Archivio | ottobre 16, 2016

Tardu ti ricurdasti cu canti lu miserére

zbattesimogiovanni

 

 

Una anziana madre del mio paese, che aveva messo al mondo 4 figli maschi e cinque figlie femmine, una volta pronunciò una frase che è poi balzata di bocca in bocca fino a diventare una frase celebre, di quelle che ora vanno sotto il nome di Aforismi. Quelle frasi che pubblicava l’eccellente rivista culturale che si chiamava Selezione dal Reader’s Digest, di cui ho innumerevoli “annate” perfettamente custodite nella mia cantina, piena zeppa di ricordi incartati.

La donna si chiamava Carmela ed anche lei veniva da una famiglia numerosa, come quella che lei con suo marito, con molti sacrifici e privazioni, avevano formato insieme. Era sorella di mia nonna, la nonna “Rata” pertanto tutti noi la chiamavamo “zzia Mméla”.

Dalle nostre parti i nomi hanno una certa importanza e venivano assegnati con regolarità, come per un accordo mai scritto ma inciso nella tradizione delle famiglie, a carattere di fuoco, un fuoco invisibile ma che segnava come l’inchiostro del notaio segna e sigilla le compravendite e i lasciti di eredità familiare.

I figli di questa umile donna per vari e diversificati motivi avevano litigato fra loro e con i genitori per una donazione fatta al figlio più giovane, che desiderava aprire una bottega di barbiere che gli avrebbe consentito di vivere con tranquillità.

Quando questa donazione fu scoperta dagli altri figli, questi si ribellarono violentemente contro l’anziana madre e le tolsero il saluto.

Quando il primo dei figli maschi si sposò ed ebbe la prima figlia non le diede il nome della madre, ovvero Carmela.

E’ sacra tradizione infatti, nel meridione, che al primo figlio maschio venga imposto il nome del nonno paterno, alla prima figlia invece il nome della nonna materna.

Il secondo figlio maschio avrebbe portato il nome del padre materno, la prima figlia invece il nome della mamma della mamma.

Capisco bene il gioco di parole, ma era davvero così che si faceva, così dovevano andare le cose, di generazione in generazione.

Alla povera Carmela nacque la prima nipotina e non le assegnarono il suo nome.

Poi nacque una seconda nipotina e non le assegnarono il suo nome.

Un altro figlio ebbe due figlie femmine e a nessuna delle due fu dato il nome di Carmela.

Poi un bel giorno, o un brutto giorno, Carmela venne a conoscenza di una notizia; seppe che la domenica successiva il figlio Peppino avrebbe portato al fonte battesimale la sua ultima nata.

Nessuno però seppe dirle come si sarebbe  chiamata la bambina.

La curiosità le ardeva il petto.

Fu così che decise; all’ora fissata per il battesimo della bambina, la sua decima nipotina, avrebbe fatto finta di passare dalla chiesa e trovarsi giusta giusta per scoprire l’arcano.

Mentre già le fasi preliminari erano già state celebrate, lei, ben celata dietro la statua di un santo, udì con somma meraviglia il prete profferire queste parole:

“Carmela si “vòle” battezzare”?

“Vola”, risposero all’unisono genitori e madrina!

A quel punto furiosa la nonna Carmela uscì dal suo nascondiglio e con veemenza rivolgendosi al figlio, disse: ”E no! Tardu t’è ricurdatu cu canti lu miserére”.

E, lasciando gli astanti e i genitori della bimba nello scompiglio, avvolgendosi nel suo ampio “fazzulettone” se ne uscì dalla chiesa.

L’episodio non tardò molto a diventare virale, come si usa dire adesso, passò di bocca in bocca, da famiglia in famiglia, da una piazza all’altra, e la frase:

Tardu t’è ricurdatu cu canti lu miserére” fu usata come efficace metafora del “Troppo tardi” e qualche anziano del mio paese la ricorda ancora oggi.

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Questa voce è stata pubblicata il ottobre 16, 2016, in varie. 2 commenti