Archivi

Cose d’altri tempi

battesimo

 

La cummare vera e la cummare ti l’ogne

Il bambino veniva al mondo con l’aiuto della “mammara” l’ostetrica comunale che aveva in cura la donna incinta e la seguiva fino al parto e ancor di più fino alla caduta dell’ultimo residuo di cordone ombelicale del nascituro. La levatrice, come si chiamava una volta, si recava quotidianamente in casa della neo mamma, aiutandola a fare il bagnetto al neonato e consigliandola nei piccoli problemi post partum che si dovessero presentare .

Si battezzava il neonato quanto prima e i padrini e le madrine dovevano essere necessariamente scelti tra i testimoni di nozze, almeno per quanto riguardava il primo figlio. Tagliare la prima volta le unghie al neonato era un privilegio “minore” affidato ad una persona amica, una vicina o una parente.

Era un rito semplice e simpatico: per tagliare le unghie al piccolo il quale quando piangeva e frignava si graffiava tutto il visetto con le unghie affilate come lamette, si prendevano delle forbicine sterili e si procedeva al taglio delle unghie. Fatto ciò la “cummare ti lògni” regalava al “sciuscètto” una piccola somma di denaro o altro oggetto prezioso.

Fino ad un anno e oltre, il bambino veniva fasciato con una fascia stretta tessuta al telaio da abili tessitrici… e restava fasciato fino al raggiungimento del primo anno. Poi a grandi passi il figlio cresceva, si metteva a scapolare nel girello, un rudimentale strumento di legno nel quale si introduceva il bambino per lasciarlo scorrazzare in casa e sollevare finalmente la madre dal suo dolce peso.

E poi c’era la “Scannedda” un seggiolino port-enfant ante litteram; la nàca (la zana, di pascoliana memoria), una  culla rustica di legno a forma di cesta ovale, che poggiava su due supporti a base convessa, da potersi far dondolare col piede. E poi si usava cantare le ninne nanne, “nazzicando” il bambino seduti su una sedia di paglia… nel cuore della notte, perché “lu tàta èra scè ffatià”!

zana

 

Annunci

Noi che lasciammo il sole

12512746_10209050405927662_1100281296099751847_n

 

 

 

Noi che lasciammo il sole

per garantirci il pane

ed un futuro meno greve d’incertezze;

noi che non conoscemmo altro sangue

se non quello dei grappoli maturi; altra carne

se non quella delle spighe ridenti;

che non conoscemmo altra terra se non quella dei padri:

noi ora siamo qui, sradicati come l’ulivo dalle zolle.

Noi che lasciammo il sole e le case imbiancate

per servire una patria senza connotati

se non quello dello “stivale” che ci impressero nella fanciullezza;

noi, ora, guardiamo senza vedere

le cime di questi monti ammantati di neve,

mentre laggiù ancora si vendemmia, cantando.

Noi che lasciammo il sole

e l’abbraccio materno

senza più avere per mano la valigia di cartone,

noi, con gli occhi abbagliati

di mandorli in fiore,

guardiamo con sgomento questa neve,

mentre laggiù

qualcuno sta essiccando i fichi al sole,

al caldo sole del profondo sud.

Sugli sposi, il corredo, il pranzo…

cettina[2]IMG_0840fiora caffio 4li fazzuliettiMario il mago delle acconciatureITALIA-2013-04-08-12-36 001431940_631727260187937_41516519_n[1]1544360_10202765066921084_1064098255_n[1]

Quando ci si sposava, qualche giorno prima si esponeva la dote agli sguardi dei vicini, dei parenti, delle amiche. Si allestiva un baldacchino e si metteva in bella mostra tutte le lenzuola, gli asciugamani, i copriletti, il pentolame, ecc. ecc. Per l’occasione si usava dire: un corredo a pann’a dieci, a pann’a otto, ecc. per significare che la sposa o lo sposo portava in dote dieci lenzuola, dieci coperte, dieci servizi di piatti, ecc. Era in uso, anche una strana usanza, detta “ti la zita scinnuta” cioè di quella ragazza che veniva rapita contro la sua volontà o si faceva rapire con suo stesso consenso per farsi sposare nel caso vi fossero difficoltà economiche in famiglia oppure per “forzare la mano” ai familiari qualora non ci si sentiva accettati. Alla fuga o al rapimento quasi sempre, a denti stretti, seguiva il matrimonio riparatore. La sposa non indossava l’abito bianco degno della purezza, ma un tailleur quasi sempre chiaro e il rito non avveniva nella chiesa grande, all’altare centrale, ma al riparo di sguardi curiosi, in sacrestia o in qualche cappella secondaria.
Il “ Pranzo” di nozze si teneva a casa dello sposo.
Per l’occasione si chiamava un cuoco professionista che si occupava di preparare il pranzo nuziale, costituito da: verdure in brodo di carne di maiale (minestra verde), orecchiette e cannelloni.
Con involtini di carne di vitello o di cavallo, polpette e carne di agnellone a pezzi si preparava il ragù per condire la pasta che doveva necessariamente essere cosparsa di formaggio pecorino paesano; le carni al sugo e l’agnello con le patate cotto al forno erano le ambite portate del “secondo” perché erano piuttosto rari i piatti a base di pesce, specie nei paesi. Carciofi, lampascioni (tuberi selvatici amarognoli) e cavolfiori fritti; verdure crude, tra le quali, sedani finocchi, ravanelli e quant’altro venivano serviti ai commensali invitati per meglio gustare le portate principali. Seguivano noci, nocciole e mandorle,lupini e castagne secche; biscotti di ogni genere (castagnette, paste ricce di mandorle, amaretti, friselline e angioletti) erano la degna conclusione del lauto pranzo di nozze, il tutto innaffiato con vini locali e rosolio fatto in casa, con le essenze.

Era usanza, per i novelli sposi , rispettare un periodo di “dolce clausura” di circa 7 giorni,
( il viaggio di nozze era ancora una chimera) durante i quali erano fatti segno di affettuose premure da parte dei familiari che li fornivano discretamente di ogni genere di “comforts”.
Trascorsi otto giorni facevano la loro prima uscita pubblica recandosi a pranzo dai genitori di “lui” o di “lei”. Nel corredo, infatti, era previsto “L’abito o il Tailleur dell’ottavo giorno”, con il quale gli sposi affrontavano gli sguardi curiosi, ma benevoli di tutto il parentado.

La Domenica successiva alle nozze si recavano presso uno Studio Fotografico , con abiti, accessori ed eventuali…damigelle, per sottoporsi al magico rito della Fotografia

La Cucagna

532544_391767580934555_1852323675_n[1]

Cucagna- ovvero- lu palu ti lu sapone.

Si tratta di un’antica gara che si teneva nelle feste patronali, ma se ben ricordo si faceva soprattutto per la festa del Primo Maggio, giorno della festa del lavoro.
Un lungo palo intriso di sapone ammorbidito, quello che usavano le nostre nonne, con in cima ogni ben di Dio, vedeva misurarsi in indimenticabili sfide tanti uomini armati di…coraggio e buona volontà. Lo spettacolo, al quale assistevano grandi e piccini, era davvero divertente, perché l’impresa era alquanto ardua. La sfida era una sfida soprattutto alla miseria, perché il vincitore, cioè colui il quale arrivava in cima al palo senza essere trascinato via dal sapone, portava a casa un ricco monte premi, costituito da salami, prosciutti, provoloni, pasta e quant’altro si metteva in palio.
Assistere allo spettacolo della Cuccagna, costituiva un momento tanto atteso dalla popolazione intesa nella sua più ampia accezione; giovani, vecchi, uomini e donne, ma soprattutto per i bambini questo era un momento di puro divertimento, un divertimento gratuito, ilare e soprattutto raro.
Io ricordo come in un sogno “lu palu ti lu sapone” nei pressi del vecchio Municipio, all’angolo della Piazza dove insiste la Lapide dei Caduti… ricordo le risate del pubblico e la mia disperazione nel vedere quanta fatica occorreva per arrivare in cima e portarsi via tutto quel ben di Dio.

@ foto reperita sul web

LA FORNAIA

1779303_10202254959487937_1181762039_n[1]le frisellebambola di panebambola di panedisegno

Una volta si faceva il pane in casa e si portava al forno pubblico, anzi, veniva una collaboratrice della fornaia a prelevarlo, adagiato su lunghe tavole infarinate e coperto con coperte di lana.

Ai piccoli di casa la mamma (o la nonna) soleva fare un pupazzo di pane detto lu monicu. (il fraticello)

In estate si utilizzava l’uva passita raccolta pazientemente dalle donne durante la vendemmia, per confezionare un prelibato pane cu lli passili o cu ll’alìe nere

La fornaia conosceva le forme del pane di tutte le sue clienti. Ogni pane, infatti aveva un segno di riconoscimento; il segno di un pizzicotto, di un cerchio fatto col bicchiere, la cifra iniziale del nome e del cognome, e talvolta anche del soprannome col quale si era conosciuti e così, meglio identificati.

Il Lavoro della fornaia era duro e consumava la vita. Davanti alla bocca del forno sempre acceso e alimentato con le fascine delle vigne potate (saramiénti) e delle ramaglie degli ulivi (stroma) si spendevano molte energie.

Molte donne vedove esercitavano questo antico mestiere che permetteva loro di vivere dignitosamente e allevare i figli con il sudore delle loro fronti e la fatica delle loro laboriose braccia.

Un oggetto in estinzione

Qualche anno fa, un bontempone scosse tutto il paese con una domanda: “sapete come si chiamava quel ferro piantato davanti alle case, proprio vicino al primo gradino del portone?” la domanda fu lanciata da un “circolo cittadino”, frequentato da uomini, i quali dopo aver cenato e consumato la famosa Frisella, in tempo d’estate, suole radunarsi nei Circoli, nelle Associazioni varie o semplicemente sulle panchine della Piazza per scambiarsi opinioni di attualità, critiche sull’andamento dell’Amministrazione Comunale, sul tizio e sul caio che si trova sotto tiro e di tanto altro ancora.
La domanda passò di bocca in bocca, di casa in casa, da negozio a negozio, da padre in figlio! Insomma divenne un rompicapo. La risposta che tutti riuscivano a dare era” Pulizzascarpe” e non ce n’era altra che potesse soddisfare appieno l’intrigante richiesta. Quella, naturalmente nella forma dialettale, era la parola più confacente a definire quell’arnese di cui si erano perse le tracce.
nettascarpe copianettascarpe saporidelsalento

Quell’antico arnese, serviva anni e anni addietro, quando le strade non erano asfaltate e quando la maggior parte degli uomini si recava in campagna e tornavano alle proprie case con le scarpe infangate, a ripulirsi alla meglio prima di entrare nelle rispettive abitazioni. E va bene che prima di entrare in casa dovevano passare dalla rimessa, luogo deputato a custodire il traino, e successivamente ricoverare il cavallo, o il mulo nella stalla!!! le scarpe dovevano essere ripulite del “grosso” ovvero di qualche zolla di terra e di fango che si attaccava alla suola, specie dopo esserci stati giorni di pioggia.
Questi famosi ferri in ghisa venivano all’epoca realizzati in Austria e i costruttori li impiantavano su richiesta del proprietario della casa. Erano di diverse fogge, alcuni di gradevole manifattura altri più semplici, denotavano la signorilità e il ceto sociale di chi vi abitava.
Non se ne venne mai a capo di quale fosse il nome dialettale di quell’arnese, anzi, se ne erano perse tutte le tracce anche a volerlo andare semplicemente ad ammirare per riportarlo alla memoria.

Ma un bel giorno, mentre perlustravo Via Corona, alla ricerca di notizie su “Pippinu lu cumunista” che in quella bianca strada aveva abitato tutta una vita, l’occhio mi cadde sul famosissimo ferro! Non potete credere quanto grande fu la mia gioia. Aver trovato un reperto della nostra civiltà contadina mi procurò una gioia grandissima. Trassi dalla mia borsetta la fedelissima Canon e lo ritrassi, per donarlo a tutti voi.

nettascarpe
(In seguito alla pubblicazione dell’articolo, l’amico Cosimo Montanaro mi ha passato, molto generosamente, la foto del nettascarpe che anche lui con somma gioia ha trovato in Via Grazia Deledda, sempre qui, nel mio paese, San Giorgio Jonico, a conferma dell’utilità e dell’uso di questo oggetto in estinzione che non è poi così raro trovare nei nostri paese del Sud. Grazie Cosimo!)

Oggi invece, raccogliendo il suggerimento di Pietro, vi regalo l’immagine della “rasola”, un oggetto, sempre in ferro, che veniva usato dai contadini per ripulirsi le scarpe sporche di fango, (leggi Mogghja). Grazie anche a te Pietro.
rasola