Archivio | giugno 2014

Il Sole tra gli ulivi

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IL Sole tra gli ulivi

Un barlume di luce
si fa varco tra gli ulivi.
Con cautela si inarca
tra un ramo più alto
e si sporge avanzando verso il cielo.
Ora, si stiracchia e poi in un baleno
si apre al nuovo giorno
in tutto il suo splendore.

(Dora)

A mezzo il giorno
alleggerisce l’ombra degli umani
e appesantisce il passo dei pensieri..
S’insedia come re sul campanile
e col suo raggio infuocato
sfiora i fianchi e le gonne alle campane.
Sul desco già compare
Il vino e il pane.

(Anna)

Come sono dolci i suoi raggi
Nell’ora del tramonto.
Quando fanno capolino
Tra le accalorate foglioline
Pare che ti prendano per mano
Per accompagnarti
In una dolce e serena notte estiva
Fino al prossimo giorno.

(Ester)

Premiazione Altari votivi

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CENTRO CULTURALE SAN GIORGIO

CERIMONIA DI PREMIAZIONE ALTARI VOTIVI FESTA PATRONALE 2014

Si è svolto lunedì scorso, alle ore 19, presso il «Centro Culturale San Giorgio» in via Vittorio Emanuele 23/25, la cerimonia di premiazione degli altari votivi allestiti in occasione della festa patronale 2014. L’iniziativa di allestire altari votivi lungo il percorso processionale nata in seno al Comitato festeggiamenti patronali, fu fatta propria dal Centro Culturale San Giorgio, nella persona del presidente Prof. Pasquale Veneri. E’ nota infatti la sua devozione e il suo interesse per quanto riguarda il Santo Patrono San Giorgio Martire, che lo ha portato nel corso degli anni a collezionare oggetti d’arte raffiguranti il Santo fino a mettere su un notevole numero di opere fino quasi a farne un mini museo privato.

Alla cerimonia hanno preso parte le famiglie che hanno realizzato e allestito gli altari votivi alle quali è stato consegnato un attestato di partecipazione. Così come è stata consegnata una targa premio all’altarino più votato dagli iscritti del Centro Culturale San Giorgio che quotidianamente visitavano il Gruppo Facebook esprimendo le loro preferenze.

L’altarino premiato in questa edizione del 2014 è stato quello sontuosamente allestito dalla Signora Lucia Sibilla lungo via Immacolata. Quest’anno il “Centro” ha voluto assegnare un Premio Speciale intitolato alla memoria dell’indimenticabile Professor Romeo Leo recentemente scomparso e all’altare allestito dal Mobilificio Caiazzo, sulla centralissima Via Lecce, nei pressi di Villa Parabita.

La bella serata culturale, condotta da Mario Montanaro e allietata dal contributo musicale di Giuseppe Curci, si è svolta, come da tre anni a questa parte, nell’accogliente giardino del Centro, impreziosito dai dipinti degli artisti locali Mino Greco, Cataldo Bicchierri e Carmelinda Petraroli. L’ arredo floreale è stato realizzato dalla florista Cristina Parabita, titolare di” Un fiore per”
Sono stati declamati versi di Antonio Bicchierri e Nunzia Piccinno. Anna Marinelli ha declamato la “Leggenda popolare di San Giorgio”, di autore ignoto e il Prof. Lino Carone ha parlato della tradizione e dell’origine della devozione popolare, spaziando (con la maestria che lo contraddistingue), tra il sacro, il profano e i suoi ricordi personali. Presenti alla cerimonia il vice sindaco Dottoressa Mina Farilla, e Don Giancarlo Ruggieri, i quali rappresentando le autorità civili e religiose della comunità Sangiorgese, hanno espresso il loro encomio al presidente del Centro Culturale, Prof. Pasquale Veneri, e il loro auspicio di perseguire sempre maggiori iniziative e successi Culturali a favore della nostra cittadina.

Infine, un sentito ringraziamento va agli amici Cosimo Baldaro e Vito Fabbiano per i dettagliatissimi servizi fotografici della serata che hanno incantato tutti i soci del gruppo Facebook del CENTRO CULTURALE SAN GIORGIO che ormai sta raggiungendo velocemente i 500 iscritti .

Lu cumpari ti san Giuvanni!

“Lu sangiovanni”, era un rapporto di grande amicizia, talvolta più forte di un legame familiare, che si stabiliva tra il Padrino di battesimo e il bimbo o la bimba battezzata… Il rapporto aveva un alcunché di sacro, basato sulla scia del battesimo di Gesù, e il Suo Padrino d’eccezione, Giovanni suo cugino, detto appunto il “Battista”.
Il bambino quando cresceva riferendosi al Compare lu appellava col nomignolo di “Nunnu”; Nunnu Cosimu,
Nunnu Giorgi… o nel casi della madrina si usava la “Nunna”; Nunna Cusimina, Nunna Popola, ecc.
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Pasta alla sangiuvanniello

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Pi lla misera, ogni vota ca scemmu a casa ti sròchima no tineva mai niente!
Ultimamente però, s’era ‘nvintatu ca sùbbutu sùbbutu ni faceva nnu piattu ti pasta alla Sangiuvanniello!
Mitteva l’acqua sobbr’allu furnieddu, e contemporaneamente mitteva nnu picca ti oglio intr’alla frizzalora, cu na spica di àgghja, la faceva sfumà nnu picca e po’ minava nna buttiglia di pummitòri a pizzetti, ca a tiempu ti staggione si faceva la pruvvista; do’ alìe nere comu lu ‘nchiostru, du filetti di sarde salate, e mmiskava tutti cose… Po’ llissàva do’ virmicieddi, o do’ bucatini, insomma, cè tinèva ‘ntra casa e li ccunzava.
Cè sapore ca tineva quera pasta, tuttu meritu ti li pummitòre a pizzetti cu tanta ti quiru vasinicòla intra ca puru ca era tiempu ti ‘nviernu ti pareva sia ca era luglio, agosto!

Il pane di sant’ Antonio

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Anche quest’anno si è ripetuto il rito della benedizione del pane presso la famiglia Sibilla. Tutte le generazioni erano rappresentate, anziani, giovani mamme e bambini.. tutti raccolti in preghiera per invocare la benedizione del Santo…il santo degli orfani, un santo davvero carismatico la cui fama non è stata scalfita nemmeno di un graffio nella devozione dei suoi devoti.

i ceci verdi…

ceci verdiceci verdiceci

Mi chiedo sempre più spesso a chi lascerò in eredità il colore dei ricordi, il sapore di un grano duro che dava un pane inimitabile.

A chi lasciare i suoni cadenzati dei torchi nei palmenti, che propiziavano la spremitura del primitivo.

A chi parlare dei silenzi della magica Controra, quando lo scalpiccìo di teneri passi intenti al gioco, rompevano il guscio dell’ora pomeridiana, consegnata al silenzio, per consentire un breve riposo alle madri.

Suoni, profumi e silenzi che restano avvolti in una sorta di nube, che a tratti si apre e lascia intravvedere qualche vivido spaccato di vita di un tempo che già chiamiamo RICORDO.

C’è alcunché di sacro nel rievocare, per esempio, il tempo della vendemmia, quando, in una famiglia su due si “entrava” quel tanto di uva per ricavare il vino necessario al fabbisogno familiare.

Per tutti i bimbi del rione ciò rappresentava una ghiotta ed attesa occasione.

Quando giungevano i carri (traìni) con i tini colmi di uva nera, proveniente dalle terre della Baronìa, di San Giovanni o dalle proprietà dei Montefusco, i ragazzini accorrevano come chiamati da un impercettibile richiamo. Ognuno sperava di sottrarre qualche grappolo, mentre la massa d’uva veniva rovesciata all’interno dei palmenti (paramiènti) dove, aiutati da pale e forconi, i contadini spingevano i grappoli dabbasso, verso grandi vasche di cemento, per essere pigiati.

Come calano i passeri al tempo della mietitura sui campi di grano, così accorrevano i monelli scalzi, a rubare grappoli già intrisi di mosto.

A qualcuno più fortunato capitava qualche raro grappolo di uva Regina, raccolto da qualche ceppo che il contadino usava disseminare qua e là, tra i filari del primitivo.

Io e le mie sorelle, guardavamo dalla soglia della nostra abitazione, con un pizzico di invidia quei bambini ed il loro succulento bottino.

A noi, non era permesso prendere parte a quelle innocenti rapine, per quel tanto di educazione che ci era stata trasmessa in famiglia.

Attaccata alla nostra casa, sorgeva la casa dei Moscatelli ricca di figli e proprietari terrieri.

Tramite questa indimenticabile famiglia ho respirato il profumo del mosto, ho gustato i ceci ancora teneri e verdi, ho mangiato mandorle ancora bianche e lattiginose che queste gentili persone donavano a noi, figlie di un arsenalotto.

Il ricordo di questa famiglia si veste di sincera riconoscenza e la ingigantisce nelle proiezioni dell’anima.

A chi lascerò in eredità i colori, i suoni, i profumi e i sapori della mia infanzia? I tocchi della campana della “vintiunora” (l’ora nona del Cristo morente) alle tre pomeridiane, e più tardi al crepuscolo, i profumi delle teglie e delle pignatte di legumi che uscivano dai forni?

Ricordo che nella tarda primavera, invece, tutti si raccoglievano davanti alle proprie case, o nei cortili odorosi di zagare, per sbucciare le fave essiccate, battendo con una piccola pietra la fava stretta fra le dita, su di una “chianca”, ovvero una lastra di selce, tenuta sulle ginocchia o su di una vecchia sedia di paglia.

Gli adulti lo sapevano fare in una maniera magistrale, ma ahimè, i bimbi ci rimediavano sempre un colpo sulle dita, ogni volta che si chiedeva la loro collaborazione, dietro l’allettante promessa di trascorrere al mare il giorno di Santa Maria.[1]

Lunga sarebbe ancora la meditata esplorazione del passato e il tentato recupero d’un tempo reale vissuto come un’avventura, nel preciso contesto ambientale e territoriale di una terra del Sud.

Di una memoria divenuta ineffabile oasi dello spirito, quando avanza il passo inesorabile del progresso ,il quale, non si fa in tempo a chiamarlo con l’ultimo nome conosciuto e già se ne coniano dei nuovi.

Intanto, col trascorrere degli anni, spianarono il Colle Sant’Elia, lussureggiante di erbe officinali, dalla cui altura, da bambina, scambiavo per l’Eden la verde vallata del mio paese.

Abbatterono gli ulivi centenari, e gran parte dei vigneti cedettero all’avanzare del cemento armato.

Poi l’affronto delle ciminiere tutt’intorno segnò l’inizio di un assedio inarrestabile.

Ma di questo si è già parlato abbastanza.

[1] Il giorno di Santa Maria, l’odierno Ferragosto, si trascorreva con la famiglia l’intera giornata al mare in località Cimino

l’ammisso di fave

Sì, certo, da un’altra parte del salento questa cosa si chiamerà con un altro nome ma dalle partii mie, ovvero San Giorgio Sotto Taranto, come si diceva una volta, si diceva l’ammisso di fave, forse l'”ammissu”, giacchè molte parole dialettali terminano con la “U”. Allora vi racconto: le suocere di una volta per scandagliare la natura della nuora, ovvero per verificare se era sprecona o molto oculata nell’economia famigliare, sorvegliava l’ammissu delle fave e/o dei legumi per il fabbisogno della famiglia. L’ammisso, insomma era la misura giusta da mettere a bagno nella ciotola e doveva essere giusta, senza eccedenze… doveva poter restare tutta nella pignata che poi si portava al forno o doveva essere posta nel “fucalire” a cuocere lentamente durante le sere d’inverno. Oggi ho fatto anche io la prova dell’ammisso. Come mi era stato detto dall’amico Antonio, ho riempito la pentola di fave secche fino alla metà giusta della pancia della pignata. Poi le ho messe in ammollo per le 12 ore come da tradizione, e, dopo averle lavate ripetutamente, finché l’acqua non usciva limpida e pura, l’ho rimesse nella pignata… ecco cosa ne è venuto fuori… Ebbene sì, non sarei stata una buona donna parsimoniosa e oculata… avrei fatto fallire la famiglia!
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Sugli sposi, il corredo, il pranzo…

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Quando ci si sposava, qualche giorno prima si esponeva la dote agli sguardi dei vicini, dei parenti, delle amiche. Si allestiva un baldacchino e si metteva in bella mostra tutte le lenzuola, gli asciugamani, i copriletti, il pentolame, ecc. ecc. Per l’occasione si usava dire: un corredo a pann’a dieci, a pann’a otto, ecc. per significare che la sposa o lo sposo portava in dote dieci lenzuola, dieci coperte, dieci servizi di piatti, ecc. Era in uso, anche una strana usanza, detta “ti la zita scinnuta” cioè di quella ragazza che veniva rapita contro la sua volontà o si faceva rapire con suo stesso consenso per farsi sposare nel caso vi fossero difficoltà economiche in famiglia oppure per “forzare la mano” ai familiari qualora non ci si sentiva accettati. Alla fuga o al rapimento quasi sempre, a denti stretti, seguiva il matrimonio riparatore. La sposa non indossava l’abito bianco degno della purezza, ma un tailleur quasi sempre chiaro e il rito non avveniva nella chiesa grande, all’altare centrale, ma al riparo di sguardi curiosi, in sacrestia o in qualche cappella secondaria.
Il “ Pranzo” di nozze si teneva a casa dello sposo.
Per l’occasione si chiamava un cuoco professionista che si occupava di preparare il pranzo nuziale, costituito da: verdure in brodo di carne di maiale (minestra verde), orecchiette e cannelloni.
Con involtini di carne di vitello o di cavallo, polpette e carne di agnellone a pezzi si preparava il ragù per condire la pasta che doveva necessariamente essere cosparsa di formaggio pecorino paesano; le carni al sugo e l’agnello con le patate cotto al forno erano le ambite portate del “secondo” perché erano piuttosto rari i piatti a base di pesce, specie nei paesi. Carciofi, lampascioni (tuberi selvatici amarognoli) e cavolfiori fritti; verdure crude, tra le quali, sedani finocchi, ravanelli e quant’altro venivano serviti ai commensali invitati per meglio gustare le portate principali. Seguivano noci, nocciole e mandorle,lupini e castagne secche; biscotti di ogni genere (castagnette, paste ricce di mandorle, amaretti, friselline e angioletti) erano la degna conclusione del lauto pranzo di nozze, il tutto innaffiato con vini locali e rosolio fatto in casa, con le essenze.

Era usanza, per i novelli sposi , rispettare un periodo di “dolce clausura” di circa 7 giorni,
( il viaggio di nozze era ancora una chimera) durante i quali erano fatti segno di affettuose premure da parte dei familiari che li fornivano discretamente di ogni genere di “comforts”.
Trascorsi otto giorni facevano la loro prima uscita pubblica recandosi a pranzo dai genitori di “lui” o di “lei”. Nel corredo, infatti, era previsto “L’abito o il Tailleur dell’ottavo giorno”, con il quale gli sposi affrontavano gli sguardi curiosi, ma benevoli di tutto il parentado.

La Domenica successiva alle nozze si recavano presso uno Studio Fotografico , con abiti, accessori ed eventuali…damigelle, per sottoporsi al magico rito della Fotografia

L’Ex carcere di San Giorgio Jonico

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Amici, alcuni giorni fa hanno aperto ai visitatori i locali dell’ex Carcere di San Giorgio, recentemente restaurati. L’occasione è stata offerta dall’esposizione di alcuni lavori di studio e di ricerca sul Risorgimento Italiano, realizzati dagli studenti delle scuole medie.

Le mie modeste impressioni ve le racconterò dopo, perché ho chiesto gentilmente al nostro carissimo Amico Luigi Bisignano, Figlio di Cancelliere e Cancelliere in pensione egli stesso, di raccontarci le sue memorie riguardo alla presenza della Pretura e del carcere nel nostro paese, San Giorgio Jonico.

Vi riporto il suo prezioso contributo!

Cara Anna,
ricordo quel piccolo carcere di fianco alla ex Pretura, davanti alla macelleria Fiorino. Era sempre pieno di piccoli personaggi che oggi farebbero tenerezza: ladruncoli di animali da cortile, di uva e olive secondo le stagioni, pastori per pascolo abusivo, un po’ meno per abigeato (furto di animali come cavalli, asini, pecore ecc.). Spesso erano autori di risse o picchiatori incalliti di mogli ( che mai avrebbero lasciato il marito violento e le vicine e amiche dicevano:”Quera puviredda, mazzati e mazzati!).
Mi recavo in carcere con mio padre quasi ogni domenica per visitare gli ospiti, sempre i soliti, e offrire loro un pacchetto di sigarette o frutta e ricordo che c’era un ospite abbastanza frequente il cui reato più frequente era appunto quello di essere manesco con la moglie (maltrattamenti in famiglia si diceva). Durante la permanenza “al fresco” la tenera moglie, che lo perdonava cento volte cento, non gli faceva mancare mezzogiorno e sera un ottimo e lauto pranzo al posto di ciò che passava il convento! Insomma una ventina di patetici e romantici poveretti al confronto dei delinquenti di questi tempi!
I carcerieri che ricordo sono in primis il grande e storico don Salvatore D’Errico, padre di Marcella amica delle mie sorelle nonché del mio amico e compianto Tonino dotato di grande talento che gli valse anche nella sua professione. A don Salvatore succedette il signor Sorrentino, napoletano, proveniente da quello di Manduria, uomo con baffetti e marito di una maestra (mi pare padre di un medico). Seguì il mitico Nino Pacchiese (alias Nino Loprete) che è morto ultracentenario, attivo e lucido fino alla fine. Oltre al soprannome Pacchiese era denominato anche “bazzzicotto” per la grande abilità e imbattibilità quale giocatore di bigliardo.
Quanto ai Pretori ricordo anzitutto Alfredo Punzi amico fraterno di mio padre tanto che assieme si trasferirono da Gioia del Colle a San Giorgio. Mio padre fu il suo compare d’anello e vi fu un incrocio di comparizi per battesimi e cresime. Fu poi Presidente di Sezione nel Tribunale di Taranto e poi Presidente del Tribunale di Brindisi prima di trasferirsi definitivamente con la famiglia a Bari. Era originario di Martina Franca dove trascorreva le vacanze in una casa canonica, nella periferia, assieme al vescovo di Brindisi Mons. Margiotta pure martinese. Per tutto il periodo da uomo pio e di profondissima fede qual’era faceva da chierichetto nel servire messa tutte le mattine.
A Punzi succedette il tarantino Giorgio Galbiati, persona di grande spessore, morto poi a Bologna da Procuratore Generale in quella Corte D’Appello (di lui conservo una splendida lettera inviata a mia madre il morte di mio padre).
Venne poi Carlo Infante, pure lui tarantino, e marito della bella e raffinata sangiorgese Maria Lentini ( ricorderai “le Lentini”). Arrivò poi il giovane napoletano Renato Squillante, una intelligenza raffinatissima e grande giurista i cui figli nacquero a San Giorgio (Mariano divenne inviato della Rai a Londra. La giovane e avvenente moglie, molto legata a mia madre che le fece da sorella maggiore, aveva una sorella che spesso veniva a stare da lei (Mary) e che compare in una delle vecchie foto che ti ho inviato avendola ricevuta da Giovannino D’Errico.
Nella foto di mio padre in udienza compaiono il suddetto Infante e in funzioni di P.M. il Sindaco dr. Giuseppe Venneri (allora le funzioni di Pubblico Ministero potevano essere svolte dal Sindaco del Paese e Venneri ci teneva parecchio).

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A proposito del mite e pio Punzi ricordo che sotto il balcone del suo studio (detto “gabinetto”!) vi era il banco di un pescivendolo che era solito urlare a squarciagola e l’estate, con le imposte aperte, disturbava la concentrazione del giudice. Fu così che il mercatino del pesce venne spostato nella piazzetta al lato opposto della piazza. Parlo ovviamente della originaria sede della Pretura in piena Piazza.
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Voglio poi ricordarti il collega cui succedette mio padre. Si tratta di Alfredo Marasco che proprio per il servizio prestato a San Giorgio conobbe e sposò una delle sorelle Robaud, unica andata a nozze. Le altre erano appunto le “signorine” Robaud o meglio: le Robbò!

Un caro saluto e … non stancarti mai di “ossigenarci”!!! Gino