “Padroni”

La popolazione che abitava questo antico feudo nacque dalla fusione di tre casali, quello di San Giorgio propriamente detto, il casale Belvedere, ed il casale Pasone

Il primo documento scritto, come si evince dalla pubblicazione «Comune di San Giorgio Ionico, Cronaca di un quinquennio», nei brevi cenni storici sul nostro comune, leggiamo:
il primo documento riguardante le origini del paese risale al 1173. Nella biblioteca dell’università di Messina vi è un pubblico testamento che attesta tra l’altro questo passo che ci interessa più da vicino:

“Lascio ad Andrea tutto quanto possiedo, dentro e fuori il castello di Taranto, ad eccezione della Chiesa di Santo Martire Giorgio.”

Le origini del nostro paese, però, sono molto più antiche, infatti nel 1900, sul colle Sant’Elia, fu rinvenuto un insediamento risalente all’età del ferro
E non solo! Si sono avuti altri ritrovamenti, presso la masseria feudo, una masseria che puoi ancora ammirare, percorrendo la via che da San Giorgio porta a Roccaforzata.

Lo sviluppo del borgo, comunque, si fa risalire al 10° secolo, quando a causa dei ripetuti saccheggiamenti da parte dei saraceni, alcuni profughi cristiani si stabilirono presso l’attuale Chiesa madre

…e nuove immigrazioni provenienti dalla vicina Albania, si insediarono nel piccolo feudo di San Giorgio, come anche nei paesi viciniori di San Marzano, Faggiano, Monteparano, dando vita ad una piccola albania tarantina.

La popolazione di San Giorgio inizia a crescere rapidamente, grazie a molti immigrati albanesi e a quelli abitanti provenienti dai casali Belvedere e Pasone.

Finalmente, nella seconda metà del 18° secolo con decreto di Ferdinando 4° che limitava i privilegi feudali, e ordinava di scorporare i latifondi, San Giorgio verrà suddiviso in 350 quote e così ebbe inizio la civiltà e la cultura contadina.
Cominciarono a formarsi così le prime famiglie libere dal vecchio retaggio feudale.

Con la coltivazione e gli scambi dei prodotti agricoli, che sarà alla base dello sviluppo economico del nostro paese.

Sarà questo per San Giorgio Jonico il preludio di una crescita civile ed economica, che continua fino ai nostri giorni, ormai inoltrata nella civiltà post-industriale.
( a questo proposito vi voglio raccontare un episodio che non tutti conoscono… )

C’era un latifondista che voleva suddividere i propri terreni in piccole particelle di pochi tomoli di terra, e andò dal notaio a legalizzare questa suddivisione. La terra in questione era situata tra Leporano e Pulsano, e la voleva suddividere in tomoli, ettari…quando però si trovò dal notaio questi gli disse…ma signore, chi vuole che si compri quella terra tutta pietre e sassi? E Quegli rispose: ci saranno pure trenta minchiarili che se la compreranno”
È inutile dirvi amici, che quella terra è ancora soprannominata con questo soprannome.

Dopo la prima e la seconda guerra mondiale, la popolazione sangiorgese fu impegnata a sanare le cicatrici economiche, sociali e familiari inferte alla nostra cittadina e ai suoi abitanti dal conflitto bellico.

Il paese, pur uscendo dalla catastrofe della guerra, cominciò a rialzare il capo, risorse l’agricoltura che era stata fino all’inizio del secolo precedente la maggiore fonte dell’economia locale e familiare, si aprirono i primi esercizi commerciali, si aprì il primo bar, di Aristodemo, poi quella specie di Bar, ma che ancora non aveva tutti i requisiti di un vero bar, di Rusaria la caffettèra, la quale era una donna che si industriava a vendere il caffè d’orzo e all’occorrenza ti preparava anche un paio di once di purga, a seconda delle esigenze del cliente… Rusaria, aveva tutta una serie di misurini, sapete? Di due once di un’oncia e mezza, di un’oncia…l’avventore, se così si può chiamare, andava da lei e chiedeva tranquillamente, “Rusariè, cce mi face do onze di purga”???
E lei, che era del mestiere faceva prima il caffè d’orzo, se lo teneva già pronto lo riscaldava sul fornellino a spirito e ruzzulannu ruzzulannu ti lu tava!
Rusarietta era nientedimeno che la zia di Minichella, che poi sposò il famoso Giuseppe Brogi da tutti nomato Broggio. Infatti il suo bar era comunemente chiamato Lu bar di Broggio!
Nel corso si cominciava a sentire il primo stuzzicante profumo della mortadella che vendeva Cataldino, il quale aveva la mortadella più rinomata di tutto il paese, nonché delle scansie dove erano messe in bella mostra una decina di forme di formaggio pecorino locale acquistate personalmente da lui presso Massaru Custantino, o alla masseria ti la Civitedda, vicina vicina, appena all’inizio di Carosino.

Mentre il paese si ingrandiva aumentavano anche i negozi di generi alimentari, in via Roccaforzata si è forse toccato il Guinnes dei primati di negozi alimentari. E, udite udite, c’erano nientedimeno che due sale cinematografiche, Quella di Piccinni e quella di Baldaro, le cui vestigia in preda all’abbandono più totale si possono ancora rintracciare in Via Lecce.
Ma quello che non tutti sanno e che anche nel palazzo De Siati, vicino alla Farmacia Calò c’è stato un cinema. Oggi, o è il caso di dire ieri, che abbiamo toccato nei decenni scorsi un’ apice di opulenza, di cinema non ne abbiamo nemmeno uno!

Dopo la pubblicazione del Quaderno degli antichi sapori mi sono ritrovata col piccone in mano, col setaccio dei cercatori d’oro, a scoprire le pepite d’oro del passato. E scava scava, con l’aiuto anche di amici che mi hanno scritto persino dall’Olanda, sto tentando di ricostruire le vita e le gesta, e i volti e le voci del passato, di persone che hanno lasciato un loro stigma. Naturalmente, nella storia di ogni paese che si rispetti si sono avvicendati uomini di valore, e poveri balordi, notabili e artigiani, mendicanti e professionisti.
Ambulanti come Giuvanni lu sacristanu che vendeva Lo flitto per le mosche e Cicci ti ‘mbrosiu,che vendeva tutto ciò che poteva avere una specie di merceria ambulante,
da Anciulinu lu mulinaru che raccoglieva tutte le sacchette del grano che si macinava e la rendeva poi in farina. C’erano studiosi e religiosi di grande prestigio come Padre Damiano Venneri e padre Ubaldo Scarinci, il maestro Michele Nesca poi divenuto Direttore didattico alla cui morte gli fu intitolata una costruenda scuola elementare. Il paese ha avuto anche grandi e popolari figure di medici, Angelo De Marco, Adalberto Caricato, Cosimo De Marco.
Quest’ultimo amava esprimersi in dialetto quando andava a visitare un paziente, è famoso quell’episodio dell’influenza che stava contagiando tutto il paese: una volta fu chiamato con urgenza da una famiglia e lui da buon medico condotto si recò presso l’abitazione del paziente e lo trovò febbricitante… appena lo vide esclamò quella frase che è poi rimasta storica ovvero “apri la bocca, esci la lingua! Sì sì, edda ete” cioè E’ Lei, l’influenza!

Un altro episodio simpatico che è assolutamente inedito è quello del Podestà che con alcuni membri del Comitato, all’epoca del fascismo girava per le strade a chiedere l’obolo per la festa, la cosiddetta Nota; difatti quando vediamo girare questi uomini eroici per le strade, ci diciamo fra noi “ ste passa la Nota ti la festa” ebbene in quell’epoca quando la nota con il Podestà arrivò in via Rocca e davanti ad alcune abitazioni i cui proprietari avevano tutti il cognome Tocci, quello chiedeva: e qua chi abita? E quelli rispondevano” Pietru ti paddone “ AH!, diceva Lui, Pietro ti Paddone: passavano più avanti e prima di bussare il Potestà chiedeva agli uomini che stavano con lui; e qui chi abita? Giorgi ti paddone, rispondevano gli uomini, passavano più avanti e quello chiedeva E qui chi abita? E quelli: Giuvanni ti paddone, AH! Giovanni ti paddone..poco più avanti suonarono ad un’altra porta e ancora quello chiedeva: e qui chi abita, e quelli: “qua javita Grazzia di Maturi”, Opperbacco, rispose il Podestà, di la a qua sono maturati finalmente!
Ci sono stati commercianti che hanno cominciato a vendere bicchieri su un carrettino e poi sono diventati una famiglia di imprenditori di grande operosità e fama. Ci sono stati grandi e nobili figure di insegnanti,
come il Professore d’Errico e il Maestro Quaranta, il maestro Azzone proveniente dal vicino paese di Roccaforzata e la maestra Michelina Nesca… che fu moglie del Dott. Cosimo De Marco di cui narravo sopra.

Ci sono state le sorelle Romano da tutti chiamate le figlie di Popola la “Sbunnata”
Le quali sorelle, ambedue nubili… si chiamavano Anselmina e Pippinuccia ma avevano una schiera di fratelli, e gestivano con successo un negozio di tessuti fornendo le tele e i lini più pregiati per il corredo di tutte le fanciulle del paese.

E io ho sempre creduto che il loro soprannome derivava dalla loro ricchezza, credevo che fossero ricche sfondate. Invece no, il loro padre, da bambino, doveva avere sette otto anni, sedendosi sul coperchio fragile di un pozzo, sita alle spalle della Chiesa madre, sprofondò in quel pozzo, fortunatamente povero di acqua uscendone illeso.
portandosi però fino alla tomba e , quel che è peggio, tramandando alla loro discendenza, questo singolare soprannome.

Poi ci furono personaggi strambi, da Ciccillo di Diatora a “diavolo rosso”.
Da Cusimina di Bacuccu a Uni Unà che diceva sempre fazza Ddiu, da Ciullo a Cocoì…persone e anime semplici che sono sopravvissuti agli stenti grazie alla solidarietà di tutto il paese.

Di Ciccillo di Diatora, grazie alle pepite d’oro che vado scavando e grazie all’amico Vittorio, ho saputo un altro bell’episodio che vi voglio raccontare. (se volete ve lo racconto altrimenti concludo)

Bene, amici, queste le notizie di un paese di nome San Giorgio Jonico tra passato e presente, un passato da noi ereditato e di un presente vissuto, ora non ci resta che passare il testimone affinché le nuove generazioni vivano il Futuro con lo stesso entusiasmo e lo stesso impegno che hanno profuso i nostri padri, nel sentirsi parte di quel tessuto vivente di cui vi ho appassionatamente parlato!