Archivio | aprile 2012

Fave novelle, che passione!

In aprile e in maggio è il tempo migliore per consumare le fave novelle qui al sud e specialmente nel tarantino.

Camminando si vedono cassette di fave e di piselli perchè chi li coltiva ne fa promozione davanti alle proprie abitazioni.

Chi passa è invogliato a comprare dal produttore perchè la cosa è garanzia di sicura freschezza.

Le trovi certamente anche nei negozi..taluni hanno nomi francesizzati come “la Buotique della frutta”

ma nessuno ti può assicurare che le fave o i piselli siano stati raccolti da poche ore appena.

I buongustai lo sanno bene, già dopo alcune ore le fave non hanno più lo stesso sapore…

e i buongustai sono esigenti…altrimenti che buogustai sarebbero?

me ne avevano ragalate tantissime, una borsa grande della Boutique Tagarelli…

famosa famiglia sangiorgese di origine che però si è trasferita da diversi anni a Taranto, nel Capoluogo.

Una Borsona di fave…ummmmm che capu mangiata!

Già pregustavo la scorpacciata che mi sarei fatta..

magari con un pezzo di pane casareccio  di Maria “scarpone” e qualche fettina di salame cacciatorino..

mamma mia…

mi viene ancora l’acquolina in bocca…

però essendo davvero troppe per noi tre di famiglia stamani,

alzandomi di buon ora le ho scgusciate e le ho soffritte con tanta cipolla bianca,

senza code…Non ” li spunsali”, no! ma le cipolle bianche tonde…ora,

se c’era Mimmo Modarelli mi suggeriva senz’altro la qualità e il nome delle suddette cipolle…

per ora non ci pensiamo…

Soffriggete quindi le fave, fate ammorbidire la cipolla, aggiungete il sale e mezzo bicchiere di acqua

e lasciate cuocere col coperchio.

A cottura ultimata, aggiungete due uova…

per gli uomini di casa due uova sono d’obbligo ma per le signore uno può bastare.

Fate rapprendere e servite con pane fresco e un buon mezzolitro di vino locale.

Eccola qui…si chiama “cipolla bianca di Pompei” e si coltiva

Nel territorio dell’Agro Pompeiano, in provincia di Napoli e dell’Agro  Sarnese- Nocerino nella provincia di Salerno, è molto praticata la coltivazione  di un tipo di cipolla di piccole medie dimensioni, dalla forma schiacciata  ai poli e con polpa e guaine esterne bianche con lievi sfumature verdi, motivo  per il quale è denominata “cipolla bianca di Pompei”. Si  raccoglie in primavera, da marzo a giugno e viene commercializzata in mazzi;  per poterne gustare appieno il sapore intenso va consumata molto fresca oppure  utilizzata per la preparazione di conserve.  (note dal web) http://www.agricoltura.regione.campania.it/tipici/tradizionali/cipolla-bianca-pompei.html

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scarciòppili fritti

Comu amu rimasto semplici ti core nuje ti lu meridione….

vulì sapiti nna cosa? Li paisani mia onu statu tanta cuntienti di stu Quadernu ca m’onu fattu tanta ricali…

A ci m’ha purtato nu mazzu ti scarciòppili, a ci m’ha purtatu do borse ti fave di Vùnghili,

a ci m’ha purtato nu cestinu ti frutta… insomma tutti ricali semplici e sapuriti,

comu lu core ti li veri sangiurgisi!

Lu Patrunu ti lu Fievu ca m’ha mannatu li scarcioppili ha fattu megghju ti tutti,

ca subbitu mi n’agghju fattu nu piattu fritti, cu la pastella semplice, cu farina, acqua e sale… ce meraviglia!

Pi la fotografia agghju sciù ‘cchiatu puru nu piattu smaltatu ti quiri ca no si usunu chju!

Ce vi ni pare???

Lu còfunu ( il Bucato di una volta nel basso salento)

Tra le svariate attività domestiche che la donna svolgeva nel passato, c’ era “Lu Cofunu” (Il Bucato).

Quotidianamente si lavavano cose “minute” come fazzoletti strofinacci, calzini, “mienzi fazzulietti” e altro…

ma una volta alla settimana si faceva il bucato più pesante e impegnativo.

Molti non sanno che a quei tempi non si lavava spesso come ora e, pertanto,

era duro aver ragione dello sporco di camicie, mutande, e maglie di lana usate per molto tempo.
Si iniziava a mettere in ammollo la biancheria sporca con una insaponatura generale.

( vi ricordate l’indimenticabile sapone LO FARO?)

L’indomani mattina la donna metteva un pezzo di tavola robusta, alta ottanta centimetri e larga trenta,

(Stricatùro)con un lato piano e l’altro dentato nella tinozza e cominciava a sfregare ritmicamente la biancheria contro la tavola.

Dopo la prima passata, si cambiava l’acqua, s’insaponava e si ricominciava.

Questa volta nell’acqua e cenere. Prima di versare la cenere nella tinozza, la donna vi stendeva sopra un panno bianco(Cirnatùro)

tessuto al telaio a mano, che aveva la funzione di filtro; mentre l’acqua andava giù, la cenere rimaneva sul telo.
insieme alla  cenere si metteva  un ramoscello di alloro o di mortella, arbusti molto diffusi nella macchia mediterranea

che trasmettevano il loro profumo  attraverso l’acqua che sgocciolava, rendendo più gradevole il bucato.

Ai tempi delle nostre nonne non esisteva la Candeggina, né sbiancante di nessun tipo, né ammorbidente.

Ricordo che l’acqua bollente si versava sei o sette volte, solo dopo l’ultima caldaia

di acqua calda si era sicuri che il bucato venisse di un biancore abbagliante.

Le nonne raccontano che sul fondo della Crasta si mettevano i panni delle donne macchiate dal mestruo.

Dalla parte bassa della CRASTA c’èra un foro di scolo  che si sturava per favorire la fuoriuscita dell’acqua.

Poi si tappava nuovamente con un grosso tappo di sughero e si versava la seconda acqua…

dopo alcune ore, prevedendo già che l’acqua si fosse raffreddata, si sturava la crasta, che era situata sopra uno sgabello,

e si lasciava sgocciolare la lisciva, la quale veniva raccolta per ulteriori operazioni di lavaggio.

Le donne ne approfittavano per lavarsi i capelli tenuti in crocchie sulla nuca.

In tempo d’estate, dopo giornate di duro lavoro, il sudore si annidava nelle loro trecce e nel “Tuppo”

tenuto stretto con delle forcine di ferro o di osso di tartaruga.

La terza acqua si lasciava tutta la notte. L’indomani si procedeva al versamento di diverse caldaie di acqua pulita

per l’operazione di sciacquatura, lo strizzamento dei panni a mano, e la loro stesura ai fili di ferro,

tenuti alti da impalcature di grossi pali di vigna, impiantati e solidamente legati

sopra le terrazze o negli ampi orti di casa.

Talvolta il Bucato restava sul terrazzo tutto il giorno  e si ritirava nel primo pomeriggio, prima che scendesse l’ umidità,

perchè altrimenti la biancheria Puzzava Ti Malicieddu, un odore nauseante che l’umidità conferisce ai panni stesi fino a tarda sera.

Un lavoro faticoso e impensabile ai nostri giorni che ci fanno apprezzare ancor più gli sforzi e le fatiche quotidiane delle donne

di un tempo.

Un tempo lontano dalle nostre  abitudini, del quale percepiamo un vago odore di nostalgia.

la serata del “Quaderno degli antichi sapori”

 

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Tonino Guerra, Poeta, scrittore e  sceneggiatore di Fellini e Antonioni scomparso di recente

ha voluto realizzare un “museo dei sapori utile a farci toccare il passato”, e oserei dire,

che anche con questo piccolo quaderno che presentiamo questa sera ci prefiggiamo

di raggiungere uno scopo ben definito, cioè quello della conservazione  e della trasmissione

degli antichi sapori.

Ma questo è solo uno dei motivi per cui  è valsa la pena, almeno per i sangiorgesi,

essere venuti a questa serata.

La raccolta che volutamente ho chiamato “Quaderno” prende a pretesto la ricetta

per sconfinare nel meraviglioso terreno del ricordo,

della  nostalgia, del passato di cui sentiamo il profumo solo a parlarne tra noi.

Il Quaderno, contrariamente al libro, tratta un argomento specifico, infatti c’è il Quaderno di geometria,

quello di italiano, quello di storia,  questo parla dei sapori e dei profumi ormai in estinzione,

da studiare come pagine vissute della nostra storia locale.

Sfogliando il libretto a casa con i vostri parenti non potrete fare a meno

di ricordare…biasinu lu mulinaru, giorgi lu vissinu, pippinucciu miola, antonio campeggio, pascale ti li cozze,

ma anche persone che ci hanno lasciato da poco come l’indimenticabile Pierina Savino

alla quale ho voluto dedicare la pubblicazione e per la quale vi chiedo un grandioso applauso!

C’è una sola fotografia storica nel quaderno che risale agli anni 48/50

che mi ha fornito gentilmente Aldo Russo, che ringrazio.

Nella foto vediamo una piccola rappresentanza della meglio Gioventù

di San Giorgio accanto al trabiccolo del gelataio Giorgio Carrieri,

il padre di suor Romilda e suor Lucia Rosa e  di Mario Carrieri…

peccato che il gelataio non si vede  ma ci basta la consapevolezza di sapere che dietro quel carretto

anche ben decorato…ci sia Lui, Giorgio lu ggilatiere.

Sfogliando il Quaderno vi accorgerete subito che “mancano” alcune delle più note ricette,

fiuri di cucuzza, rape e fasuli, brasciole, mugnulu frittu…Risu paru paru ,

ne sono consapevole, come sono consapevole del fatto che accrescendo il numero delle ricette

sarebbe aumentato il numero delle pagine e  parallelamente a queste sarebbe lievitato anche il costo della pubblicazione,

resa possibile solo con la generosa partecipazione di alcuni sponsor che mi pregio di ringraziare pubblicamente.

Il Panificio Ideal Pane, Il Panificio Fumarola, Il Caseificio San Giorgio, Il Panificio San Giorgio, Il Panificio Cipriano.

Un ulteriore ringraziamento lo devo fare alla Famiglia di Ruggieri Angelo;

quante volte sono andata da loro a farmi raccontare a chiedere ad interrogare su questo e su quello…

Angelo e Vincenzina, sempre entusiasti di intraprendere questi brevi viaggi nel passato

mi hanno fornito, notizie e informazioni sempre utili alla mia ricerca.

Devo a loro la notizia riguardante la festa di san Giuseppe che si faceva negli anni 50/60…

e la sensibilità del parroco e della commissione della festa di portare ai carcerati la massa rizza cu la sarda salata.

Quaderno degli antichi sapori

Carissimo, sono lieta di invitarti alla presentazione del mio

“Quaderno degli antichi sapori” che si terrà giovedì 19 Aprile, alle ore 19,

presso l’Auditorio San Giorgio, (Chiesa Madre).

Sarò felice di condividere con te i sapori di una volta narrati sul filo della memoria.

L’evento è inserito nella programmazione della festa patronale, che come saprai ricorre il 23 Aprile.

Mons. Giuseppe Ancora porgerà il saluto ai presenti e illustrerà la finalità della raccolta.

Presenterà il Dott. Michele Jacca, prefatore della Pubblicazione.

Marilena Piccoli e Domenico Monteleone leggeranno alcune ricette.

La prof. Cristina Nobile dirigerà un piccolo coro che eseguirà un canto tratto dalla tradizione popolare.

Non farmi mancare la tua gradita presenza.

La tua amicaAnna

Orecchiette in teglia

Da quando mi hanno regalato un servizio di tegami di ceramica  da forno

realizzati nella vicina Città di Grottaglie, nota in tutto il mondo per le sue belle Cretaglie…mio marito mi dice sempre una cosa

“perchè non ci prepari le orecchiette al forno come quelle che faceva mia madre?”

e: “quando ci cucini le orecchiette al forno intr’alli tistizzuli?”

Ieri, finalmente, per non sentirlo più ho preparato per il pranzo delle Palme

delle orecchiette che erano la fine del mondo!

le orecchiette, (tipica pasta pugliese che assume svariate denominazioni, dalle “stascinate” alle “chiancaredde”

a seconda della zona geografica della Regione) le ho fatte il giorno prima, per consentire una buona asciugatura.

le uova sode e il sugo anche. Le polpettine le ho fritte in mattinata, infatti

prima di andare a Messa si sentiva già in casa un solleticante profumino!

Ho messo a cuocere in abbondante acqua salata le orecchiette,

le ho scolate molto al dente e le ho sistemate in terrina, farcendole con le uova sode affettate,

la mozzarella sminuzzata, la mortadella, il sugo e abbondante formaggio.

Alla terrina destinata a quel goloso di mio marito ho messo un “segnale” particolare!

Gli avevo messo sul fondo un paio di piccoli pezzi di “Ventresca”

di maiale con la quale ho dato un pò di sapore al semplice sugo.

Ma quantu venunu bbueni li chiancaredde fatti allu furnu ‘ntr’alli tistizzuli di ceramica ti li Vurtagghje!