Archivio | marzo 2020

Pianto

la vigna piange

 

Piange la vigna di mio padre, sotto il dominio del silenzio.

La natura giace prona sotto la sconosciuta dittatura,

che ieri non c’era,

e oggi ha contagiato primavera.

Il sole ha incrociato le braccia attuando lo sciopero della luce.

Il solo  calore che resta è quello delle fornaci che avvampa lo sguardo degli operai

rinchiusi nei reparti dell’acciaieria.

Piange il grano novello sotto una coltre di solitudine,

orfano del contadino che ogni giorno gli rivolgeva sguardi d’amore e abbracci di sorrisi compiaciuti.

Giace inerme il frumento che ieri ondeggiava sotto il soffio musicale del vento. Non si ode neppure un lamento, sotto l’editto del silenzio. Tutto tace.

Tutto tace, anche l’anima mia che non trova più sollievo nell’infilare perle di poesia.

Il pesco che amava indossare fiori rosa, senza vergogna, si adombra e si riposa.

Cade in depressione la terra, e i viticci inanellati non l’aiutano a rialzare il capo, e sperare

che un giorno non lontano,si riesca tutti ad uscire dalle tane, si riesca tutti insieme a riveder le stelle che non saranno mai più tanto lontane.

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Per la bellissima foto ringrazio l’Amico Antonio Mariani.

Dies irae

Dies Irae

Tesso sudari di versi

ma non so a chi lasciarli.

I morti se ne vanno senza lapidi

nel giorno del dies irae.

Ho sul cuore il peso di mille morti

partiti senza bagaglio e senza nome.

un dono prezioso è l’amore

 

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UN DONO PREZIOSO E’ L’AMORE

Signore ti ringraziamo per l’abbondanza dei doni
elargiti a questi sposi, che 53 anni fa
si giurarono Amore perpetuo al Tuo cospetto,
nel sacro vincolo del Matrimonio, per essere
capostipiti della piccola Chiesa domestica
che è la famiglia e chiamati a cooperare
con la Tua Chiesa universale.

Giorni lieti e meno lieti
ne hanno segnato il cammino
ma Tu, Signore, dall’alto li seguivi,
li sollevavi dalle angustie con le Tue braccia di Padre
ed eri pronto a benedire ogni evento felice.

Essi Ti debbono tutto, o Signore,
per questo Ti consacrarono la loro unione,
che tu hai benedetto con la nascita di Fabio e di Alessandro.

Giungere a questo traguardo è stato un Tuo dono,
perchè hai permesso loro di superare le difficoltà
incontrate nel cammino della Vita .

Ti ringraziamo, per l’Amore che hai infuso
nei loro cuori che Tu hai forgiato giorno dopo giorno
come un metallo prezioso,
per renderlo, come dice l’Apostolo Paolo,

” paziente e benigno”
perché l’Amore vero
“ non è geloso non manca di rispetto,
non cerca il suo interesse, non si adira…
l’Amore sopporta ogni cosa,
crede ogni cosa, spera ogni cosa
soffre ogni cosa”.

L’Amore è un Tuo dono prezioso
come la Vita della quale li hai resi depositari
secondo il Tuo Volere divino.

Per questo ti preghiamo, o Signore,
di guardare sempre con occhio benigno la nostra famiglia
affinché possa continuare ad essere
modello della Famiglia di Nazaret e
riflesso del Tuo Amore Infinito.

Amen

Citta Tu, ca màmmita conta (racconto)

 

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Citta Tu, ca màmmita conta

 

In una piccola comunità di contadini, gente semplice e devota, era stata eretta una piccola cappella con il tetto a cono di gelato rovesciato come quelle che si vedono transitando per la valle d’Itria.  Questa sembra la valle dell’Eden tanto è verdeggiante e costellata qua e là di queste antiche abitazioni costruite da abili mani, forse le stesse che costruirono con maestria i muretti a secco.

Sull’aItare di questa minuscola cappella fu posizionata un’ immagine della vergine Maria, a mezzo busto, con una corona da regina, dipinta e colorata in foglia d’oro.

La vergine era ritratta nell’atto di alzare la mano destra, con tre dita sollevate e due piegate morbidamente verso il palmo, in atto benedicente. Quando passavano di là i contadini, i pastori col gregge, le vendemmiatrici, i proprietari di uliveti che dominavano tutta la valle, questi uomini laboriosi, fermavano il gregge ed entravano un attimo a biascicare qualche preghiera in un incerto latino oppure in italiano. Non c’era nessuno che non cogliesse l’occasione, passando di là, di concedersi una piccola pausa e riprendere poi il cammino con più lena. Qualcuno lasciava qualche lira o qualche centesimo in una cassettina di legno sulla cui facciata era stata incollata la stessa figura della vergine posta sull’altare. La cassettina doveva essere circa di 21 cm. di larghezza e 35 di altezza e spessa una ventina di cm.

Sul retro vi era una scalanatura dalla quale passava agevolmente un piccolo foglio di compensato sempre dello stesso colore della cassetta, che consentiva al custode di raccogliere le offerte e provvedere con queste all’acquisto di lumini a cera o all’acquisto di qualche litro di olio per farne lampade votive alla Madonna.

I tempi erano grami, si usciva dalle ristrettezze della guerra, c’era povertà e miseria in molte famiglie.

Ntoniu aveva ricevuto dall’arciprete l’incarico di aprire e chiudere, mattina e sera, la piccola porta di ferro di cui era dotata la chiesetta immersa nel verde.

Un giorno però il brutto demonio, tentò il povero custode:

Uè Nto’piccè no ti pigghj nnu picca ti olliu, cu tti ccuènzi li fave štasera?

No, no, maisìa”, rispose Ntoniu, “la Matonna nò vòle”.

E dai, e pigghitilu nnu picca t’olliu”, insistette il tentatore… “la Matonna no ti dici niente”…

Ma Ntoniu non se la sentiva di approfittarsi dell’olio delle lampade… e timidamente,da buon credente rivolgendosi alla Madonna le disse” Matonna mia, no’ mi tìciri parole, mi possu pigghjà nnu picca ti olliu cu mi cconzu li fave štasera”? E vedendo la Vergine Maria che lo guardava benigna e sembrava anche che lo stesse benedicendo, prese col cuore e la coscienza sollevata, quanto un misurino da un quinto di olio.

Passarono alcune settimane e nuovamente il brutto diavolaccio tornò a tentare il povero custode dicendogli: “Ntò, stasera fave sontu e mugghjerita no tène mancu nna coccia t’olliu… ma cè ti costa cu ti pigghj  nnu picca ti olliu ti qua?, no viti ca ni ste nnu buttiglione?Minchiarì, stasera fav’assutti sontu arretu

E tanta  disse e tanta fece ca lu poviru  scurticone si pigghjiò l’olliu ti lu buttiglione.

Ormai sapeva che la Madonna non gli avrebbe rimproverato niente, lei che è la Madre di tutti i poveri avrebbe approvato silenziosamente.

La storia andò avanti per parecchi mesi, fino a quando il prete che era il responsabile della chiesetta, si accorse che  da qualche tempo l’olio destinato alle lampade scarseggiava.

Decise quindi di scoprire l’arcano.

Si nascose per alcune sere dietro l’altare e vi rimaneva fino a quando arrivava il custode.

Per due, tre, sere non accadde niente, ma una brutta sera, mentre il ladruncolo faceva la solita domanda alla Madonna certo di avere il suo Silenzio /Assenzo… guardandole l’azzurro manto disse: ” Matonna mea, no’ mi tìciri parole, mi possu pigghjà nnu picca ti olliu cu mi cconzu li fave štasera”?   Appena profferì quelle parole si udì una voce irata che disse un sonoro” NO!!!!”  Sembrava che la voce possente uscisse dal piccolo crocifisso che era sempre stato sull’altare… e l’ingenuo ladruncolo certo che il Figlio fosse minore per importanza  alla Madre, gridò a sua volta” Cittu Tu, Ca mammita conta”!!!

 

Libero adattamento di un detto popolare tarantino

 

Taralli all’olio

 

Giorni fa ho pubblicato sul mio Gruppo Facebook, questa ricetta di taralli all’olio, però con la sola spiegazione dialettale…pur non essendo molto comprensibile la ricetta ha avuto un tale successo che nel giro di un paio di giorni ha raggiunto l’invidiabile record di 60 condivisioni. Ora a furor di popolo mi chiedono la ricetta totalmente in Italiano. A malincuore nel pomeriggio, ho riempito il mio senso di reclusione forzata a causa del Corona Virus trascrivendo la ricetta in Italiano, anche se quella dialettale ha una Poesia tutta sua. La condivido con i miei iscritti, sperando che risulti loro cosa gradita.2012-11-taralli all'olio

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Ingredienti

docientu grammi ti vinu biancu,

mienzu cucchiarinu ti sale finu,

docientu grammi ti oglio,

700 grammi ti farina doppio zero

Pepe nero a piacere.

Sfumate l’oglio e minàtilu intr’alla farina, friculàte cu li mani e faciti ‘ssurbì buenu buenu l’oglio.

Minati lu sale finu, lu pepe e continuate a ‘mpastà cu lu vinu biancu.

Fatiati bbona la pasta ca a ta vine’ liscia e lucida.

Pigghiate a picca la vota la pasta ti li taraddi e faciti tanta bastoncini luenghi, po’ taghjàtili ti deci o ti quìnnici cintimetri, faciti nu cerchiu (taraddu) e carcati cu lu tìscitu sobbra alla giuntura ti la pasta pi gghjùtere lu taraddu.

Uncìti cu nu filu ti oglio la spasa e situati li taraddi; li putiti mettere cucchj ca lievitu no ni ste!

‘nfurnatili pi na bona menz’ora a docientu grati.

Pò assìtili e facìtili drifeddere prima cu li livati, ci no si ròmpunu!

‘ripatili intr’a na coppa cu tanta carta assorbente, quera ca si usa ‘ntra la cucina.

No vi li manciati tutti na vota!

200 gr di vino bianco

Mezzo cucchiaino di sale fino

200 gr, di olio d’oliva

700 gr di farina OO

Pepe nero macinato finemente

Fate una fontanella nella farina e metteteci il pepe, mescolate bene affinchè il pepe venga ben distribuito.

Sfumate l’olio e versatelo nella farina, impastando bene finchè l’olio non sia ben assorbito.

Mettete il sale fino e continuate l’impasto col vino bianco, lavorate l’impasto fino a quando non diviene omogeneo e lucido.

Prendete poco alla volta la pasta e fatene bastoncini della grossezza desiderata e fatene tarallini.

Ungete la teglia con un filo di olio e sistemate i tarallini abbastanza vicini in quanto non c’è lievito, meglio se su carta da forno.

Infornare per mezz’ora a 200* finchè non li vedete ben dorati.

Lasciateli raffreddare nella teglia.

Dopo, sistemateli in una coppa con qualche foglio di carta Scottex.

Non mangiatene troppi

abbracci

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Ha fame di abbracci

questa mia anima azzurra

ed i miei occhi

sono orfani dei tuoi sorrisi

che nella notte più nera

sapevano accendere

Arcobaleni.