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Sulla morte ed altre usanze

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SULLA MORTE E ALTRE USANZE

 

Mio cognato Luccio (nomignolo che gli derivava dal nome Raffaele) era un esperto conoscitore degli usi, dei costumi, delle tradizioni e delle superstizioni che ruotavano e vigevano intorno all’evento della morte. Nel sentirlo parlare io restavo affascinata. Anche se poco più che adolescente sentivo fare discorsi su questo argomento, sospendendo qualunque occupazione o rallentandone lo svolgimento e, senza darlo a vedere a nessuno, prestavo orecchio e cuore e mente per riuscire a carpire il senso delle cose che si andavano narrando, magari intorno al braciere o seduti nell’orto o davanti ai ballatoi delle case, le sere d’estate.

 

Quando moriva una persona del vicinato Luccio era il primo ad arrivare presso la casa del defunto, specie se si trattava di un uomo. Quanto alle donne, a comporle, a lavarle, a vestirle, era un compito che attendeva esclusivamente alle donne della famiglia o tutt’al più si accettava l’aiuto prestato con amore da qualche persona più intima.

 

Se la morte era preceduta da una lunga agonia di diversi giorni, si vegliava l’ammalato per “assistergli l’anima”. Non ci si poteva permettere di lasciarlo di vista nemmeno un momento, stabilendo persino dei turni per sorvegliarlo costantemente…

 

Se l’agonia si protraeva per molti giorni… e il rumore del rantolo era costante e straziante per quanti erano vicini al morente, si ricorreva ad uno stratagemma che si riteneva fosse decisivo per accelerarne la morte.

 

Una specie di Eutanasia ante litteram.

 

Si poneva nel letto accanto alla persona agonizzante il giogo dei buoi. Un legno non facile da trovare che poteva eventualmente prestare chi possedeva una pariglia di buoi… e la cosa non era facile, perché possedere una coppia di buoi voleva dire anche essere possidente in un tempo di povertà estrema. Infatti possedere due buoi equivaleva ad avere una Ferrari mentre gli altri potevano permettersi appena appena un motociclo a tre ruote!

 

Il giogo era considerato il simbolo della croce di Cristo… e nel caso malaugurato che l’anima del morente fosse posseduta e trattenuta dal demonio, questi, vedendolo, sarebbe fuggito a gambe levate da quell’anima liberandolo dal suo dominio…

 

Nell’ora della morte infatti, tra Dio e il demonio intercorre una sfida terribile. Satana tenta di sottrargli anime, inducendole ad un atto di disperazione, mentre Dio, Padre Misericordioso, è chino su di loro, raccogliendo le sue ultime invocazioni… attendendo quel “Cristo aiutami” quale lasciapassare per l’aldilà!

 

Quando portare il feretro a spalla risultava un peso insostenibile… si usava dire la frase: “sciàmmene me’” cioè “Andiamo, sù”… quasi a chiedere il consenso a colui che stava abbandonando per sempre questa terra, la famiglia, gli affetti…
Il pietoso compito, che ora viene così facilmente demandato ai componenti delle pompe funebri era svolto con lacrime, preghiere e lamentazioni, le quali cose solo chi le ha viste e vissute le può raccontare.

 

Ho assistito con sgomento al triste spettacolo di coloro che muoiono negli ospedali e distesi su tavolacci di marmo, vengono lavati con gettiti violenti di acqua, come se fossero tronchi di alberi e non involucri di anima, nelle quali, poche ore prima, alitava la fiamma della vita.

 

 

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Nido di spinaci al burro

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Nelle nostre campagne in questo periodo abbondano gli spinaci e le bietole, approfittiamo perciò di quello che la Natura offre in ogni stagione dell’anno. Avendo avuto la disponibilità di un fascio freschissimo di spinaci ha preparato un piatto delizioso, delicato e facile facile:

Pulire e lavare gli spinaci… sbollentarli con l’acqua che si trattengono durante l’ultimo lavaggio per non far disperdere il ferro che contengono in molta acqua.Scolarli e passarli nel burro… farli cuocere 5/6 minuti.
Pepare e salare…fare una fossetta e versarvi un uovo o due a testa, coprire col coperchio per far addensare un poco l’albume. Il tuorlo non deve solidificare.Intingere nel tuorlo bastoncini di pane tostato o pane di grano fresco.

Presepe vivente a San Giorgio Jonico

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Chiusa da poco la seconda edizione della rievocazione della Nascita di Gesù, meglio nota come “Il presepe vivente”.Non sta a me trarre un bilancio, come sono andate le visite, cosa hanno fatto nelle altre postazioni, se le pettole fritte sono state quasi 35 KG. Se il Lattaio ha fatto, 100 litri di ricotta o 200, se i pastorelli si sono un pò annoiati…se il coretto che ha cantato la ninna nanna a Gesù era troppo “popolare”…messo sù fra 4/5 casalinghe…se la gente venuta se n’è andata contenta. Io posso solo riposare tranquilla di aver fatto del mio meglio e con tutta la gioia e la forza che viene dal cuore. Mi sono staccata con fermezza dalle mie apprendiste vasaie che non mi volevano lasciare, non volevano staccarsi da quel banchetto tutto impiastricciato di argilla e colori versati…hanno realizzato due plateau di cavallucci marini, di delfini, di presepi imperfetti ma fatti con entusiasmo incredibile.L’ultimo bimbo mi ha dato un abbraccio forte forte e mi ha chiesto se l’anno prossimo ci sarò ancora a lavorare con l’argilla perchè lui si voleva “prenotare” fin da quest’anno  Ho detto che ci sarò volentieri, se il Signore Vorrà. Allora salutiamoci così: Alla Terza Edizione, bambini cari. Vi abbraccio forte, vostra Anna.

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La lucciola di Natale

Ad adorare il bambino Gesù nella capanna di Betlemme insieme con gli altri animali accorsero anche gli insetti. Per non spaventare il piccolo restarono in gruppo sulla soglia. Ma Gesù, con un gesto delle rosee manine, li chiamò ed essi si precipitarono, portando i loro doni. L’ape offrì il suo dolce miele, la farfalla la bellezza dei suoi colori, la formica un chicco di riso, il baco un filo di finissima seta. La vespa, non sapendo che cosa offrire, promise che non avrebbe più punto nessuno, la mosca si offrì di vegliare, senza ronzare, il sonno di Gesù.

Solo un insetto piccolissimo non osò avvicinarsi al bambino, non avendo nulla da offrire.

Se ne stette timido sulla porta; eppure avrebbe tanto voluto dirgli il suo amore. Ma, mentre con il cuore grosso e la testa bassa stava per lasciare la capanna, udì una vocina: «E tu, piccolo insetto, perché non ti avvicini ?». Era Gesù stesso che glielo domandava. Allora, commosso l’insetto volò fino alla culla e si posò sulla manina del bambino.

Era così emozionato per l’attenzione ricevuta, che gli occhi gli si colmarono di lacrime. Scivolando giù, una lacrima cadde proprio sul piccolo palmo di Gesù. «Grazie», sorrise il bambinello. «Questo è un regalo bellissimo». In quel momento un raggio di luna, che curiosava dalla finestra, illuminò la lacrima. «Ecco è diventata una goccia di luce!», disse Gesù sorridendo. «Da oggi porterai sempre con te questo raggio luminoso. E ti chiamerai lucciola perché porterai con te la luce ovunque andrai».

La notte chiù biata

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La notte chjù biata

 

Ste dorme nu piccinnu ‘ntra la naca/

la mamma lu ste nazzica amorosa /

luntanu si ste sente na zampogna/

Li pasturi ston’a àvinu visiùni.

 

Mo si ni veni nu stuelu di angiulicchi/

cu l’ali bianchi bianchi sbattisciannu/

e Giseppu, ca nonc’è l’attane veru/

si ste dummanna “ce éte stu misteru“?

 

“Uè Marì, ma ce cosa è stu misteru,/

ti stu figghju ca ha vinutu ti lu cielu,/

stu piccinnu ch’è lu Dìu nuestru biatu/

ca lu cielu e la terra Iddu ha criatu./

 

Ca nu Re ste ‘nfassatu ‘ntra na crotta,/

cosa granne ha successu qua stanotte!”/

 

Mo si sèntunu l’àncili cantare/

“Questa notte è la notte chjù biata/

questa notte è na notte ti priscezza/

e pi vuje ha vinùtu la salvezza!”

 

Si scinocchia Maria la Furtunata/

si ricorda ca fu chiamata ti l’àncilu “Beata”/

e fu chiamata puru “Benedetta”/

ti la cuggina sova Elisabetta./

 

Po’ assìu na stella luminosa/

comu no s’era vistu maje a quistu munnu,/

comu no s’era vistu maje a quiri vienti/

e lluminò Bettelemme e puru l’Oriente.