Archivio | novembre 2013

Liquore di mirtilli

mirtilli

Ho ricevuto dall’amico Pino un insolito, impensabile e graditissimo dono , Un piattino di Mirtilli!!!! Wow!
Un frutto rarissimo da trovare in commercio.
Ho pensato di utilizzarli per fare un ottimo liquore.
Procederò con il solito metodo, ovvero, laverò i prodigiosi frutti, li asciugherò bene bene, perché l’eventuale umidità potrebbe compromettere la buona riuscita del liquore e li lascerò in infusione in un litro di alcool a 90° per un mese circa.
Trascorso questo tempo scioglierò in 400gr circa di acqua tiepida 400 gr. di zucchero, che andrò ad unire all’alcool aromatizzato ai mirtilli.
Filtrerò con cura e lascerò invecchiare per un altro mese ancora.
Penso che per San Valentino, a febbraio, riuscirò a fare uno squisito regalo al mio maritino, da tutti chiamato Signor Marinelli…
Eh! Sì, la fama della mogliettina l’ha oscurato felicemente.
Grazie Pino.

‘Nviernu

1383841_10202030385632054_570268603_n[1]

‘NVIERNU

Ce friddu si respira ‘sta sirata
ce calma ca si sente pi lla strata
ognunu rintanatu ste ‘ntra casa
e nturnu alla fracera ste prisciata.

Nu picca di cinisa ppizzicata
ca puntu puntu scarnisciata vene
cu lla speranza cu si po’ scarfare
lu sangu ca ha ghjacciatu ‘ntra lli vene

e tata core vò conta nna storia
ca li piccinni sapinu a memoria
ci sapi quanta voti l’ha cuntatu
di quannu jddu partìu pi lu suldatu.

Do jatti intra l’òrtiri scamannu
pi lla miseria quanta scamunera,
e lu riloggiu ti mienz’alla chiazza
ni tìci ca so li ùnnici ti sera.

E mo ni scià curcamu,tici mama,
cu lu fisciùlu ncueddu e na scialletta
ca crè matina na m’ azà pi tiempu
la vita è amara, nonc’è ‘na barzelletta.

Mestra Chicchina e li chiavutiéddj

Mestra Chicchina

Stonu certi storie ca onu successu allu paisu mia ca nisciùnu canosce, ma sontu tanta beddi ca quannu li sentu mi rìzzic’nu li carni.
Questa ete propia bedda.
Quannu scuppiò la prima uerra mondiale tutti li uèmmini giuvini érna scè alla uerra pi salvà e difendere la Patria.
Rimanévunu sulu li viecchj. Appusitìu mancàvunu anni sani sani li falegnami, li scarpari, li cuntadini, li massari, li conzacràste, insomma tutti quiri ca tinevunu nu mistiere.
Intr’a San Giorgi stàvunu tanta falegnami, e tutti èrnu sciutu alla putèa di “Mestru” Carmelu Capozza cu si mparàvunu lu mistiere di falegname d’arte fina.
Quannu Mestru Carmelu e l’otri falignami fùrunu chiamati pi scè sott’a l’armi rimanérnu sulu li femmini e li viecchj.
Mo ti vogghju, ca murévunu li cristiani e no stavunu cchiù chiavuti!!!!
Murévunu li piccinni e no stavunu chiavutieddj. Comu s’era ffa?
Tannu li piccinni murévunu puru cu nna freve, ca no stavunu miticini cu si curàvunu.
Ogni giurnu murévunu piccinni, e sirvèvunu li chiavutieddj, tant’è ca quannu sunava la campanedda era lu nsignale ca era muertu n’otru piccinnu.
Allora la mugghjere ti Mestru Carmelu Capozza, (ca si chiamava Frangesca Carafa, zia ti quiru Giuliu Carafa, maritu ti Ratodda ti lu furnu) chiamò cincu se’ femmene e li mittiu tutti a fatià ‘ntra la putea.
Edda ormai tineva l’esperienza di tant’anni ca era vistu fatià lu maritu e sapeva diriggere bona li ‘iutànti sua e li màschili cchiù viecchj scèvunu a Tarantu cu lu travinu e scè pigghjàvunu lu ligname e lu purtàvunu a San Giorgi.
Di tannu ‘sta cristiana cussì attiva la chiamàrnu tutti “Mestra Chicchina” .
Nu titulu ca li spittava di dirittu!

* nella Foto d’epoca Mestra Chicchina e Mestru Carmelo Capozza che stringono con tenerezza il nipotino Giuseppe.

Il debito della Vita

mamma

Oggi, 30 Novembre 1997, primo giorno d’Avvento, un Avvento che sento lontano; sono lontana da me mille anni luce, sono lontana dal varcare la soglia del terzo millennio, chiusa come sono in un bozzolo di nebbia interiore e d’ombra esteriore.
30 Novembre, come suona lungo e greve questo giorno, l’ultimo di un lunghissimo mese durante il quale mia madre ha avuto fortissime manifestazioni di arteriosclerosi. Il fatto ci ha colti di sorpresa tutti; me, mio marito, i miei figli. Tutti.
E’ difficile fronteggiare questa condizione di mamma. Tenere testa alla sua dissociazione, al suo Smarrimento, alla sua alterazione della realtà spazio-temporale.
Questo mese lunghissimo e doloroso l’ho vissuto anch’io fuori di me,
l’ ho vissuto come spettatrice ed interprete.

Un mese, una situazione che il mio subconscio sembra allontanare dal sé pensante e vivente.
Siamo al 30 Novembre, Domenica, primo giorno d’Avvento, e la scala da salire sembra allungarsi all’infinito, la strada da percorrere si aggiunge ad altra strada e la strada è inframmezzata da tunnel tenebrosi che non lasciano intravedere sbocchi di luce a breve termine.
Non ho vissuto questo mese nella mia realtà personale, ma come se io e mia madre fossimo un’unica persona, io e lei in un’osmosi inesplicabile, in una unità ancora placentare.

Questo mese l’ ho saltato. E’ stato come se avessi avuto il potere di librarmi in volo su un ponte di tempo. Al di là dei miei giorni; come se mi fossi ibernata, addormentata, mentre il tempo, i giorni, le ore, i minuti di questo mese mi avessero risparmiato ogni dolore, ogni giorno, ogni notte; le tremende notti passate al fianco di mia madre, nel letto di mia madre. Mi sono state risparmiate le sue allocuzioni notturne, astratte, assurde, incomprensibili.

Mi è stato risparmiato il suono della sua voce, che tocca altezze impensate.
Mi è stato risparmiato il suo verso monotono, il suo lamento, che fa parte di un suo rituale del sonno
che fa addormentare lei e fa impazzire me, e che allontana dai miei occhi quel sonno tanto atteso. Atteso quale misterioso e silenzioso liberatore, quale angelo che viene a spezzare invisibili catene; sonno come l’Angelo di Daniele, l’Angelo di San Pietro. L’Angelo consolatore che non viene ancora.

Ma ecco, quando finalmente viene e le pupille sembrano farsi di granito, un gemito, un fiato, un lamento lo infrange, lo sbriciola, lo dissolve in polvere di sabbia. Ora bisogna ricominciare tutto daccapo.

Ritentare di riannodare le fila di un discorso interrotto. L’orologio digitale sul comodino è l’unico strumento lucido e razionale. Non c’è verso che sgarri di un minuto.

Scorre imperturbabile contro ogni mio desiderio. In fondo, non so’ più se desidero che esso vada più svelto o rallenti la sua corsa per darmi un ultima possibilità di riallacciare quel filo di sonno perduto,
di tempo perduto, di sonno perduto, di vita perduta inesorabilmente.

Sembra quasi che il debito della vita che debbo a mia madre io lo stia pagando in rapporto di 100 a 1’000’000. Discorsi vacui, da sonnambula, ne sono certa, o forse, ecco il dubbio mi assale violentemente, senza nessuna ragione apparente o di rapporto credito/debito, forse proprio questo mio
tempo, questi miei giorni, queste notti, questi attimi vissuti accanto a mia madre rappresentano l’unico tempo vissuto pienamente?

Sia il solo che abbia avuto valore? Sia il solo, come dice Hesse, che sia stato capace di imprimere nella mia vita un solco, una traccia, una memoria tanto “pesante“ che nessun altro tempo, mai, potrà cancellare dalla mia vita e tutti gli altri eventi, avvenimenti, che verranno, se verranno mai per me giorni lieti e leggeri, vissuti o soltanto sognati, anelati con grande nostalgia spirituale, potranno scalfire il ricordo, la via crucis dolorosa che dura da
otto anni di questo immobile tempo.

Ero come un albero in fiore dieci anni fa, ora mi sento spogliata di ogni diritto personale, di ogni capacità di autonomia, di ogni libertà. Ogni diritto e’ stato sacrificato sull’altare del dovere.

Quell’albero in fiore ora appare, anche suo malgrado, agli occhi di tutti come un tronco spoglio di tutte le sue attrattive. Senza più rami, foglie, gemme, fiori e frutti. Senza più alcuna bellezza. Sento nel mio corpo tutto il peso dell’età di mia madre.
Sento in me tutte le limitazioni fisiche dei suoi 85 anni.
Il suo esile corpo e’ pervaso da una autorità, da una forza interiore che sconcerta a qualche volta lascia ammirati.
Lei risorge sempre dalle sue ceneri, come l’araba fenice, ed ora che la veemenza senile sembra accrescere la sua energia, noi tutti, suoi sudditi, giriamo vorticosamente come trottole ad ogni suo comando.

Quando, raramente, viene colta da attacchi di insperata dolcezza e premura materna, questo basta per garantirsi il nostro incrollabile amore e la nostra dedizione filiale, messa a dura prova.

Talvolta mi appare in tutta la sua vulnerabilità, ridotta ad ossa e pelle ed occhi. Occhi grandi, vivaci, penetranti, irati, sorridenti. Ci tiene tutti in pugno. In quel suo pugno ridotto a scheletro, dove le nocche delle dita sono sporgenti e bianche, dove si possono vedere tutte le ramificazioni venose ed arteriose.

Mani che un tempo hanno lavorato, fatto bucati, impastato pane, raccolto il grano, tagliato grappoli d’uva, cucito abitini, rammendato calzini. Ed ora io sto a misurare il mio tempo, il mio lavoro.

Inevitabilmente sono paragoni che non reggono, non possono reggere il confronto, non posso valutare obiettivamente. Adesso il mio discorso sarebbe troppo di parte. Il debito della vita ricevuta non si estingue mai.
Guardo mia madre e per effetto speculare vedo me, vecchia e bisognosa di cure, di premure, di assistenza, di affetto filiale. Ed e’ inevitabile la domanda che sale dai bordi del cuore: “quando il mio Tempo verrà, chi mi sarà vicino a stringermi le mani?”

***
Post scriptum: mia madre è vissuta 92 anni. Ho varcato con lei il terzo millennio e ne ho condiviso due anni. ero sola con lei, quando ho raccolto il suo ultimo respiro. Mi lasciò il 4 aprile del 2002. era un venerdi, alle ore 17, 56. Si addormentò come un passerotto, senza dirmi una parola di addio.

Anna Marinelli

Questa voce è stata pubblicata il novembre 22, 2013, in varie. 1 Commento

Lu “rispicu”

uva sotto spirito

In questo ultimo scorcio di Novembre si svolge in silenzio e proficuamente, un’attività nota a pochi ma tanto attesa dalle famiglie povere. Gli uomini se ne escono da casa la mattina presto e vanno “allu rispìcu”.
La parola vi deve far balzare alla mente la famosa pagina letta sui libri di scuola col nome “La spigolatrice di Sapri”. “Spigolare” una volta non aveva il significato contaminato e degenerato di oggi, poiché oggi mandare a spigolare qualcuno assume un significato dispregiativo: andare a spigolare una volta significava andare a fare una vendemmia gratuita, a raccogliere grano gratis. Dopo la mietitura e dopo la vendemmia, dei grappoli e dei racemi, che si svolge in due momenti distanziati fra loro, era consentito al povero e ai meno abbienti di recuperare le spighe lasciate sul campo e i racemi sfuggiti alle cesoie dei vendemmiatori.
Al proprietario terriero non conveniva pagare il salario a uno o più operai per recuperare quei due o tre plateau di frutto. Pertanto non era perseguibile penalmente l’individuo che entrava in una tenuta e trovato a “respigare…”. I miei vicini, quando tornano a casa con quell’invidiabile bottino, sono sempre tanto generosi con me e me ne fanno dono con gioia .
E’ inutile dirvi che ogni volta che ricevo questi regali, per me è come fare un tuffo nel passato. Mi ritorna in mente mio padre quando ci portava a casa i suoi preziosi racemi, uva fuori stagione dal sapore inimitabile.
Quando capitava che mio padre portava a casa racemi meravigliosi raccolti dai “tendoni” di uva per esportazione, dai chicchi sodi e grossi, mia madre puntualmente ci diceva: “Di questa ne metteremo un po’ sotto spirito”, oppure: “Di questa ne faremo un vasetto all’anice” . E si metteva lì, con la pazienza delle madri sante di una volta, a tagliare i chicchi a selezionarli, a passarli tutti con un tovagliolo pulito a sistemarli in un vasetto di vetro e colmarli di liquore dolcissimo, e a riporli orgogliosamente a far bella mostra nella credenza , in attesa di essere gustati nelle rigide sere d’inverno.

Le due belle meridiane del mio paese

1457546_10202178477774265_244244597_n[1]

LE DUE MERIDIANE

Tempo fa mi fu chiesto di tracciare per alcune scolaresche un ideale percorso culturale da far percorrere ai bambini alla “scoperta” del nostro paese, molti di essi infatti vivono nella nostra bella cittadina senza Viverla, cioè senza conoscerla, senza conoscere gli antichi palazzi, senza conoscere le belle Chiese, senza sapere che esistono numerose edicole votive sulle facciate delle case del centro storico, senza sapere che oltre al castello vi sono le “tagghjate”, senza sapere che abbiamo due belle Meridiane. Ecco è di queste due belle meridiane che vi voglio raccontare… percorso culturale 020

Forse è più nota la prima meridiana, quella recente, che si trova sulla parete di una bella casa ristrutturata nei pressi del Castello,
lì dove inizia la lunga e storica via Padre Giuseppe Zingaropoli
ma che potrebbe anche avere come punto di riferimento il Largo di Piazza Tespi che, come una aiuola di case, circoscrive il Castello e si dirama in diverse direzioni. A ben guardare da vicino sulla parte inferiore di questa Meridiana appaiono i nomi sia di coloro che l’hanno costruita che dei committenti, una vera sorpresa per me che ho potuto ammirarla più da vicino e con una luce favorevole. Si, la Luce del sole ha tanta parte nella buona riuscita delle Meridiane. Pertanto plaudo ai realizzatori Giuseppe Litta e Antonio Quaranta anche per la significativa scritta che in elegante carattere detta:”Transit Umbra sed Lux Permanet”.
Questa meridiana, conserva ancora tutto il suo splendore e i colori vivaci che gli ha dato l’esperto che l’ha costruita…sì, costruita, perché non tutti possono “dipingere” le meridiane…bisogna avere una speciale “competenza” ! Bisogna conoscere la trigonometria, le tabelle del tempo tutte cose che richiedono studio e conoscenza degli elementi necessari alla riuscita della meridiana. Inutile dire che il sole non è al corrente della eventuale ora legale! Se si è quindi d’estate, con l’ora legale in vigore, si deve aggiungere un’ora a quanto indicato dall’orologio solare per ottenere l’ora corretta.
Non tutti conoscono la Meridiana che è sulla facciata della Chiesa madre, la Chiesa intitolata alla Madonna del Popolo. Se ti poni davanti alla bellissima facciata di questa Chiesa, recentemente restaurata, in alto, sulla destra, vicino all’abitacolo di una piccola campanella, scorgerai una meridiana senza lancette, ma con i “segni” delle ore…Pochi prestano attenzione, pochi sanno che esiste, lo sguardo viene attratto dalla bellezza architettonica della facciata che risale al 1700, dalla struttura del Campanile, dalle vetrate policrome, ma credo, anche se potrei sbagliarmi, che siano in pochi a sapere dell’esistenza della Meridiana.
Nei secoli scorsi non tutti si potevano permettere di avere un orologio da polso, si aspettava che l’orologio della Piazza scandisse le ore, la mezzore e il quarto d’ora.
La meridiana della parete della Chiesa non aveva certamente il compito di informare sullo scorrere del tempo tutta la popolazione, ma semplicemente chi si trovava a transitare per quella piccola piazza, che prende il nome della Chiesa che su quel largo fu eretta: Piazza Madonna del popolo.
Certamente all’epoca della costruzione della Chiesa la meridiana fu intesa più come “vezzo” architettonico, come un decoro di un certo pregio, che come “strumento” per segnare il tempo.
Ed è per me sorprendente sapere che esiste, il mio sguardo non manca mai di accarezzarla, di ammirarla, anche se ultimamente,il biancore della facciata e della parete che la espone, è stata aggredita senza pietà dalla patina scura provocata dallo scolo delle acque pluviali.
Belle le meridiane che si trovano nel mio piccolo paese. Se ti trovi a passare da quelle strade, alza lo sguardo e ammirale anche tu.

I Vini di Pino

etichetta Donna Mariarapina etichettarapina di un raggiofiano di avellinole pregiate uve

Amici, questa volta vi racconto la storia di vino davvero originale, sia nel gusto che nella sua denominazione che ha qualcosa di poetico.” Rapina di un raggio di sole”
Questo vino è prodotto dalle uve della Tenuta “ Le monache” del mio amico Pino Nigro, il quale, pur essendo un Ragioniere non disdegna di prendersi cura della sua personale produzione di vino, che è prettamente “ Prodotto per La famiglia e per gli Amici “, come simpaticamente afferma nelle sue etichette personalizzate.
Con quanta passione il Signor Pino Nigro ha confezionato questo pregevole nettare divino.
Quanta fantasia e quanto amore per la terra, i vitigni, i grappoli, i filari.
Il vino che egli ottiene in quantità limitata, è prodotto dalle uve della sua Tenuta, in agro di Taranto, dove i fattori pedoclimatici consentono una produzione di pregiate cultivar di “Greco di Tufo” , di “Fiano di Avellino” e del salentino per eccellenza che è il “Primitivo”.
Il vino che ricava da queste uve, ricche di buoquet austero e vigoroso, è degno delle migliori tradizioni enologiche, grazie all’antica, naturale e amorosa tecnica di lavorazione trasmessa dei padri, ottenendo quella esaltazione delle qualità organolettiche tanto apprezzate dalla famiglia e dai fortunati amici, privilegiati degustatori di questo raffinato nettare degli Dei.
Il colore Rosé e l’elegante Bianco paglierino, nonché il loro profumo e la loro gradevole alcolicità, (circa 13,20) rendono questi vini ideali per accompagnare pietanze a base di pesce, di frutti di mare e carni bianche.
Pino consiglia anche la giusta temperatura che consente una migliore esaltazione del bouquet dei suoi pregiati vini, e suggerisce di servirlo fresco intorno agli 8-10° gradi.
Nel ringraziarlo dei suoi pregiati omaggi desidero dedicargli questo Post e complimentarmi della scelta della denominazione “Rapina di un raggio di sole” che fa invidia ai poeti e a me in primis, mi pare, infatti, il titolo o la chiusa di un bel componimento poetico non da leggere ma da degustare.
Prosit!