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Noi che lasciammo il sole

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Noi che lasciammo il sole

per garantirci il pane

ed un futuro meno greve d’incertezze;

noi che non conoscemmo altro sangue

se non quello dei grappoli maturi; altra carne

se non quella delle spighe ridenti;

che non conoscemmo altra terra se non quella dei padri:

noi ora siamo qui, sradicati come l’ulivo dalle zolle.

Noi che lasciammo il sole e le case imbiancate

per servire una patria senza connotati

se non quello dello “stivale” che ci impressero nella fanciullezza;

noi, ora, guardiamo senza vedere

le cime di questi monti ammantati di neve,

mentre laggiù ancora si vendemmia, cantando.

Noi che lasciammo il sole

e l’abbraccio materno

senza più avere per mano la valigia di cartone,

noi, con gli occhi abbagliati

di mandorli in fiore,

guardiamo con sgomento questa neve,

mentre laggiù

qualcuno sta essiccando i fichi al sole,

al caldo sole del profondo sud.

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Sugli sposi, il corredo, il pranzo…

cettina[2]IMG_0840fiora caffio 4li fazzuliettiMario il mago delle acconciatureITALIA-2013-04-08-12-36 001431940_631727260187937_41516519_n[1]1544360_10202765066921084_1064098255_n[1]

Quando ci si sposava, qualche giorno prima si esponeva la dote agli sguardi dei vicini, dei parenti, delle amiche. Si allestiva un baldacchino e si metteva in bella mostra tutte le lenzuola, gli asciugamani, i copriletti, il pentolame, ecc. ecc. Per l’occasione si usava dire: un corredo a pann’a dieci, a pann’a otto, ecc. per significare che la sposa o lo sposo portava in dote dieci lenzuola, dieci coperte, dieci servizi di piatti, ecc. Era in uso, anche una strana usanza, detta “ti la zita scinnuta” cioè di quella ragazza che veniva rapita contro la sua volontà o si faceva rapire con suo stesso consenso per farsi sposare nel caso vi fossero difficoltà economiche in famiglia oppure per “forzare la mano” ai familiari qualora non ci si sentiva accettati. Alla fuga o al rapimento quasi sempre, a denti stretti, seguiva il matrimonio riparatore. La sposa non indossava l’abito bianco degno della purezza, ma un tailleur quasi sempre chiaro e il rito non avveniva nella chiesa grande, all’altare centrale, ma al riparo di sguardi curiosi, in sacrestia o in qualche cappella secondaria.
Il “ Pranzo” di nozze si teneva a casa dello sposo.
Per l’occasione si chiamava un cuoco professionista che si occupava di preparare il pranzo nuziale, costituito da: verdure in brodo di carne di maiale (minestra verde), orecchiette e cannelloni.
Con involtini di carne di vitello o di cavallo, polpette e carne di agnellone a pezzi si preparava il ragù per condire la pasta che doveva necessariamente essere cosparsa di formaggio pecorino paesano; le carni al sugo e l’agnello con le patate cotto al forno erano le ambite portate del “secondo” perché erano piuttosto rari i piatti a base di pesce, specie nei paesi. Carciofi, lampascioni (tuberi selvatici amarognoli) e cavolfiori fritti; verdure crude, tra le quali, sedani finocchi, ravanelli e quant’altro venivano serviti ai commensali invitati per meglio gustare le portate principali. Seguivano noci, nocciole e mandorle,lupini e castagne secche; biscotti di ogni genere (castagnette, paste ricce di mandorle, amaretti, friselline e angioletti) erano la degna conclusione del lauto pranzo di nozze, il tutto innaffiato con vini locali e rosolio fatto in casa, con le essenze.

Era usanza, per i novelli sposi , rispettare un periodo di “dolce clausura” di circa 7 giorni,
( il viaggio di nozze era ancora una chimera) durante i quali erano fatti segno di affettuose premure da parte dei familiari che li fornivano discretamente di ogni genere di “comforts”.
Trascorsi otto giorni facevano la loro prima uscita pubblica recandosi a pranzo dai genitori di “lui” o di “lei”. Nel corredo, infatti, era previsto “L’abito o il Tailleur dell’ottavo giorno”, con il quale gli sposi affrontavano gli sguardi curiosi, ma benevoli di tutto il parentado.

La Domenica successiva alle nozze si recavano presso uno Studio Fotografico , con abiti, accessori ed eventuali…damigelle, per sottoporsi al magico rito della Fotografia

La Cucagna

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Cucagna- ovvero- lu palu ti lu sapone.

Si tratta di un’antica gara che si teneva nelle feste patronali, ma se ben ricordo si faceva soprattutto per la festa del Primo Maggio, giorno della festa del lavoro.
Un lungo palo intriso di sapone ammorbidito, quello che usavano le nostre nonne, con in cima ogni ben di Dio, vedeva misurarsi in indimenticabili sfide tanti uomini armati di…coraggio e buona volontà. Lo spettacolo, al quale assistevano grandi e piccini, era davvero divertente, perché l’impresa era alquanto ardua. La sfida era una sfida soprattutto alla miseria, perché il vincitore, cioè colui il quale arrivava in cima al palo senza essere trascinato via dal sapone, portava a casa un ricco monte premi, costituito da salami, prosciutti, provoloni, pasta e quant’altro si metteva in palio.
Assistere allo spettacolo della Cuccagna, costituiva un momento tanto atteso dalla popolazione intesa nella sua più ampia accezione; giovani, vecchi, uomini e donne, ma soprattutto per i bambini questo era un momento di puro divertimento, un divertimento gratuito, ilare e soprattutto raro.
Io ricordo come in un sogno “lu palu ti lu sapone” nei pressi del vecchio Municipio, all’angolo della Piazza dove insiste la Lapide dei Caduti… ricordo le risate del pubblico e la mia disperazione nel vedere quanta fatica occorreva per arrivare in cima e portarsi via tutto quel ben di Dio.

@ foto reperita sul web

LA FORNAIA

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Una volta si faceva il pane in casa e si portava al forno pubblico, anzi, veniva una collaboratrice della fornaia a prelevarlo, adagiato su lunghe tavole infarinate e coperto con coperte di lana.

Ai piccoli di casa la mamma (o la nonna) soleva fare un pupazzo di pane detto lu monicu. (il fraticello)

In estate si utilizzava l’uva passita raccolta pazientemente dalle donne durante la vendemmia, per confezionare un prelibato pane cu lli passili o cu ll’alìe nere

La fornaia conosceva le forme del pane di tutte le sue clienti. Ogni pane, infatti aveva un segno di riconoscimento; il segno di un pizzicotto, di un cerchio fatto col bicchiere, la cifra iniziale del nome e del cognome, e talvolta anche del soprannome col quale si era conosciuti e così, meglio identificati.

Il Lavoro della fornaia era duro e consumava la vita. Davanti alla bocca del forno sempre acceso e alimentato con le fascine delle vigne potate (saramiénti) e delle ramaglie degli ulivi (stroma) si spendevano molte energie.

Molte donne vedove esercitavano questo antico mestiere che permetteva loro di vivere dignitosamente e allevare i figli con il sudore delle loro fronti e la fatica delle loro laboriose braccia.

Un oggetto in estinzione

Qualche anno fa, un bontempone scosse tutto il paese con una domanda: “sapete come si chiamava quel ferro piantato davanti alle case, proprio vicino al primo gradino del portone?” la domanda fu lanciata da un “circolo cittadino”, frequentato da uomini, i quali dopo aver cenato e consumato la famosa Frisella, in tempo d’estate, suole radunarsi nei Circoli, nelle Associazioni varie o semplicemente sulle panchine della Piazza per scambiarsi opinioni di attualità, critiche sull’andamento dell’Amministrazione Comunale, sul tizio e sul caio che si trova sotto tiro e di tanto altro ancora.
La domanda passò di bocca in bocca, di casa in casa, da negozio a negozio, da padre in figlio! Insomma divenne un rompicapo. La risposta che tutti riuscivano a dare era” Pulizzascarpe” e non ce n’era altra che potesse soddisfare appieno l’intrigante richiesta. Quella, naturalmente nella forma dialettale, era la parola più confacente a definire quell’arnese di cui si erano perse le tracce.
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Quell’antico arnese, serviva anni e anni addietro, quando le strade non erano asfaltate e quando la maggior parte degli uomini si recava in campagna e tornavano alle proprie case con le scarpe infangate, a ripulirsi alla meglio prima di entrare nelle rispettive abitazioni. E va bene che prima di entrare in casa dovevano passare dalla rimessa, luogo deputato a custodire il traino, e successivamente ricoverare il cavallo, o il mulo nella stalla!!! le scarpe dovevano essere ripulite del “grosso” ovvero di qualche zolla di terra e di fango che si attaccava alla suola, specie dopo esserci stati giorni di pioggia.
Questi famosi ferri in ghisa venivano all’epoca realizzati in Austria e i costruttori li impiantavano su richiesta del proprietario della casa. Erano di diverse fogge, alcuni di gradevole manifattura altri più semplici, denotavano la signorilità e il ceto sociale di chi vi abitava.
Non se ne venne mai a capo di quale fosse il nome dialettale di quell’arnese, anzi, se ne erano perse tutte le tracce anche a volerlo andare semplicemente ad ammirare per riportarlo alla memoria.

Ma un bel giorno, mentre perlustravo Via Corona, alla ricerca di notizie su “Pippinu lu cumunista” che in quella bianca strada aveva abitato tutta una vita, l’occhio mi cadde sul famosissimo ferro! Non potete credere quanto grande fu la mia gioia. Aver trovato un reperto della nostra civiltà contadina mi procurò una gioia grandissima. Trassi dalla mia borsetta la fedelissima Canon e lo ritrassi, per donarlo a tutti voi.

nettascarpe
(In seguito alla pubblicazione dell’articolo, l’amico Cosimo Montanaro mi ha passato, molto generosamente, la foto del nettascarpe che anche lui con somma gioia ha trovato in Via Grazia Deledda, sempre qui, nel mio paese, San Giorgio Jonico, a conferma dell’utilità e dell’uso di questo oggetto in estinzione che non è poi così raro trovare nei nostri paese del Sud. Grazie Cosimo!)

Oggi invece, raccogliendo il suggerimento di Pietro, vi regalo l’immagine della “rasola”, un oggetto, sempre in ferro, che veniva usato dai contadini per ripulirsi le scarpe sporche di fango, (leggi Mogghja). Grazie anche a te Pietro.
rasola

Soprannomi sangiorgesi

savino F. Paolo

Se i soprannomi avessero un volto, amici miei, questo volto apparterrebbe a Savino Francesco Paolo,
(cicci pàulu savinu) il quale era soprannominato “Sciàbblaecappotto”. Un soprannome che gli derivava dal fatto che, solitamente, indossava una palandrana lunga sotto la quale spesso celava la sciabola, ricordo del suo trascorso di soldato, nella guerra dell’Undici/diciotto.

Già riportati nella pubblicazione “San Giorgio Jonico e paesi di Area Tarantina” di Cosimo Quaranta, ho approfondito la ricerca aggiungendo un altro consistente numero di “soprannomi! Li riporto nel NOSTRO BLOG per la vostra e la mia gioia.

SOPRANNOMI SANGIORGESI

ACQUASALE
ARTIBANO
ARIONNARIO’
ALLONI
LU MULETTU
LA BACOCCA
LA BACUCCU
BALLARINO
BALLACAZONE
BARONE
BOMBO’
LA BEDDA
LA BURRASKA
LU BOIA
LA BARBUTA

LA SETESCITI
BRUCIAFIERRO
BRICANTI
BRECCHISTA
BRUSCONI
BABBARACCHINO
BUTTIGLIONE
CACAFAVE

Cacarone
LU CACATO
CARMELONE
LU CAIOFFO
LU CAFONE

LU CANTANTE
Lu caiffu
CALIOTA
CANNEDDA
CAMPUCOTLA
CAMPICIEDDU
CAMPUSANTIERE
CAMPASULU
CANNUCCIA
CAPPUCCIU
CAPUGRUESSO
CARDILLO
CAPUVIANCU
CARAVIELLO
CANZIRRU
CAPURUSSU
GARIBALDINA
CARVAGNULU
CASBARRU
CASCAREDDA
CRUFFU
CATARONI
CATARARO
CAZONE
CHIOCHIO
COCOI’
CIULLO
CICCULATERA
QUAQUAGLIA
CHIACCHIARONE
CHIANTASPINE
CIANNACIANNA
CILATRA
CIPPUNESE
CINISARU
CINTRONE
CENTUSURVEZZI
CINCUNICHELLA
CINCUSOLDI
CUTUMARU
CUVIZZO
CIENTUMUGGHIERE
COZZICOZZI
CROCI TI ZZIPPRU
CUCULONE
CUCUSIEDDU
CURILLU
CUNTINU
CUTUGNU
CUECCILU
CUZZULICCHIU
DIAVOLO ROSSO
FACHELA
FACCIMUCITA

Facciasckuata
FASCIANESE
FAINA
FATTURIEDDU
FARRICCHIU
FAZZADDIU
FISCHITTARU
FIRRIZZULU

FIZZARU
FRAFFITELE
FUCHISTA
FUNARU
GALLINA
GESUELE
GIUDEA
GHIASCIONE
GIUSAFATTA
TUMASI LU GNURU
IATTUDDU
IAIA’
LA BEDDA
LABBEBBì
LA MORTE
LA SCUTATA
LI LONGHI
LARCIONE
LAMPASCIONE
LA CIUCCIA
LU LUENGU
LA PANARARA
MACCARNE
MAIALLONE
MAMARUCCU
MANCIAZZOCCOLI
MANICADATTONE
MARASCA
MACCARRONE
MARCANTIEDDU
MARCHESE
MARCHICIEDDU
MARTICEDDA
MANCIAPAGGHIA
MACISTE
MESTURIMEDIU
MICHILONE
MILAPEZZI
PICCAMINCODDA
MINNULITU
MIRISSI
MATRICULATA
MOCCACANTRU
MOSCHINBA’
MULETTU
MULONE

MURTICEDDA ( La)

MUSOLINO
MUSTAZZU
MUZZUNARU
MUSUDIPUERCU
NASCELANI
PACCHIESE
PADDONE
PAGGHIARULU
PAGGHIOTTA
PANARARA
PAPARACCHINO
PAPINTU
PARAPARA
PATUVITU
PATUVONE
PANEMUCCU

PASKALE TI LI COZZE
PICCIUNARA
PIRNOCCHILA
PILLARA
PETTLANCULU
PISIEDDU ( GIUVANNE)
PERQUINTO
PIZZECU
PIZZITANGULU
PIATILLU
PIPPINAZZA
PESCIBACCO
PESCIBACCU
pescimoddi…
pesci’ndiavulatu

PICCIUNARU
PICCAMINCODDA
PESCIMUDDU
PILONE
PIRIPACCHIA
PISSICCHIU
PIZZIMIANA
PISCIALIETTU
MILAPEZZE
PORCAVECCHIA
PUMICENA
PUMITORU
PURCARU
PAGGHIOTTA
PUSCIONE
QUAQUAGLIA
RINNINONE
RAMARU
RASPONE
RAMUNNU
RANCEDDA
REGGINADILIFIORI
RINGO
RUNZI
ROSICAVISAZZI
SACCHETTA
SACCONE
SANGUETTA
SANGUFRIDDU
SAPUNARU
SBANTUSU
SBUNNATA
SCARAFONE
SCANCIUNARU
SCANNAPECRE

Scavone
SETESCITI
SKATTRAGNULU
SPARAMIMPIETTU
SPARPAGGHIA
SARCHIAPONE
SCARDENZA
SCARPARIEDDU
SCHIARDINERA
SCUTATA
LA SINCERA
SCASCIACAPASUNE
SPIERTU
SPITICATU
SUTAZZARU
SCUNCUPILLATO
SCIABOLAECAPPOTTO
SCIAMMERICU
SCIARABALLIERE
SUTTILE
TRETTRE
TRATTRALLERA
TRIMMONE
TRENTAPARI
TIPPITAPPI
TAZZIERE
TRENTACAPIDDI
TURCHIARULU
TURMITURMI
UNCIMITUTTU
USCACICIRI

VARNAMINTARU
VASCO ROSSI
VINNACITU
VICHINGHI
VAVUSU
VAVONE
VISSINU
VICCIVICCI
VIRNALLESE
VIRLISCONE
VULANTE
VUZZACCHIA
ZAMPILLA
VIZZIUSU

ZIBBIDEU

ZIUPEPè
ZIMBAZOMBA
ZICRU
ZEZE’
ZANGONE