Archivio | febbraio 2015

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La pentolaccia

pentolaccia

In tempo di Quaresima tradizione molto sentita in tutta la provincia jonica era quella della “pentolaccia”; infatti per il gioco si utilizzavano vecchie pentole sbeccate o mancanti di uno dei due manici. Il giovedì di mezza quaresima giovani e fanciulli si davano appuntamento negli ortali delle case per rompere i recipienti di creta, che venivano riempiti di noci, fichi secchi, mandarini, castagne del prete, lupini, fave e ceci arrostiti e, col passare del tempo, anche di caramelle e cioccolate. Così riempita la pignata veniva appesa ad un paio di metri da terra e il partecipante al gioco, estratto a sorte con la conta, bendato e munito di un bastone, doveva cercare di romperla. Aveva a sua disposizione soltanto tre tentativi per riuscire a rompere la pentolaccia e trovare il premio, mentre attorno a lui si faceva di tutto per disorientarlo allontanandolo dall’ambito obiettivo. La pentolaccia però non sempre custodiva al suo interno un piccolo tesoretto di leccornie: ma anche sorprese di vario genere: come acqua, farina o coriandoli di carta, con grande disappunto del giocatore e delle giocatrici, per il divertimento dei più piccini. Questa usanza era un pretesto per ritrovarsi, cantare, ballare e mangiare focacce, taralli, frittate e bere un sorso di buon vino.

L’aranciata e la coca-cola allora erano ancora sconosciute.

Salmo 39

grano

“Leggimi un Salmo”
-disse mia madre-

con un fiotto di voce raggrumata.
Ed io, aprendo a caso l’immortale libro,
nel silenzio della stanza lo intonai:

“Ho sperato, ho sperato nel Signore,
ed Egli su di me si è chinato,
ha  dato ascolto al mio grido”.

Una luce s’insinuò tra la pupilla e lo sguardo
di mia madre, e mansueta come agnella mi sorrise.
Ed io proseguendo.
Mi ha tratto dalla fossa della morte…”
e la voce onda alta diveniva,
e urlo non gridato,
e ribellione per secoli sopita
Si levò un coro,
come da bocche oppresse dal silenzio.
Raggiungeva tutti i morti dimenticati,
i vivi con un piede nella fossa.
Era un video, mia madre, ingigantito,
e proiettava le sue angosce sui miei giorni.
Di colpo sentii nelle mie vene
l’incolmabile ritardo della storia,
i suoi treni perduti, le sterili attese.

Sentii il passato e il presente
impossessarsi del  mio Io ereditato,
quale gesto d’invasore che impone dittature.

Come bimbo cullato l’affanno si acquetava,
ed allentò,  mia madre, la stretta della mano,
come chi ha smesso di temere.

Allora, solo allora, alla mia ansia concessi di apparire:
all’ansia degli occhi e della mano,
all’ansia del cuore e del domani,
all’ansia della vita e della morte.

Caduto, ormai lo schermo delle convenzioni,
mia madre mi appariva in tutta la sua statuaria nullità.
Le sue fibre suonarono allora,
la tastiera infinita del dolore.

Nelle sue canne d’organo serbava il pianto
di tutti i bimbi abortiti dalla miseria,
tutti i giochi perduti dell’infanzia,
il sudore del pane proletario,
il suo tempo di carrube e d’innocenza.

Il pugno chiuso, ora impotente, ripongo.
Il pugno che sa del grano e della zolla.
del verde degli ulivi e i mandorleti.
Il pugno ammansito, ora ripongo
sul grembo delle attese e dei domani,
mentre il davidico salmo torna a consolare
come l’incontro dell’Angelo e Daniele.

“Mi hai messo sulla bocca
un  canto nuovo”

Un canto di raccolti e di sereno,
un canto di vendemmie e fioriture.

Le pepite d’oro non finiscono mai!!!

Amici, qualche giorno fa mi è pervenuto un regalo davvero originale e impensato, Un piccone usato nelle nostre tagghjate. Usato da uno dei cavamonti ancora vivente. Ancora lucido, animato dalla fiamma dei ricordi.

Aveva ricevuto una copia del mio libro, Tagghjate: Scavando nella memoria, e lo aveva tra le mani. Sfogliandolo ho notato un certo numero di appunti, note, aggiustamenti…La cosa mi ha molto emozionata… Un piccone in regalo a me!!!!

Ma ve lo immaginate? Ed ora è giocoforza che io vi parli, o almeno vi pubblichi la pagina del libro dove si parla dei tufi, dei conci, delle misure dei “Piezzi”

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2006-11-21 SOLO IMMAGINI TAGGHJATE-sul luogo della memoria1 G.Carafa

8° CAPITOLO

  • qualità e diversità della pietra –

Siamo ancora indaffarati

a  esaminar conchiglie

come se fossero

tutto ciò che affiora

dal mare della vita     (Gibran)                                                                                

La pietra che si estraeva dalle tagghjate presentava diverse componenti e diverse tipologie di calcare che si distinguevano per colore, granulometria, omogeneità, grado di compattezza ed età.

Li zuccaturi definivano con nomi coloriti le diverse conformazioni della pietra, che si presentava ora dura e resistente, ora friabile e duttile o granulosa. Non era raro infatti, imbattersi nella presenza di frammenti di fossili e microfossili di fauna marina, che faceva acquisire alla pietra un ulteriore fascino e ricchezza geologica, come non era raro trovarvi strati di prezioso carparo che veniva richiesto ed utilizzato per decorare i portali (cornici) delle case di persone più abbienti.

Il carparo, affine alla pietra leccese, a motivo della sua duttilità e facilità di lavorazione, si prestava e si presta ancora oggi, agli impieghi più eleborati: dai rivestimenti per esterni ed interni, ai manufatti per l’arredamento.

Uno degli zuccaturi intervistati ricorda con lucidità e un malcelato orgoglio, che lui personalmente aveva estratto il carparo per fare la “cornice” di Villa E. Pomes, che ancora oggi si fa ammirare per la sua elegante sobrietà in via Lecce.

Tra questi nomi ne abbiamo ricavati alcuni molto singolari, che non trovano necessariamente un loro corrispettivo nella lingua italiana: granone (granuli di glauconite, quarzo, fosfati e altri materiali argillosi), raciddu, chiancarieddu, nuzzili (nodi di materiale durissimo) che l’intervistato definiva come di cristallo…

Un’ulteriore particolarità delle tagghjate, e delle cave di calcarenite in genere, è la peculiarità del tufo di assecondare il cambiamento di luce, passando dal bianco giallognolo all’arancio, dal ruggine al rosa, dal grigio al nerastro, a seconda dell’esposizione alla luce, dell’ora del giorno e delle condizioni atmosferiche, aumentando così il fascino e la suggestione di questi luoghi.

Nelle tagghjate di San Giorgio Jonico era possibile rinvenire rocce di tufo (versu la zona ti lu fuessu), di pregevole qualità, che veniva utilizzato come se fosse gesso per intonacare gli interni delle case a motivo del suo puro biancore.

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“La misura dei conci” ( piezzi), variava a seconda delle richieste dei costruttori;

Il ”palmatico” lungo tre palmi della mano, all’incirca 65 cm.;

Lu curagnulu”  lungo dai 50 ai 55 centimetri corrispondente a 2 palmi e ½ ;

“Lu pizzottu “ concio  lungo circa 45 cm.

 

Tutte e tre queste misure di conci avevano basi quadrate con lato di cm.21-22.

Se durante l’estrazione il concio veniva danneggiato se ne utilizzava la parte sana per farne pezzi di spessori minori detti “fedde”.

 

Gli zuccaturi  più scaltri realizzavano un suppletivo guadagno vendendo il tufo che si formava durante il taglio della pietra, richiesta dai muratori per preparare la malta,

 

(San Giorgio Jonico e paesi di area tarantina.- Cosimo Quaranta)

 

A proposito della tufina prodotta dall’estrazione dei conci, dall’ascolto delle registrazioni in mio possesso si evince chiaramente che tra le tagghjate non era raro sentire profumo di donna, in quanto anche alcune di esse hanno trovato nelle tagghjate l’unica e generosa fonte di sostentamento per sfamare i membri della propria famiglia.

Questa voce è stata pubblicata il febbraio 9, 2015, in varie. 5 commenti

Rimedi della nonna per scacciare il raffreddore ed altri malanni invernali

In questi giorni sono stata preda di un terribile stato influenzale, che mi ha tormentata più del dovuto. Sono piovuti tanti consigli e tanti suggerimenti per affrettare la mia guarigione perchè, “mancavo tanto agli amici”, così dicevano.

La sera precedente alla mia performance poetica in quel di Pulsano, cara Mariella mi ha suggerito di preparami un bel tazzone di Vin Brulè.

Dovevo prendere del vino rosso, uno dei nostri, bello corposo, e farlo bollire per una decina di minuti con alcuni chiodi di garofano, bucce di limoni non trattati, un paio di fichi secchi, una stecca di cannella e tanto zucchero.

Se poi avessi fatto anche dei suffumigi mentre il vino bolliva, il beneficio sarebbe stato addirittura moltiplicato per due.

Così ho fatto.

Quella specie di tisana ha avuto davvero un effetto salutare perchè, l’indomani sera, per declamare la mia poesia “Stalking”. mi sono ritrovata una voce limpida e chiara. Grazie Mariella per questo rimedio casalingo tramandato certamente dalla tua mamma Menichella.

Pepite d’oro se ne possono trovare sempre, per fortuna; diverse, ma sempre preziose.ingredienti per il vin brulèvin brulè

Questa voce è stata pubblicata il febbraio 2, 2015, in varie. 5 commenti