Archivio | settembre 2015

Tracce della cultura Arbëreshë

comignolo albanese di Via S. Veil

comiglio via simone veil

Comignolo albanese di via C. Battisti, foto di Anna Marinelli

Comignolo albanese di via C. Battisti, foto di Anna Marinelli

Gli albanesi vennero in Italia a più riprese: la prima volta si stabilirono in Calabria e in Sicilia, tramite legioni di soldati chiamati da Re Alfonso 1^ di Aragona per domare la rivolta dei Baroni calabro siciliani.

Finita la rivolta molti soldati restarono in quelle terre, abitandole, popolandole e trasmettendo la loro cultura, le loro tradizioni, gli usi e i costumi di cui si trovano tracce e vestigia ancora oggi, specie in Catanzaro e a Taormina dove esiste ancora un vero e proprio Quartiere degli Albanesi.

La prima grande ondata degli Albanesi nel nostro territorio, e in Puglia in generale,

si ebbe quando, Giorgio Castriota Skanderbeg, alla fine del XV secolo, ottenne da Re Ferdinando I^ di Aragona di insediarsi con la sua gente sui casali  distrutti del Principe di Taranto, Giovanni Orsini.

Le tracce che testimoniano la presenza di popoli albanesi nell’area Jonico salentina sono abbastanza significative e formano quella area, detta Arberia Tarantina.

Se ne trovano in maggior numero nella vicina San Marzano di San Giuseppe, i cui abitanti  conoscono e parlano ancora la lingua albanese detta Arbëreshë, che deriva da Arbër, come si chiamava l’Albania al tempo di Skanderbeg, ma ve ne sono anche in Carosino, San Marzano, Roccaforzata, Faggiano, Montemesola, Monteparano e San Giorgio Jonico. Questi paesi, pertanto furono ripopolati dagli Albanesi sia perché dovevano sfuggire dalle invasioni Turche ma anche per seguire il valoroso condottiero Giorgio Castriota Skanderberg.

Fragagnano manifestò incompatibilità con gli abitanti indigeni e gli albanesi furono mandati altrove; Monteparano nascerà proprio dalla fuoriuscita di cinque famiglie albanesi dimoranti nel feudo di Fragagnano. Faggiano, come San Marzano, hanno conservato molte usanze albanesi (abito, acconciatura, danze, banchetto nuziale) fino ai primi anni del ´900. In Faggiano  si trovano le vestigia della Chiesa di Santa Maria di Costantinopoli situata in Via per San Crispieri, e in San Marzano c’è il Palazzo Casalini, dimora del primo albanese, un certo Demetrio Capuzzimati, ed alcuni discendenti di Giorgio Castriota Skanderberg.

Inoltre nel centro storico di questo comune tarantino sono visibili ben due comignoli di architettura albanese.

Anche a San Giorgio jonico, sono presenti  tracce molto importanti che testimoniano la presenza degli albanesi, La Cappella Madonna della Croce, di antichissime origini, dove si praticava il culto greco-ortodosso praticato dalle popolazioni albanesi e due  preziosi comignoli che si possono ammirare in Via Cesare Battisti, nel pressi del Castello D’Ayala Valva, e l’altro sulla strada statale che da San Giorgio porta a Taranto, in via  Simone Veil, vicino al negozio “Stil Cucine”.

Quanto mi sono cari questi vetusti  testimoni del passaggio degli albanesi nel nostro paese.

Un altro comignolo è presente nel centro storico di Carosino, mentre a Monteiasi non conservano tracce di questa cultura, se non in alcuni cognomi tipici albanesi.

L’anno scorso ho avuto la gioia di accompagnare in un percorso da me tracciato sulle cose importanti presenti nel nostro paese, importanti per architettura, storia, arte, curiosità, includendo in questo percorso ideale l’antico comignolo albanese, i bambini lo hanno ammirato interessati sommergendo le insegnanti di curiose domande, domande scaturite dalla vivace intelligenza delle future generazioni, affamate di conoscenza del nuovo ma anche di ciò che oggi rappresentano tracce indelebili di una pagina della Storia che è peccato non conoscere ed apprezzare.

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Questa voce è stata pubblicata il settembre 29, 2015, in varie. 1 Commento

Un Pane da Guinness!

http://www.sedicotaranto.it/2015/09/26/taranto-nel-guinness-dei-primati-con-la-treccia-di-pane-piu-lunga-del-mondo/500

Amici fedelissimi di Saporidelsalento, stamani inserendo un link che riguarda la mia Città di Taranto e il suo recente Guinness dei primati, conseguito con la realizzazione della treccia di pane più lunga del mondo, che vi consiglio di visionare, WORDPRESS mi ha comunicato il raggiungimento del mio 500esimo Post sul questo Blog. Mi faccio gli auguri da sola, visto che alcuni dei naviganti della prima ora stanno dando cenno di stanchezza. Quanto a me, spero di non stancarmi ancora e di continuare con tenacia questo che  ritengo un lavoro e un impegno che mi gratifica, al di là dei commenti… è il numero delle visite che conta… e da qualche tempo noto con piacere che si registrano visite da Paesi lontanissimi. Devo e posso ritenermi soddisfatta. Grazie comunque a tutti voi!

Questa voce è stata pubblicata il settembre 28, 2015, in varie. 1 Commento

Panarieddi, che passione.

Festa Uva Soave particolare Porta Verona Strada vino Soave

Negli anni passati quando mi trovavo a passare da Via Corsica, all’altezza della casa di Paskalina para-para, molte volte mi imbattevo nella figura di Miminu Savinu, nell’atto di intrecciare panarieddi di tutte le misure. Non che Mimino fosse un cestaio di professione, lui amava intrecciare cestini per puro diletto. Ed era particolarmente bravo nell’intrecciare canne e “vinchicieddi”  ovvero Verghe tenere e duttili per poter realizzare il fondo e la parte superiore dei cestini  con il manico curvo e ben rigido. Accanto a sé aveva qualche semplice arnese come coltello, punteruolo, un piccolo seghetto e fasci di canne finemente tagliate tutte di una misura, come se le avesse misurate ad una ad una.

Oggi sono pochi coloro che costruiscono i cesti anche perché l’uso delle materie sintetiche ne ha messo in crisi la produzione.

Gli stessi contadini utilizzano, per la raccolta, cassette e contenitori di plastica al posto dei cesti. E’ cambiato l’utilizzo di questi manufatti che sono diventati oggetti da collezione ed elementi decorativi nell’arredamento. Infatti, qualche volta entrando nella casa della mia amica Palma vedevo sui mobili della cucina, in bella mostra tutta una serie di panarieddi piccoli, grandi e di altre misure, tutti messi in esposizione come suppellettili preziosi.

Questi semplici contenitori erano di grande utilità dovendo trasportare frutta deperibile, oppure quando si andava a funghi, quando il contadino  doveva portare a casa qualche grappolo d’uva.

I frutti si depositavano nel paniere con molta delicatezza e così, respirando dalle feritoie, restavano freschi fino all’arrivo a casa.

Oggi sono pochi coloro che costruiscono i cesti anche perché l’uso delle materie sintetiche ne ha messo in crisi la produzione. Gli stessi contadini utilizzano, per la raccolta, cassette e contenitori di plastica al posto dei cesti.

Per fortuna però,  dalle nostre latitudini si può  ancora ammirare la certosina arte dei cestai. Durante la festa patronale dell’anno scorso ho avuto il piacere di vederne uno che si è lasciato fotografare volentieri, e lì, nel suo sguardo, ho potuto cogliere un lampo d’amore di questi artigiani in via di estinzione, verso le cose belle, umili e semplici, della nostra civiltà contadina.

” ‘U panarijdde” .

giornale tarantino fondato nel 1902 da Vincenzo Leggieri 

Cesti, cestini, panarieddi

Cesti, cestini, panarieddi

cestaio al lavoro

cestaio al lavoro

cestaio

cestaio

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Panieri di varia misura e cannicci

Panieri di varia misura e cannicci

Paniere e frutti d'autunno

Paniere e frutti d’autunno

panieri e melograni

panieri e melograni

paniere e ciliege

paniere e ciliege ( Foto di Annino )

 

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Panieri di pere e fioroni, di Gaetano Vizzarro

paniere e peperoncini piccanti

paniere e peperoncini piccanti di Annino D’Amore

 

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Paniere di albicocche; Foto di Cosimo Vizzarro.

 

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Foto mia

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Questa voce è stata pubblicata il settembre 27, 2015, in varie. 5 commenti

I santi Medici, Cosma e Damiano

Devoti di ritorno dal Santuario di Oria

Devoti di ritorno dal Santuario di Oria

fedeli convenuti ad oria per la festa dei santi medici

Fedeli convenuti ad Oria per la festa dei santi medici

il Santuario di San Cosimo alla macchia

ex voto

ex voto

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Il giorno del 26 settembre, giorno in cui si fa memoria dei santi Medici Cosma e Damiano,già dalle prime luci dell’alba una lunga fila di Carretti, di traini, di biciclette,e di ogni sorta di veicolo, carichi di devoti, si recavano presso il Santuario di San Cosimo alla Macchia, così veniva comunemente chiamato il santuario dei Santi Medici  che sorge in una ampia radura in quel di Oria…cittadina in provincia di Brindisi.

La devozione verso questi due santi fratelli si perde nella notte dei tempi e comprendeva un Voto, ovvero, la promessa ai santi taumaturgici, di andare in pellegrinaggio ad Oria almeno una volta nella Vita.

I santi forse, una volta erano più sensibili alle preghiere dei devoti…oppure, prima si sapeva chiedere le grazie col cuore gonfio di fede, per cui molti di coloro che chiedevano una grazia la ottenevano, prova ne è che nel Santuario di Oria ci sono delle sale dove sono custoditi innumerevoli  ex voto che i malati, per grazia ricevuta, donavano ai santi.

In quella Chiesa, non eccessivamente ampia, conveniva gente devota dalle provincie di Brindisi, di Taranto, e persino da Lecce… Molti, moltissimi, giungevano in quel luogo dopo un lungo cammino… Sì perchè andare a piedi a ringraziare i santi per grazia ricevuta, era il segno più alto della riconoscenza da parte dei miracolati.

In seguito ad una miracolosa guarigione, si usava  talvolta far indossare  al miracolato, specie se in tenera età,“l’abito votivo benedetto” del Santo invocato, ed un tempo era consuetudine vedere dei bambini con l’abitino di San Francesco, Sant’Antonio e  di San Cosimo.

Per i pellegrini erano messi a disposizione dei locali, dove,dopo aver assistito alla santa messa, le persone convenute in quel sacro luogo, potevano rifocillarsi, consumando un pranzo al “sacco” come si dice ora.

Poche bancarelle vendevano fettuccine colorate,(ziaredde), statuine dei santi coi loro tipici colori, fischietti e trombette e palline di pezza con l’elastico per i bambini. Si compravano delle fettuccine colorate da regalare ai parenti e agli amici di vicino casa, si portava loro delle figurine dei santi, si tornava a casa col cuore traboccante di fede, soddisfatti d’aver mantenuto fede ad una promessa.

Questa voce è stata pubblicata il settembre 26, 2015, in varie. 4 commenti

Scèscila day!

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Liquore di Giuggiole fatto da me.

Liquore di Giuggiole fatto da me.

allestimento del tavolo

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le bomboniere di giuggiole

le bomboniere di giuggiole

Soltanto pronunciando la parola Giuggiole la nostra mente fa un balzo grandissimo e ci riporta ai tempi  lieti della nostra infanzia, quando le giuggiole erano delle gelatine cosparse di zucchero, dall’intenso colore del pino silvestre Vidal… Sì, sì, anche il Pino Silvestre Vidal fa parte del nostro corredo di ricordi… ma le giuggiole, di un verde smeraldo, erano cose dolci, cose ambite, cose per tutti i bambini che si affollavano davanti ai trabiccoli di ‘Nciulinu o di Pippino Lu cumunistu i quali portavano sulla loro bancarelle viaggianti tutto ciò che poteva essere ambito e desiderato da noi bambini in età scolare. Era un piccolo emporio su tre ruote e ci trovavi le riffe, le cartine, le liquirizie, le mentine rotonde bianche…  le figurine Panini con le foto dei calciatori, dei ciclisti alla moda, delle città più belle del mondo. Si vendeva tutto sfuso… ma loro avevano una sessolina piccola piccola come quella con la quale si prendevano i paternostri quando si vendeva la pasta sfusa… Con un quadratino di carta ti facevano un piccolo cono ripiegato sul fondo e ti confezionavano le più belle cannarutizie del mondo.

A me fanno ricordare la mamma di mio marito, Nonna Lucia, la quale aveva sempre una scorta di giuggiole nei cassetti, ed erano considerate un toccasana  anzi un placebo per ogni occasione. Avevi mal di gola? Subito la nonna tirava fuori le sue giuggiole miracolose. Avevi la tosse? Le giuggiole te la facevano calmare!

E non si sbagliava poi tanto Nonna Lucia, infatti, le giuggiole vantano persino delle Proprietà terapeutiche e vengono utilizzate per  usi medici-fitoterapici:

in medicina orientale, le proprietà terapiche delle giuggiole sono sfruttate per alleggerire i sintomi legati a depressione, affaticamento fisico, astenia, irritabilità e nervosismo. Sembra che queste presunte potenzialità delle giuggiole, attribuite ai frutti dalle culture orientali, trovino un certo riscontro scientifico.

Mio padre buon’anima, quando mangiava le prugne le ciliegie, le pesche le mele cotogne… i kaki ..di nascosto da noi serbava i semi di quei frutti che mangiava ma la cosa non sfuggiva all’occhio attento di mia madre, la quale un bel giorno gli chiese cosa intendesse fare con quei semi… la sua risposta fu tanto inattesa quanto condivisa da tutti noi. Voleva nasconderli in un posto segreto affinché  le nuove generazioni li trovassero, li piantassero e ritrovassero i FRUTTI di una volta, giacché già si iniziava a sentir parlare delle colture OGM ovvero quelle colture e quei frutti Il cui Organismo è stato modificato artificialmente, variandone il patrimonio genetico. Ad esempio, ci sono oggi sul marcato dei pomodori che durano mesi senza che gli venga una grinza…restano sodi, duri come se fossero stati appena raccolti…

Mio padre forse anticipava un’idea di Tonino Guerra, che volle fortemente realizzare un “Museo dei sapori utile a farci toccare il passato”, ovvero, l’Orto dei frutti dimenticati   realizzato a Pennabilli nel 1990 dalle associazioni Mostra Mercato Nazionale d’Antiquariato, Amici della Valmarecchia, Pro Loco, in collaborazione con l’Amministrazione comunale.

Questo singolare Museo degli antichi sapori si trova in  una magnifica posizione nel centro storico, in un terreno abbandonato da decenni, già orto del convento dei frati missionari.

“Panoramica dell’Orto”

Esso consiste in una “raccolta” di alberi da frutto appartenenti alla flora spontanea delle campagne appenniniche, presenti nei vecchi orti delle case contadine ma che oggi, non essendo più coltivati, vanno scomparendo: svariate specie di mele, pere selvatiche, bacche e frutti di bosco che la moderna agricoltura ha allontanato quasi anche dalla memoria. Tra i più insoliti: l’Azzeruolo (piccole bacche rosse o gialle con grossi semi e poca polpa dal sapore di mela), la pera Cotogna, la Corniola (una sorta di ciliegia allungata), il Giuggiolo (che produce delle “olive” dolciastre), l’Uva Spina, la Ciliegia Cuccarina, il Biricoccolo (susina blu con la buccia vellutata come quella dell’albicocca).” ( Nota tratta dal web)

Lungimiranza dei nostri vecchi, sapevano già che la natura delle cose  da allora  si stava lentamente modificando…Ora si trovano i Kaki mela…allora erano impensabili… e ci sono tante altre verdure e altri frutti che non sto qui ad elencare ma se volete fare qualche nome mi piacerebbe interagire con voi.

Questa voce è stata pubblicata il settembre 24, 2015, in varie. 6 commenti

Scèscila day

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Amici e Amiche mie, l’albero delle giuggiole anche quest ‘anno è uno splendore. Giorni fa avevo pensato, appena fossero maturate, di organizzare un incontro amichevole  da me, un pomeriggio  per farvi conoscere questo albero antico, dai frutti rari dal sapore delle mele verdi. Ho pensato di chiamarlo ” Scéscila day”. Ma ieri,  avendo avuto da un conoscente una discreta quantità di giuggiole ho pensato di organizzare questo incontro quanto prima… così potrete assaggiare le giuggiole mature e al contempo “conoscere” l’albero antico tanto caro a Tonino Guerra, il quale, per conservare queste specie ormai rare di frutti realizzò un MUSEO DEI SAPORI PERDUTI… ovvero, quelle svariate specie di mele, pere, bacche e frutti di bosco che la moderna agricoltura ha allontanato dalla nostra tavola ma anche dalla nostra memoria.

Scéscila” è il nome con il quale viene chiamato questo frutto nella zona del tarantino dove risiedo… ma altri amici mi hanno lasciato, in alcuni loro commenti su facebook, come vengono chiamate le giuggiole nei loro rispettivi paesi.Uno scambio di suggestioni, ricordi, sapori perduti che io amo risvegliare in quanti si avventurano su questo mio amato DIARIO.

Questa voce è stata pubblicata il settembre 20, 2015, in varie. 5 commenti

Il Gusto dei ricordi

Murici

Murici

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(Haustellum brandaris (sinistra) e Hexaplex trunculus (destra)

Nel mese di agosto ho avuto la gioia di avere come graditi ospiti a casa mia due giovani seminaristi messicani che studiano in un seminario romano, Paco e Manuel I giorni coincidevano con il mio compleanno, il 7 agosto.

Mio figlio Fabio li ha accompagnati qualche volta al mare perché il mare è la cosa più bella che noi tarantini abbiamo.

Il giovane Manuel un giorno di questi ha raccolto un “ cocciolo” come li chiamiamo noi, anzi per dirla in dialetto noi li chiamiamo “cuèccili” che poi altro non sono che i MURICI,  delle lumache marine dal carapace coriaceo e spigoloso.

(Si tratta di un gasteropode, ossia di quei molluschi con la conchiglia avvolta a spirale come le chiocciole, che vive in mare. In commercio ci sono almeno due specie di murici: Haustellus brandaris (o Bolinus o Murex brandaris) e Hexaplex trunculus, che si preparano nello stesso modo.)(nota tratta dal web)

Lo portò a casa come un trofeo. Come se avesse trovato un tesoro sul fondo marino e…me lo portò a casa chiedendomi di cuocerlo perché voleva assaporarne il gusto. Io ebbi la pazienza di Bollirlo per qualche minuto, estrarlo, condirlo e farglielo assaggiare. Lo trovò gustoso… ma non tanto.

Dopo che furono partiti mi prese un tale desiderio di “Cuèccili” da chiedere a mio marito di comprarne perché non li mangiavo da un’Eternità.

Ne avevo mangiati tanti da ragazza, quando mio padre, uscendo dall’Arsenale di Taranto, dove lavorava, ogni sera portava a casa dei  frutti di mare di ogni specie, in quanto i mitilicultori e i molti pescatori del luogo si disponevano all’uscita dei turni di lavoro davanti al cancello dell’Arsenale per vendere i loro prodotti ittici agli arsenalotti, quasi tutti provenienti  dai paesi della vasta provincia di Taranto.

Con quanta gioia e gusto li ho mangiati, dopo averli lessati, estratti e conditi…come facevo anni e anni addietro… con il companatico dei ricordi tutto assume un sapore diverso…  tutto viene esaltato… tutto acquista valore… o forse no! Può darsi che sia stata la mia bravura di cuoca nel preparare questo piatto prelibato di Murici e presentarlo a mio marito come un trofeo da condividere e gustare insieme a me.