Archivio | dicembre 2012

2012 in review

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2012 per questo blog.

Ecco un estratto:

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Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Questa voce è stata pubblicata il dicembre 31, 2012, in varie. 4 commenti

Usanze barbare di capodanno

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cozze e spuènze

cozze e spuènze

Siamo giunti alla fine dell’anno 2012. Posso fin d’ora affermare che questo anno è stato prodigo di doni e di benedizioni. la famiglia va avanti, la salute è buona, viviamo con la pensione di mio marito dignitosamente.
Nell’approssimarsi della festa di fine anno vorrei parlarvi di una usanza barbara che è stata vigente fino a qualche decennio fa a Taranto, ma anche in tutta la provincia. Ora vi racconto, anche se sono spiacente di non poter documentare con immagini o foto quanto sto per dirvi.
Il cenone di capodanno era quanto di più atteso e sfarzoso si potesse preparare. Ricche pietanze, frutti di mare, pesce, pasta al forno, panettoni, sannacchiutili e carteddate, cavolfiore e carciofi fritti, noci e mandorle, lupini e finocchio, cimette di catalogna crude, rape stufate, coccioli e cozze san Giacomo, ostriche e cozze pelose. E naturalmente lo zampone con le lenticchie (ca pòrtunu furtuna!).
Aspettando la mezzanotte si giocavano interminabili partite a tombola, a sett’e mezzo, a scopa, a ramino, a Monopoli. Per puntare i numeri sulla tombola si mangiavano i mandarini e si spettezzavano a piccolissimi pezzi le loro bucce, altri ricorrevano a pezzi di fave crude, altri puntavano con le lenticchie. Insomma si scatenava la fantasia e chi più ne aveva più ne metteva!
E si beveva! Ora un caffè, ora un rosolio, ora un buon vino di quello che “ha fatto la nonna” e alla fine l’atteso spumante, chi lo preferiva secco, chi lo preferiva dolce, chi moscato e chi Brut!
Fin dalle prime ore serali scoppiavano mortaretti a non finire. Ma il bello doveva ancora accadere! Un quarto d’ora prima dello scoccare della mezzanotte, i papà si affacciavano dal balconcino delle loro abitazioni e per fare felici i bambini accendevano le stelle filanti… anche se alcuni bambini ne avevano paura, loro indefessamente li tranquillizzavano dicendo che non facevano alcun male, “e che erano Belli!!!!”
Nelle strade della città come negli angusti vicoli della città vecchia si accendevano questi che comunemente si chiamavano “Frugoli” per via di quel friccicorino luminoso che emanavano… ma poi con lo scoccare della mezzanotte si udiva di tutto, persino degli sporadici colpi di pistola, o qualche colpo di fucile, o delle vere e proprie bombe, le quali ogni anno avevano un nome diverso! Un anno si chiamavano Pelè, un anno Maradona, o col nome di quel personaggio pubblico che si era fatto più notare.

E si buttavano dalla finestra piatti sbeccati, bottiglie, bidet scheggiati, vasi da notte che ormai non si usavano più. etc etc…
All’indomani la città e i paesi erano invasi da uno spettacolo indecoroso e incivile che per anni è stato perpetrato nella assoluta condivisione e accettazione. Era uno spettacolo indecoroso ma…. nessuno poteva porre argine a questo fiume di immondizia che si riversava sulle strade della città. I poveri netturbini, il giorno di capodanno erano chiamati a fare un servizio capillare per ripulire strade e vicoli da ogni sorta di rifiuto.

Per impedire a qualche gabinetto rotto di cadere rovinosamente sulle vetture parcheggiate sulla strada, i proprietari delle macchine andavano a parcheggiare in zone isolate, lontane dal centro abitato, o a ridosso del “Muraglione dell’Arsenale” o chiedevano a qualche amico o compare che disponeva di un garage di potervi ricoverare almeno per la fatidica notte, la loro autovettura.

Meno male che negli ultimi anni l’usanza barbara è andata via via scomparendo. La mattina del primo dell’anno c’è ancora da raccogliere spazzatura, ma, fortunatamente, sono solo le cartucce vuote dei fucili dei cacciatori caricate a salve, i tappi delle bottiglie di spumante, i rametti di ferro delle stelle filanti caduti di mano ai bambini!

Sannacchjùtili e carteddàte

dolci tipici del tarantino nel periodo natalizio

dolci tipici del tarantino nel periodo natalizio

I dolci che la fanno da padrone nel cuore del Natale sono le carteddàte e i sannacchjùtili, ma anche le friselline con le mandorle,i ricci e gli amaretti, le castagnette e gli angioletti, i taralli col vino e quelli con l’olio.
Se per Pasqua la “colomba” è d’obbligo, a Natale non possono mancare “le carteddàte e li sannacchjùtili”
Naturalmente ogni paese ha il suo nome tipico riguardo allo stesso dolce, nel leccese infatti li sannacchjùtili si chiamano pittorescamente “ purcidduzzi”.
Ho raccolto per voi diverse ricette e questa volta vi parlerò delle carteddàte.
Ingredienti:
1 kg. di farina di grano
200 gr. di olio d’oliva appena caldo ma non bollente
Un pizzico di sale fino
1 kg. di miele.
Il succo di un’arancia
Buccia grattuggiata di un’arancia
Un pizzico di cannella sbriciolata finemente
Preparazione: Impastare la farina con il vino bianco e mezzo bicchiere di olio tiepido e incorporare a poco a poco tutti gli ingredienti. Se l’impasto dovesse risultare troppo duro e il succo dell’arancia non è sufficiente, aggiungere un po’ d’acqua tiepida fino ad ottenere una massa abbastanza tenuta e vellutata.

Fare riposare per circa due ore.

Stendere la pasta con il matterello in una sfoglia molto sottile e ricavarne, con una rotellina dentata, delle strisce larghe 5 cm e lunghe 20; ripiegare a metà nel senso della larghezza pizzicandola ogni tanto poi arrotolare la pasta, in modo da formare una specie di rosetta.

Quando si sarà finito di preparare queste rosette, lasciarle riposare per 8-10 ore e poi friggerle in olio di semi non molto forte perché potrebbero venire scure.
Devono risultare dorate. Fate scolare i residui dell’olio.
Quando le avrete fritte tutte lasciatele raffreddare una mezzoretta.
Riscaldate il miele e versatelo sulle carteddàte già disposte sul vassoio
cospargendole di zucchero ed anicini da guarnizione.

BUON NATALE

Buon Natale da anna

Amici, possa il Bambino Gesù nascere prima nei nostri cuori e poi nei presepi e donare ad ognuno ciè che gli è più necessario, l’amore, il lavoro, la salute, la pace, la concordia nelle famiglie e tutti tutti quei beni spirituali e materiali per rendere la vita più sostenibile!
BUON NATALE a TUTTI

LA LETTERINA Sotto il piatto

La letterina sotto il piatto

La letterina sotto il piatto

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La letterina era una bella usanza riservata ai genitori e consisteva nello scrivere una speciale “missiva“ contenente un tenerissimo augurio rivolto al papà, alla mamma, con un sacco di belle parole e tante, tante promesse. La busta col messaggio augurale veniva nascosta con la complicità della mamma, sotto il piatto del capofamiglia, il quale era, o fingeva di esserlo, all’oscuro di tutto.
Dopo la prima portata, il piatto doveva essere sostituito, ed allora, con grande e gioiosa attesa da parte di tutti, si scopriva la magica letterina. Era il papà a leggerla e a sborsare qualche soldino al figlioletto. A quest’ultimo però, restava l’obbligo di recitare la poesia imparata a scuola. Era, naturalmente, iniziativa degli insegnanti, far scrivere la letterina ai genitori in occasione delle festività natalizie e pasquali. Le letterine erano decorate con disegni a tema e arricchite con porporina argentata e dorata, l’augurio di Buona Pasqua o di Buon Natale era prestampato con caratteri di grande effetto grafico. Ora, nell’era del computer, è possibile ottenere questi “font” anche in casa propria, ma certamente la magia di quelle letterine non è più ricreabile, e resta nel ricordo dei più anziani come un momento di grande attenzione rivolto dai bambini verso i genitori e viceversa.

Questa voce è stata pubblicata il dicembre 23, 2012, in varie. 4 commenti

Li leggende ti Natale

Foto: Salento, come eravamo

Foto: Salento, come eravamo

Stàvunu do’ vicchjarieddi ca ernu crisciutu cincu fili maschili e do’ fèmmene. Loru però stàvunu suli suli, e la sera si mittèvunu vicinu allu fucalìri e spittàvunu li fili cu li purtàvunu ‘nquarche cosa ti mancià.
Li stozzi pi lu fuecu, specie a dicembre, si ni cunsumavunu assaje; lu maritu ti la vecchia li scè pigghjava la matina ti intr’allu uèrtu e li mitteva allu càvutu cu si ssucàvunu e cussì ardèvunu megghju.
Mitti mò e mitti po’, li stozzi si cunsumàvunu e loru alàvunu pi la fame, e si strincèvunu intr’alli manti e intr’alli fisciùli cu si mantinèvunu càviti.
Quannu puteva essere mittèvunu na pignata ti cìciri o ti fasuli o ti fave vicinu allu fucaliri e allu scurèscire si li manciàvunu, cu sale o senza sale, cu oglio e cu senz’oglio.
Ma na vota, lu giurnu ti Natale, li viecchj tìssru ‘nfra loru: – “Osci nonni stonu fave, li cìciri s’onu spicciatu, e lu pane è tuestu ti la sumana passata, C’è criti ca no a ta vinè Giuvanni cu ni porta nquarche cosa??
E si strincèvunu intr’alli manticedde e spittàvunu cu tanta fiducia.
Ernu li ùnnici e no s’era vistu ancora nisciùnu. Tissi lu vecchju alla mugghjere:” Po’ essere ca Giuvanni ha tinùtu ta fa’, ma cretu ca a ta vinè Popolina cu ni porta nquarche cosa pi menzatìa.”
Ma a menzatìa Popola nonci si vitìu.
Chiù tardu tisse la vecchia allu maritu: “ Popolina nonci ha vinutu, po’ darsi ca no ste bona, puviredda cu tuttu lu ta fa ca tene cu tre figghj màschili, e po’ lu tiempu osci è trùvulu, po’ darsi ca nonci po’ vinè”.
E Popola nonci scìu!
Lu fuecu ardèva e lu stommucu ruscèva, e li pòviri vicchjarieddi spittavùnu ca nquarchedùnu li nnucèva nu piatticieddu ti pasta cu do’ purpietti càviti càviti.
“Mugghje’, -dissi lu maritu,- ma Ciccillu no stè ancora a San Giorgi? O javita a Muntiasi?”
“ Ce Muntiasi e Muntiasi –rispunnìu la vecchja– nonci ha scasatu cchjù ca l’affittu ti la casa era assaje!”
Fu allora ca lu turloggiu ti la chiazza sunò do’ colpi.
“Pi la miseria- tissi lu vecchju, -sontu le due”!
“’Spittamu n’otru picca, tissi la mugghjere, no essere sempre senza pacenzia, ca quiri fili tènunu tutti tanta ce ffa!”
“ E spittamu -dissi lu maritu- vitimu ci si ricòrdunu ti nuje!”
“Ce ti ricuerdi quannu nascìu Pippinu?- disse lu maritu- quanta giurni ştasti cu lli duluri? Do giurni e do nuètti a tribbulà ca quiru no si decideva maje a nàscere”
“ Essìni – tissi la vecchja allu maritu- alla mamma lu tulori li passa prestu”
E lu turloggiu sunò le quattru!
“Mitti n’otra stozza- dissi la mugghjere-, ca pò essere ca ni lu pòrtunu quannu spìcciunu ti mancià loru, ce ponnu lassà li fili ‘ntavula pi vine’ addo nuije”- disse la vecchja mamma, cu lu core ti mamma ca tutto pirdona e tuttu si faci passa’ ti ‘ncueddu.
Ma po’, si ni scèra alla papagna tutt’e doje, e si fècera nu paru t’ore ti suennu.
Scinnìu la sera, ti ret’alli laştri era scuru, intr’allu uèrtu lu vecchju nonci si la sintèva cu sceva…li stozzi s’èrnu cunsumàtu, la manticedda ca tineva’ncueddu si n’era catutu e iddu nonci si puteva gghica’ cu si la mitteva ncueddu, la mugghjere sta durmeva e nonci la vule’ ddiscitava.
Sunàrnu li nove ti sera, no si sintèva nisciunu camina’, stàvunu tutti intr’alli case loru, a ci sciucàva a tombola, a ci sciucàva a scopa, a ci si bbiveva l’urtimu gnuttu ti mieru…
A ci si rrusteva do lampasciuni, o do patane intra la fracera…
Mato’ quanta cose si mmagginava lu vecchju, era la fame ca lu faceva spruluquià.
Sintèva tanta ardòre ca li facèvunu vinè lu spilamiéntu ti lu stòmmucu, lu fuecu s’era stutatu, e la mugghjere turmeva e no si muveva mancu nu picca!
A nu certu puntu si dicidìu cu la chiama e la chiamò nu paru ti vote: “Ginuve’, Ginuveffa!!!!
Ma Ginuveffa nonci si discitò!
Chiamò n’otra vota: “Ginuveffa!!!”
E Ginuveffa nonci si discitò!
La cutulò nu picca e Ginuveffa mmuccò ti l’otra vanna.
Allora puvirieddu a jddu, li viniù nu toccu e catìu ‘nterra cu la facci ‘ncueddu alla mugghiere.
E cussi l’acchjàrnu lu giurnu dopu, lu giurnu dopu Natale, quannu li 5 fili si ricurdarnu ca tinèvunu na mamma e n’attane.
Lu giurnu ti Natale, loru èrnu manciatu e bivutu e si dicevunu ‘ntra di loru:
” Ce criti ca no l’ha purtato Giuvanni nu piattu a tatà?”
E Giuvanni diceva:
“Ce criti ca no l’ha purtatu Popolina nu piattu a mamà?”
E Pitruzzu, l’otru figghju ca a Natale era manciàtu cu dùdici ‘nvitati, s’era calmatu la cuscienza dicennu:
“Ce criti ca no l’ha purtàtu Cuncipita ieri nu piattu alli vicchjarieddi nuestri?”
Ma no l’era purtatu nisciùnu nu piattu di cucinatu alli ginitori; e po’ no mi diciti ca lu pruverbiu nonci àve raggione quannu dici:
“Nu picu campa a cincu pichi ma cincu pichi no càmpunu nu picu”!

NOTA:
Rielaborazione di un racconto popolare che si perde nella notte dei tempi.