Archivio | agosto 2018

Sorrisi e spine

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Agosto mi ha lasciato in consegna una scaturigine di Sorrisi… sbocciati durante la Notte dal Respiro di Dio… sembrano trombe di Cherubini che richiamano i miei Sogni dalle sparse lontananze…

Poeti di strada

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E domani saremo in strada, saremo ai bordi della via, a spargere petali di rose a lanciare sassi di poesia. ” I poeti che strane creature” canta De Gregori, ” Ogni volta che parlano è una truffa, Mussolini scrisse anche poesie….”Anche Napoleone scrisse poesie, scrisse lettere d’amore infuocate alla sua Giuseppina, anche se la chiamava “Disgraziata, anche se la chiamava sciagurata…

Un certo Altobelli su Facebook, quando pubblicai la mia poesia ” ebbi per culla un albero di pesco e fui avvolta in petali di rose” mi commentò dandomi della bugiarda, dicendomi che le sparavo grosse..ma lui non sa che i poeti per arrivare alla farina iniziano a parlare di semente… per dire pane dicono “Il frutto della spiga”…il poeta usa un linguaggio perverso…un linguaggio strano che mira a rubarti emozioni sopite nel ripostiglio più segreto della tua anima, mira a suscitare in chi legge dei rimandi emotivi sospesi sull’ arcobaleno del tuo tempo vissuto o ancora soltanto atteso e sognato.

Il poeta è quel venditore di rose che si avvicina al tavolo del ristorante, dove tu stai cenando con la tua bella e ti invita a donarle una rosa…una rosa che non costa niente, una rosa senza prezzo. Quante volte quel venditore di rose viene allontanato con un gesto annoiato della mano… come se la rosa rossa che gli viene offerta non sia già di per sé un miracolo di Dio.

 

Passaggio regale

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E venne la pioggia

a sciogliere

le zolle strette a nodo.

E venne.

Si era fatta precedere

da editti di tuono,

aveva inviato missive di folgore

e tutti i giardini l’attesero

come sovrana

che visita il suo feudo.

E venne

con l’irruenza del turbine

e tutti i rami dei frutteti

furono scossi

da sferzate d’inattesa energia.

I passeri, presagita l’ora,

si misero al riparo sotto le grondaie

rassicuranti come braccia materne.

I poderi, dai loro recinti di attese,

ora rinvigoriti,

levavano al Sommo Giardiniere

lubriche risonanze di lode.

Da mille turiboli si levavano incensi

odorosi di afa

vapori/odori che solo la pioggia

riesce a staccare dai pori della terra,

dalle cose.

E più di rado, il tonante paggio,

che precede il regale passaggio,

suonava la sua grancassa

sempre più oltre.

Poi la terra

dei poderi,

dei cortili,

dei giardini,

del mio cuore,

piegò il capo sazia d’energia.

Anche i passeri,

usciti in franchigia,

si ristorarono

con le gocciole rimaste sulle foglie,

come acqua nella conca della mano.

Il Sogno che si avvera

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Ebbene Sì, ci sarò. ..finalmente rivedrò il genio musicale di Francesco Greco…udro’ le note del suo seducente violino risuonare nelle mie amate Tagghjate. … finalmente il Sogno che si avvera… La mia voce si librerà leggera…la mia mano spargera’ petali di versi…In quelle amate e amare cave che furono irrorate dal sudore della fronte dei miei avi. Grazie Assessore Mina Farilla, Grazie Romina Tomaselli, Grazie Vita.

Le parole perdute: Capucanale

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CAPUCANALE: Pranzo offerto dall’imprenditore agli operai al termine di una fase importante del lavoro: come per la fine della raccolta del grano, la conclusione della vendemmia o per la gettata del solaio nel caso della costruzione di una casa. Giorno atteso dagli operai perché il pranzo offerto dal datore di lavoro era da considerarsi luculliano ed era costituito da: orecchiette con la ricotta forte (ricotta asckuante) o con ragù di pecora, involtini e polpette (brasciole e purpietti), conditi con abbondante formaggio pecorino locale e panetti di pane fresco di giornata.
Per stimolare l’appetito erano indispensabili le verdure crude quali; sedano (accia), finocchio (finucchiu), peperoncino piccante (chiavulichiu asckuante), cimette di cicoria cruda (cime ti catalogna), il tutto annaffiato abbondantemente di vino primitivo o di moscato, qualità tipiche della colture vitivinicole del tarantino.

Via Corona

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I giorni senza pane

 

Via Corona, eri stagliata

in un’architettura di sole

ridente come bimbo che allatta

ad un seno di gioia.

Risuonano ancora i piccoli passi incerti

le gaie risate di bimbe sognanti

e garrule voci di rondini in amore.

D’estate eri immersa in una mare di luce

e caldi sapori provenivano

dalle cucine amiche…

“ccè ti manci osci, cummà Popolì?”

e si scambiavano sorrisi e friselle,

saluti sinceri che davano  sapore

ai giorni senza pane.