Archivio | febbraio 2014

Donne, il cui viso…

Ancora un bellissimo Omaggio dell’Amico Cosimo Montanaro, che ringrazio vivamente. Vi suggerisco di cliccare sul titolo della poesia Linkato e Salvare…solo così potrete visionare il documento accompagnato anche da un supporto musicale…

Donne il cui viso

Un oggetto in estinzione

Qualche anno fa, un bontempone scosse tutto il paese con una domanda: “sapete come si chiamava quel ferro piantato davanti alle case, proprio vicino al primo gradino del portone?” la domanda fu lanciata da un “circolo cittadino”, frequentato da uomini, i quali dopo aver cenato e consumato la famosa Frisella, in tempo d’estate, suole radunarsi nei Circoli, nelle Associazioni varie o semplicemente sulle panchine della Piazza per scambiarsi opinioni di attualità, critiche sull’andamento dell’Amministrazione Comunale, sul tizio e sul caio che si trova sotto tiro e di tanto altro ancora.
La domanda passò di bocca in bocca, di casa in casa, da negozio a negozio, da padre in figlio! Insomma divenne un rompicapo. La risposta che tutti riuscivano a dare era” Pulizzascarpe” e non ce n’era altra che potesse soddisfare appieno l’intrigante richiesta. Quella, naturalmente nella forma dialettale, era la parola più confacente a definire quell’arnese di cui si erano perse le tracce.
nettascarpe copianettascarpe saporidelsalento

Quell’antico arnese, serviva anni e anni addietro, quando le strade non erano asfaltate e quando la maggior parte degli uomini si recava in campagna e tornavano alle proprie case con le scarpe infangate, a ripulirsi alla meglio prima di entrare nelle rispettive abitazioni. E va bene che prima di entrare in casa dovevano passare dalla rimessa, luogo deputato a custodire il traino, e successivamente ricoverare il cavallo, o il mulo nella stalla!!! le scarpe dovevano essere ripulite del “grosso” ovvero di qualche zolla di terra e di fango che si attaccava alla suola, specie dopo esserci stati giorni di pioggia.
Questi famosi ferri in ghisa venivano all’epoca realizzati in Austria e i costruttori li impiantavano su richiesta del proprietario della casa. Erano di diverse fogge, alcuni di gradevole manifattura altri più semplici, denotavano la signorilità e il ceto sociale di chi vi abitava.
Non se ne venne mai a capo di quale fosse il nome dialettale di quell’arnese, anzi, se ne erano perse tutte le tracce anche a volerlo andare semplicemente ad ammirare per riportarlo alla memoria.

Ma un bel giorno, mentre perlustravo Via Corona, alla ricerca di notizie su “Pippinu lu cumunista” che in quella bianca strada aveva abitato tutta una vita, l’occhio mi cadde sul famosissimo ferro! Non potete credere quanto grande fu la mia gioia. Aver trovato un reperto della nostra civiltà contadina mi procurò una gioia grandissima. Trassi dalla mia borsetta la fedelissima Canon e lo ritrassi, per donarlo a tutti voi.

nettascarpe
(In seguito alla pubblicazione dell’articolo, l’amico Cosimo Montanaro mi ha passato, molto generosamente, la foto del nettascarpe che anche lui con somma gioia ha trovato in Via Grazia Deledda, sempre qui, nel mio paese, San Giorgio Jonico, a conferma dell’utilità e dell’uso di questo oggetto in estinzione che non è poi così raro trovare nei nostri paese del Sud. Grazie Cosimo!)

Oggi invece, raccogliendo il suggerimento di Pietro, vi regalo l’immagine della “rasola”, un oggetto, sempre in ferro, che veniva usato dai contadini per ripulirsi le scarpe sporche di fango, (leggi Mogghja). Grazie anche a te Pietro.
rasola

Testimonianze preziose

la paretetestimonianzala parete crivellata copia

tagghjate

Amici, a distanza di qualche anno dalla pubblicazione del mio libro “Tagghjate: Scavando nella memoria”, mi giunge graditissima una testimonianza scritta da un amico che ha chiesto di restare anonimo. Io comunque lo conosco bene e lo ringrazio vivamente del suo interessante contributo dalla valenza storica e ambientale. Grazie M.V.
Per meglio comprendere di cosa parla nel suo scritto, è necessario che vi pubblichi la pagina tratta dalla mia Pubblicazione.

5° CAPITOLO
-La parete crivellata –

Avanzando in quella che è stata definita l’ultima propaggine della murgia salentina, siamo arrivati in una zona delle tagghjate che, sia Ciro Nigro che la mia guida, definiscono “la zona della parete crivellata”. La parete balza agli occhi per questa particolarità; non si hanno notizie certe che ci possano illuminare sulla natura di questa parete.
E’ un parete bassa, accanto alla quale si trova un piccolo passaggio. Decidiamo sul momento di non attraversare quel passaggio, rimandando ad una visita successiva la possibilità di esplorarlo bene…
Lui era animato sempre dalla stessa luce, la fiamma dell’interesse verso le tagghjate non lo aveva abbandonato neppure per un istante; la parete crivellata era una pagina bianca sulla quale ognuno, dotato di un minimo di fantasia, poteva scriverci sopra a piacere.
Nei giorni scorsi è morto uno degli ultimi zuccaturi, a chi chiederemo adesso notizie certe della parete crivellata ?
Le ipotesi che si sono fatte negli anni sono molteplici, tra le più fantasiose… si fanno risalire alla guerra del 15/18, quando nelle tagghjate risuonava l’idioma di una lingua straniera; quando tra le tagghjate si aggiravano soldati ……
La parete era crivellata a causa di una conformazione particolare della roccia, oppure erano stai i colpi di fucile del plotone d’esecuzione dei disertori, che avevano crivellato la parete?
Si sono commessi crimini contro l’umanità oppure si sono divertiti a scaricare i caricatori ed a giocare al tirassegno?
Sta di fatto che questa parete appare come una pagina bianca, dove ogni persona, con un minimo di fantasia, può vergare una storia, in mancanza di notizie certe narrate dall’ultimo superstite, dall’ultimo zuccatore o traviniere che ha lasciato il suo sudore in quel luogo sacro alla memoria.