Archivio | aprile 2017

Gibran, parlaci dell’Amicizia

la gita

 

Gibran

E un adolescente disse:
Parlaci dell’Amicizia.

E lui rispose dicendo:
Il vostro amico è il vostro bisogno saziato.
È il campo che seminate con amore e mietete con riconoscenza.
È la vostra mensa e il vostro focolare.
Poiché, affamati, vi rifugiate in lui e lo ricercate per la vostra pace.

Quando l’amico vi confida il suo pensiero, non negategli la vostra approvazione, né abbiate paura di contraddirlo.
E quando tace, il vostro cuore non smetta di ascoltare il suo cuore:
Nell’amicizia ogni pensiero, ogni desiderio, ogni attesa nasce in silenzio e viene condiviso con inesprimibile gioia.
Quando vi separate dall’amico non rattristatevi:
La sua assenza può chiarirvi ciò che in lui più amate, come allo scalatore la montagna è più chiara della pianura.
E non vi sia nell’amicizia altro scopo che l’approfondimento dello spirito.
Poiché l’amore che non cerca in tutti i modi lo schiudersi del proprio mistero

non è amore,
Ma una rete lanciata in avanti e che afferra solo ciò che è vano.

E il meglio di voi sia per l’amico vostro.
Se lui dovrà conoscere il riflusso della vostra marea, fate che ne conosca anche la piena.
Quale amico è il vostro, per cercarlo nelle ore di morte?
Cercatelo sempre nelle ore di vita.
Poiché lui può colmare ogni vostro bisogno, ma non il vostro vuoto.
E condividete i piaceri sorridendo nella dolcezza dell’amicizia.
Poiché nella rugiada delle piccole cose il cuore ritrova il suo mattino e si ristora.

Ricordi del tempo di scuola

 

fiocchi

Atmosfere del passato

 

Ricordi del tempo di scuola

“Noi, che il fiocco  in testa non mancava mai”,

col grembiule nero e a volte blu,

ti sentivi sempre in ordine anche tu,

col colletto sempre bianco e inamidato

ti sentivi in divisa come un soldato.

Si salivano le scale a quattro a quattro

con la cartella nera di cartone,

senza zainetto e senza alcun diario

con un libro di lettura e il sussidiario.

E quando ti sedevi al posto tuo

l’occhio sbirciava dentro il calamaio,

se c’era inchiostro ameno a sufficienza

per poter svolgere il compito di scienza.

Quando il Maestro poi entrava in classe

si scattava tutti in piedi con fracasso

ad un suo cenno poi, di star seduti,

si stava silenziosi, quasi muti.

Ognuno aveva in cuor la tremarella,

tutti avevamo nel cuor come un peccato,

temendo che la sorte quel mattino

decidesse che tu fossi interrogato.

I verbi, oh! quanto li abbiamo odiati,

i loro tempi e le coniugazioni

amammo invece il Pascoli e il Leopardi

e i loro versi dolci come sguardi.

Quando udivamo alfin la campanella,

era per tutti una liberazione,

riponevamo i libri nella cartella…

e a Domani,  per la prossima lezione.

Qualche nota storica

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QUALCHE NOTA STORICA

San Giorgio è il nostro Santo patrono,
Patrono significa “Colui che protegge”, colui che è il difensore del popolo a Lui affidato.
San Giorgio Martire è il nostro Patrono dal 1891. Ci fu in quel tempo un parroco della Chiesa Madre che si chiamava Don Gaetano Fina, e il Sindaco di allora Cosimo Parabita, che scrissero alla santa sede di Roma e precisamente alla Sacra Congregazione dei riti, affinchè venisse eletto come Patrono della nostra cittadina sangiorgese proprio Lui, Il Megalomartire San Giorgio di Cappadocia.
Questa richiesta fu accordata e così il nostro paese lo ebbe a Patrono di tutta la cittadinanza. La sua festa ricorre nella stessa data che è segnata sul calendario, cioè il 23 Aprile.
La sua Memoria però è venerata in tutto il mondo almeno dal 4^ secolo dopo Cristo.
San Giorgio Martire è Patrono dell’Inghilterra, di intere Regioni spagnole, del Portogallo, della Lituania; di città come Genova, Campobasso, Ferrara, Reggio Calabria e di centinaia di altre città e paesi. Forse nessun santo sin dall’antichità ha riscosso tanta venerazione popolare, sia in Occidente che in Oriente come il nostro Patrono San Giorgio.
Un certo Jacopo da Varagine, nel 1260 scriveva cose straordinarie sulla Vita di questo Santo, fu Lui a introdurre la leggenda del drago.
La tradizione popolare lo raffigura come il cavaliere che affronta il drago, simbolo della fede intrepida che trionfa sulla forza del maligno.
Secondo la «prima» leggenda e i successivi ampliamenti, fin dalla concezione San Giorgio è predestinato a grandi cose; la sua nascita porta grande gioia ai genitori Geronzio, persiano, e Policronia, originaria della cappadocia, che lo educano religiosamente fino al momento in cui entra nel servizio militare.
Giorgio di Cappadocia, ufficiale delle milizie, distribuisce i beni ai poveri, e, davanti alla corte, si confessa cristiano; all’invito dell’imperatore di sacrificare agli dei si rifiuta ed iniziano le numerose e spettacolari scene di martirio di cui parla Jacopo da Varagine nella sua leggenda aurea.
Infine, condannato a morte per decapitazione, morì nel 303, professando la sua fede a Gesù Crocifisso e Risorto.

Molti sono gli episodi di devozione del popolo sangiorgese verso il suo Santo patrono, e la particolare protezione di cui si può vantare.
La storica Vincenza Musardo Talò nella pubblicazione “San Giorgio Ionico: la festa patronale e l’antica devozione a San Giorgio martire” narra di un miracoloso intervento di San Giorgio nei confronti di alcuni travinieri, che di notte, tornando da Nardò con un carico di merci da vendere alla fiera della festa, vennero attaccati da una banda di briganti, messi però in fuga dalla visione del Santo Guerriero che vibrava in alto la sua spada sfolgorante.
Anche i crociati nel 1099, giunti davanti a Gerusalemme, ebbero la visione di San Giorgio vestito di una bianca armatura che impugnava una croce rossa e faceva loro cenno perché lo seguissero e conquistassero la città.

Come vedete, ci sono diverse notizie che attestano la presenza sempre protettiva del santo Cavaliere verso coloro che lo venerano. Anche noi ci poniamo fiduciosi nella schiera di quanti lo hanno eletto a loro Patrono per essere certi del suo Alto e Glorioso Patrocinio!

 

La Leggenda di San Giorgio

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LA LEGGENDA DI SAN GIORGIO Martire

Prologo:
Tu Spiritu Santu ti ‘ncielu scinnisti
Figliolu ti la Vergine Maria,
subbutu alla bon’ora ti partisti
cacciasti n’anima ti la ‘bbifania.
Cussì digni cacciari a me,Signore,
di ogni mali e di mali pinzieri.
Sciamu alla terra di Monte Paganu
‘ddà ha natu n’aspru sirpente
‘ddò ogni mamma a sce’ duna’ la figlia
pi tinerlu tranquillu e cuntente.

“Osci tocca a me, Signore Dio,
vado alla morte che mi ha dato Dio”
’ddò la purtamu sta crona ‘ncrunata,
mancu ci fosse Diu simigliata ?
Ret’a nu muru ‘nci la sce’ lassara
chjanancennu e lacrimannu l’accumpagnara.

Mo si prisenta nu giovini ‘ncavaddu
era San Giorgi e santu cavagliere
armatu sceva, senza nisciunu pinziere.
“Donzella, ‘ddò ste ve sola soletta,
sola soletta senza cumpagnia?”
“ Vocu alla morte ca m’ha datu Diu”
“ Assièttiti nu pocu mia dunzella,
quantu mi cierchierai nu pocu la testa.”
Sùbbutu la dunzella s’ha ‘ssittatu
la testa a Santu Giorgi l’ha ‘ncirchiatu.
Mo ci sa vistu la testa bagnata
sùbbutu all’arme della sua donzella:

“ C’ete dunzella mia ca sempre piangi?”
Mo vene lu dragone e a me mi mangia”
Sùbbutu Santu Giorgi s’ha misu all’impiedi
‘ngruppa allu suo cavallu l’ha minatu,
sùbbutu lu sirpente dette nu ballu
toccò li piedi di lu suo cavallu.
“Apra la bocca nigru serpente,
ca ti vogliu mina’ la criatura!”

Sùbbutu lu sirpente aprìu la vocca
San Giorgio li minò la lancia ‘mmocca.
Mo risposi n’Ancilu dal cielo:
“Ferma lu puzu Santu Cavagliere
ferma lu puzu Santu di facore
oggi t’è ‘uadagnatu nu grande onore:
ti stu paìsu si’ Santu protettore”.

Questa é la storia di Santu San Giorgi
‘iata ci la sape e ci la dici,
a ci la dici tre vote la dìa
ni caccia n’anima di la ‘bbifania,
A ci la dici tre vote la notte
libbera n’anima di la mala morte,
A ci la dici di cori e d’ammente
ni caccia n’anima di lu focu ardente.

Testo di Anonimo, ricostruito dal Maestro Cosimo Quaranta e da Anna Marinelli

Madonna della Camera

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Leggenda della Madonna della Camera.
Narra la leggenda che nei secoli scorsi scoppiò una spietata guerra
fra il principe Orsini di Taranto, confederato con i baroni
di Puglia, e re Ferdinando di Napoli. Ambedue chiesero aiuto
a stranieri, che per essere tali, non si dolevano di
saccheggiare e di scannare.
Chiese abbattute e interi casali rasi al suolo (tra cui
patrello), la soldataglia cieca raggiunse e dette alle
fiamme Mennano,poi si sparse per la vasta piana a
distruggere e terrorizzare, allorchè scorse un abituro ancora
in piedi. Il capitano ordinò che si abbattesse la fragile porta,
ma quella resistette. Turbato, allontanò la truppa e bussò
dolcemente alla porta,che subito si schiuse,forse perchè si
concede all’umiltà e alla buona grazia quel che si nega alla
violenza.
Nell’interno dell’unica camera, ai piedi della Vergine col
Bambino,dipinta sulla parete di fronte, prosternati vi erano
contadini in preghiera e fanciulli spauriti.
Abbacinato dallo sguardo saettante della Vergine, il duro
capitano-che era giovane e bello- si fece il segno della croce
e, adunati i suoi uomini che volgevano a distruggere Rocca,
ordinò loro di ripiegare verso il mare, reimbarcando con loro,
onde Rocca fu salva.
E’ il giovedi in albis.
I giorni innanzi e la stessa santa domenica di Pasqua,erano
state ancora rovine e morte,e mute le campane della valle
sotto i crolli e gli incendi.
Cristo non risorge dove l’odio divampa!
Quel giovedi -partiti gli uomini della violenza- le campane di
Rocca indenne annunciarono ai sopravvissuti la Pasqua del
Signore.
Così canta la leggenda.
Correva l’anno 1462.
A memoria dell’evento, la Vergine del miracolo,prese il nome
della solitaria C a m e r a fra i campi. Lo stesso nome
C a m e r a assunse l’intera contrada e,poi,anche col nome
Maria Camera furono battezzate molte bimbe che da quel giorno
nacquero a Roccaforzata. Presso i ruderi di Mennano fu elevato
un Santuario e sopra l’altare fissato il tratto di parete con
l’effige dipinta della Vergine col Bambino.
Da allora pellegrinaggi e devozione.

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Contributo del Maestro Cosimo Vizzarro

Stralciato da studi e ricerche di Giuseppe Miccoli.

Catene di seta

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2015-03-24 PAPAVERI E MARGHERITE

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(per le margherite gialle ringrazio Francesco Vena)

 

No no, tu non potresti abitare dalle mia parti… rimarresti affascinato dalle stradine di campagna ricoperte di fiori inimitabili… il giallo delle margherite il violetto delle malve… il rosso conturbante dei papaveri… il bianco dei petali piccolissimi della odorosa camomilla ti incatenerebbero… e tu non chiederesti altro che di restare per sempre qui… incatenato a queste zolle che si vestono di seta multiforme… questi tratturi non hanno catene ma ne rimarresti ugualmente incatenato… gli occhi tuoi non chiederebbero altro che di Guardare… non sapresti dove volgere lo sguardo… dall’altra parte della strada… ci potrebbe essere una macchia di colore che non conosci!

Sì, sì, se tu venissi al mio paese, non te ne partiresti mai più!