Archivio | agosto 2022

PASSATO/ PRESENTE

E, quando il mio tempo sarà avaro di raccolti
me ne verrò, come viandante,

tra i tuoi filari, o terra.

Me ne starò pensosa  sulle tue rovine,

come dinanzi a vetuste cattedrali disertate dalle rondini.
Piangerò sulle tue radici, propaggini d’abbandoni:

raccoglierò i pampini superstiti,

come guerrieri che tornano sconfitti da impari battaglie.

E, forse, udrò ancora il canto delle vendemmiatrici

spargere armonia tra i vigneti,

e voci e risate riudrò salire verso le mute colline,
che un giorno profumarono di timo e di mortella.

Come vecchi turiboli arrugginiti,

spanderanno incenso i miei ricordi:

forse udrò ancora mio padre,

chiamare per nome ogni ceppo,

e trionfante donarmi il primo grappolo

che tagliava il traguardo contro il sole.

E, forse, vedrò ancora mia madre,

coi capelli serrati in ruvide guardiole di cotone,

trattenere rivoli di sudore

pregno di fatica e dignitoso lavoro

quando, con acque di sorgenti avìte,

in calici di mani innocenti dissetava arsure.

Allora cercherò un appiglio per non cadere:

mi smarrirò in un dedalo di ricordi,

troppo dolci, troppo amari,

troppo presenti,

per definirli “passato

Grazie don Domenico

Grazie don Domenico per avermi invitata a trasmettere presso la tua amatissima Radio Puglia, in tempi molto lontani, quando cominciavo appena a raccogliere qualche riconoscimento per le mie prime, impacciate, poesie e i media di adesso, che sono entrati a gamba tesa nelle nostre vite, erano ancora pura utopia.
Mi consentisti di entrare in punta di piedi, con la mia indimenticabile sigla ” Composition in Venice, di Stephen Schlaks, con la quale bussavo alle porte di molti miei amati ascoltatori.
Quel brano, ancora oggi mi smuove qualcosa nel petto.
Sono stati 10 anni intensi, ho intessuto rapporti amicali con molti… ho detto, ove occorresse, una parola buona, ho incoraggiato mamme disperate, ho asciugato lacrime silenziose, ho letto ricette, ho intessuto ogni cosa con l’ausilio di ottima musica. Ero diventata una buona amica. una volta, un’ascoltatrice si nascose nei pressi della radio per vedermi uscire e conoscere finalmente come ero, chi ero, di chi era quella Voce.
E Mimina Nocera, dal rione Tamburi, in una delle tante telefonate che mi arrivavano, mi fece un vero e proprio interrogatorio, era nativa di San Giorgio, perciò si comportò da sangiorgese verace, domandando, “ci sinti? a cci ‘mpartieni? ah si??? allora è sciutu alla scola cu figghima Gina!!!” e da allora fu amore a prima vista, fino alla fine dei suoi giorni.
Beh, Don Domenico, mi fermo qui, perchè nel mondo in cui ti trovi ora conosci già tutto.
Ti porterò nel cuore. Sempre.
Anna.

Chiedetelo alle strade

Chiedetelo alle strade

quello che sono e sono stato
domandatelo alle strade
dei paesi della sete.
(Raffaele Carrieri)

quella che io sono e sempre sarò
chiedetelo alla luna agostana
quella che sembra in disparte dalla Vita
ma sbatte il suo sguardo intrigante
sulla mia persiana stupita.

chiedetelo ai muretti
di pietra
muti testimoni d’anime
in silenzi di controre costretti.
chiedetelo alle silenziose stelle
sorelle rilucenti
di lacrime cristallizzate,
custodi fidate di donne tarantate
dai moti del cuore asfissiate.

chiedetelo alla fontanella
del piccolo slargo di paese
dove mi recavo, fanciulla,
con la giara pesante
d’acqua gocciolante.

paese senza acchiature di sorprese,
panni stesi a forconi di ristrettezze ereditate,
e menta e ruta fiorenti
da muretti di selce recintate.

quella che io sono e sempre sarò
chiedetelo alle case addormentate,
chiedetelo alle strade,
perché io ciò che sono e ciò che sarò
ancora non lo so.

Cartoline di Puglia

A me, che vado raccogliendo ricordi del Tempo passato, ricordi visivi, olfattivi tattili e gustativi,

non può passare inosservato un post di gran pregio, riguardo ai nostri trascorsi di civiltà contadina.

L’Articolo, firmato dallo scrittore e dottore Pier Michele Mandrillo, cultore anche lui delle nostre radici, è corredato da favolose fotografie, che mi pregio di accludere in questo mio blog, previo suo gentile consenso.

LUOGOVIVO, TERRA DI FICHI e di COSIMO FORNARO

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#CartolinediPugliaLugovivobyday. ” Ode a panare, panariedde e crueccle”. A memoria umana Luogovivo è terra di fichi, soprattutto della qualità “vuttate” o “dottate” nella corretta terminologia botanica. Raccolti e mangiati freschi, pasta bianca, mielata, dolcissima, elegante. Essiccati al sole possono essere utilizzati “single” oppure “in coppia”, perciò detti accoppiati, o maritati, con aggiunta all’interno di mandorle, cottura al forno a legna ed aromatizzazione con foglie di alloro. In tal modo essi diventano un prelibato fine pasto sinergico a primitivo dolce. Oggi come allora, a Luogovivo la raccolta di tali frutti avviene di primo mattino con l’ausilio del cosiddetto “cruèccolo”, bastone uncinato sapientemente ed abilmente ricavato durante la potatura dei rami biforcuti di legno di ulivo o limone. Tale utilissimo ed indispensabile ausilio contadino serve ad abbassare senza spezzare, “le ramaglie”, “ovvero gli esili rami di fichi carichi di frutti. (Nella foto, quello a destra, un cimelio affettivo, realizzato oltre 70 anni fa da ulivo, utilizzato da mio nonno Michele, quello a sinistra realizzato qualche anno dopo, da limone in quel di Castellaneta da “zzi Ciccie” ovvero Francesco Irato, padre di mio zio Antonio Irato). Una volta raccolti i fichi vengono adagiati su un letto di foglie all’interno di panari e panarieddi, cesti con manico di varia misura ricavati da sapiente intreccio di rami di lentisco e strisce di canne secche. Gregorio Erario su Le Tradizioni Manduriane scrive… ” lu panaru, testimonianza di antica arte contadina e di moderna scultura artigiano-professionale. Il solo ricordo procura tanta nostalgia e richiama tanti pensieri di un passato dalle tante ristrettezze che si affrontavano con tanta tenacia e tanta fiducia e voglia di vivere. L’ultima considerazione che mi corre l’obbligo di ricordare è il ruolo etico-sociale che all’epoca lu panaru manifestava tra tutte le sue qualità. L’uso che si faceva per regalie di prodotti agricoli alimentari, esprimeva raffinatezza e stima, soprattutto perché conservavano fino alla fine il proprio profumo. Quando tali gesti avvenivano tra famiglie che erano vissute lungamente in disaccordo tra loro, era opinione diffusa che lu panaru, nuovo costruito, intervenisse per riportare concordia e pace tra di loro.” Luogovivo, oggi come allora, quasi un museo della civiltà contadina dei mie nonni e bisnonni, “a cielo aperto”.

Pier Michele Mandrillo

Sarà forse in una notte come questa.

Quell’anno, fui invitata al Vernissage di una Rassegna d’Arte pittorica, che si teneva presso il Castello De Falconibus di Pulsano, l’Associazione che mi aveva invitata come ospite, lo faceva ormai da diversi anni. Ero ospite stimata e gradita. Ogni volta che dovevo declamare si creava una certa atmosfera di attesa, non si sentiva volare una mosca. La relatrice delle opere esposte era una Nobildonna molto richiesta perchè i titoli che la precedevano erano tali e tanti che occupavano mezza locandina, la nobildonna era accompagnata dall’illustre marito grand’Ufficiale della Marina Militare in pensione.

Era Estate. Era Agosto, faceva caldo.

Io in estate me ne vado un po’ in depressione, perchè le attività che solitamente svolgo presso diverse Associazioni, fanno pausa.

Le amiche, le quali quando hanno bisogno, suonano a casa mia in qualunque ora del giorno, hanno tutte le ville al mare, vanno in vacanza, si DIMENTICANO DI ME, fino alla ripresa delle attività che ci accomunano. Allora, ad una ad una si rifanno vive con richieste di favori e… se ricordo il numero di telefono della Tizia e della Caia, e… cosa stai preparando, ci vediamo domani per concordare…ETC ETC.

La sera del vernissage con questo senso di solitudine, questo senso di tradimento, questa indifferenza colpevole delle cosiddette Amiche, io declamai questa poesia.

Sarà forse in una notte come questa

Quando morirò,
non serrate le persiane
della mia stanza;
la luna vi passerà ogni notte
a lanciarmi coriandoli di musica
per farmene bracciali per i polsi
che tintinnino nel luogo del Silenzio.

Quando morirò, non estirpate i miei roseti,
nasceranno ancora boccioli di rose
come bocche d’infantile stupore,
come il profumo del corsetto di mia madre.

Quando morirò, serratemi bene le palpebre
ebbre di luce;
premete forte i vostri polpastrelli,
sulle cupole invidiate dalle Pleiadi,
sugli sguardi rapiti dall’aurora,
sui catini colmi d’acqua lustrale.

Non vorrei riaprirli su di voi
che siete morti, ormai da troppo tempo.

quando morirò, custodite le mie carte;
sono larve di creature iridescenti
che a suo tempo si leveranno in volo:
sono rivoli sospesi sui deserti che abitate.

Quando morirò,
sarà forse in un giorno d’agosto, come questo,
non toccate il mio corpo inamidato,
saranno rigide le braccia
che molte volte vi tesi
quando eravamo insieme tra i viventi.

Affondate le vostre vanghe
nel mio cuore;
vi troverete l’agata e il rubino,
lo smeraldo della speranza e l’ametista,
favi di miele e sangue di gabbiano.
sorrisi accesi e fervori d’artista.

Quando morirò, non vestitevi di nero,
non importa;
sono partita per un paese felice
dove il sole s’è impigliato tra le nasse
dove la luna allatta stelle bambine,
dove il maestrale arpeggia endecasillabi,
in una valle dove scorre latte e miele,
in una terra d’eterna primavera.

Quando morirò,
sarà forse una notte d’agosto come questa,
quando le comete brillano di nuova iridescenza:
quando gli sguardi dei poeti dipanano la luna
fino a farne sudari per i sogni.

Non ti affrettare, amico, alla mia casa:
un altro volto, non il mio, dischiuderà la porta:
io sono via, già alta sulle nubi,
io sono via, perciò non mi cercare,
io sono via, ho spento il cellulare.

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Appena i presenti, artisti, ospiti, organizzatori, cominciarono a sentire le prime strofe

della poesia, gli uomini cominciarono a “Toccare ferro” toccandosi le parti basse, le signore stringevano il muso, percepivo un disappunto che mi si riversava sulla mia pelle sudata, sulle pareti della mia anima, sulle onorate vestigia di quel vetusto Castello, su quei volti che ormai percepivo come grottesche Maschere dalle quali avrei voluto solo fuggire.

Da quella volta, caddi in una vera Depressione, che mi tenne nella sua rete per tre lunghi mesi.

Mi ritirai da tutte le attività.

Non fui più invitata in qualità di Ospite d’Onore per diverso tempo.

E io, lì a compiangermi per l‘arroganza della Ignoranza di quel gruzzolo di Pseudo Artisti

che non seppero cogliere il senso di quella mia poesia denuncia. Pura poesia, i cui versi in quella occasione

si mutarono in Perle per i porci.