Archivio | agosto 2014

Cartoline del mio paese

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Facendo parte di un GRUPPO di Facebook chiamato CON IL BIANCO E NERO NEL CUORE sono venuta in possesso

di alcune vecchie cartoline del mio paese, San Giorgio Jonico, cartoline in B/N naturalmente, suggestive, rare, bellissime.

Il possesso di cui parlo è puramente virtuale, in quanto la proprietà  delle stesse  è riconosciuta ai rispettivi proprietari.

Quanto a me, per non smentire la mia “fama” di cercatrice di pepite d’oro del passato e inseguendo e perseguendo tenacemente le tracce della nostra storia locale, fatta di tracce, di sapori, di colori, di voci e di volti,

penso che un post del genere sia davvero una cosa preziosissima per quanti  passano quotidianamente dal mio blog

per fare un …rifornimento di Ricordi!

Cacciare le mosche…

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Cacciare le mosche

Nel terzo millennio può apparire ridicolo solo leggere questa frase, in verità tempo addietro, prima di mettersi a tavola, specie d’estate, si usava “cacciare le mosche”.
Una persona batteva la porta con le imposte chiuse per creare un po’ di buio nella cucina, un’altra persona con uno strofinaccio agitava l’aria e convogliava le mosche
verso quella feritoia di luce che appariva e scompariva dalla porta. Era un utile esercizio per mangiare in santa pace senza essere assillati e disturbati dalle mosche… specie se non c’era più Ddt nella famosa “pompa ti lu flittu!

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Negli anni passati quando mi trovavo a passare da Via Corsica, all’altezza della casa di Paskalina para-para, molte volte mi imbattevo nella figura di Cosimu Savinu, nell’atto di intrecciare panarieddi di tutte le misure. Non che Cosimu fosse un cestaio di professione, lui amava intrecciare cestini per puro diletto. Ed era particolarmente bravo nell’intrecciare canne e “vinchicieddi” ovvero Verghe tenere e duttili per poter realizzare il fondo e la parte superiore dei cestini. Accanto a sé aveva qualche semplice arnese come coltello, punteruolo,un piccolo seghetto e fasci di canne finemente tagliate tutte di una misura, come se le avesse misurate ad una ad una.
Qualche volta entrando nella casa della mia amica Palma vedevo sui mobili della cucina, in bella mostra tutta una serie di panarieddi piccoli, grandi e di altre misure, tutti messi in esposizione come suppellettili preziosi.
Questi semplici contenitori erano di grande utilità dovendo trasportare frutta deperibile, oppure quando si andava a funghi, quando il contadino doveva portare a casa qualche grappolo d’uva.

I frutti si depositavano nel paniere con molta delicatezza e così, respirando dalle feritoie, restavano freschi fino all’arrivo a casa.
Oggi sono pochi coloro che costruiscono i cesti anche perché l’uso delle materie sintetiche ne ha messo in crisi la produzione. Gli stessi contadini utilizzano, per la raccolta, cassette e contenitori di plastica al posto dei cesti.
Per fortuna però, dalle nostre latitudini si può ancora ammirare la certosina arte dei cestai. Durante la festa patronale dell’anno scorso ho avuto il piacere di vederne uno che si è lasciato fotografare volentieri, e lì, nel suo sguardo, ho potuto cogliere un lampo d’amore di questi artigiani in via di estinzione, verso le cose belle, umili e semplici, della nostra civiltà contadina.

Strudel di fichi e cocco

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Quando iniziano ad abbondare i fichi, e me ne regalano sempre con molta generosità, cerco di mangiarne qualcuno finché sono freschissimi. Eh! Sì, sono cannaruta e questo è risaputo.
L’altro giorno in occasione del mio compleanno ho preparato per la prima volta in vita mia uno strudel farcito di fichi che si è rivelato favoloso ed è stato molto apprezzato dai miei ospiti.

Ricetta inventata, dosi inventate e ingredienti inventati.

Ho sbucciato una decina di fichi di quelli più maturi, li ho aperti e 4 e li ho messi a cuocere in un tegamino con un po’ di latte, dopo 5 minuti di cottura essendo il prodotto molto morbido vi ho aggiunto qualche cucchiaiata di farina di cocco, e mezzo bicchiere di Plastica, di Amaretto di Saronno, che avevo in casa. ho grattugiato la buccia di un limone ancora verde che avevo nel giardino…
Ho preso una confezione di pasta sfoglia surgelata, l’ho stesa aiutandomi con il matterello e vi ho adagiato un primo strato di confettura…se mi è consentito il termine…una farcia sottile lungo tutta la lunghezza della pasta sfoglia, poi ho rigirato su se stessa la pasta e ho aggiunto dell’altra farcia, fino a quando non se n’è potuta mettere più. sulla parte terminale del Rotolo ho inserito delle rondelle di buccia di limone… ho chiuso bagnando con un poco di latte per saldare bene il tutto.
Ho infornato nel forno precedentemente riscaldato a 250 gradi per circa mezzora, finche non è risultato bello dorato. A fine cottura ho spolverato lo strudel con una delle tante bustine di zucchero vanigliato che si accumulano in cucina dopo le feste di natale…
Cosa ne dite?

Il grido di quel dolore mi pervenne

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Il grido di quel dolore mi pervenne
Il fragore di quella esplosione
mi raggiunse
nella nicchia di carne materna,
il grido di quell’immenso dolore
mi pervenne
perforando le placide acque placentari
dove ancora mi libravo
priva di ogni peso;
Il fungo divenne simbolo d’inquietudini,
Enola fu l’artiglio che seminò la morte,
il maglio di metallo che
disperse la speranza.
L’ urlo di milioni
di bambini fu onda anomala
che pervenne alle mie orecchie
non avvezze ancora
ad udire il proprio pianto,
spense la tremula candela del sorriso
da pupille vergini
Mia madre in quell’ora fatale lanciò un grido:
io nacqui recando negli occhi
le stigmate di un dolore
che da quel momento fu anche mio
e da quel giorno
ancor non m’abbandona
rendendo funesto
il dì della mia festa.