Suènnu suènnu

SUENNU SUENNU
O suènnu, suènnu
suènnu ngannatore
ddurmìscimilu tu
nnu pàru t’ore
ddurmìscimilu tu nnu paru t’ore
O suènnu, suènnu
ca vè pi lli màcchi
ddurmìscimilu tu
durmennu l’àcchi
ddurmiscimilu tu, durmennu l’àcchi
O sonno, sonno, sonno ingannatore
addormentamelo tu un paio di ore,
addormentamelo tu un paio di ore.
O sonno sonno che vai per i rovi
addormentamelo tu , addormentato lo trovi
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Ninna nanna

 

 

A librisinfabula questa mia ninna nanna antica cantata da me.

 

restauri

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E quando non mi vedete molto presente sul blog è perchè sto facendo altro, quando inizia il caldo mi rifugio nel mio fresco scantinato e mi diletto nell’arte del restauro, del decoupage, nel far tornare in vita cose abbandonate.

Gemme tra le righe

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RECENSIONE

 

Scrivo dal mio scrittoio in una giornata di Primavera. La prima. Quella delle rondini che stanno per arrivare; quella del cielo lucido che si tinge di toni pastello all’imbrunire; quella dell’aria frizzante che quasi berrei per dissetarmi dall’arsura di un gelido inverno senza vita; quella dei ciliegi e dei peschi in fiore del mio giardino. Scrivo della primavera ma mai avrei pensato di farlo.

Gemme della poetessa sangiorgese Anna Marinelli ne è il motivo.

 

In questi giorni sul mio comodino questo piccolo opuscolo mi ha fatto compagnia. Le mie sere sono state allietate dalla lettura profonda dei componimenti di questa artista dell’immagine tradotta in parola. La silloge è composta da venti brevi “frammenti d’aria/lucenti come schegge” che si lasciano gustare tutto d’un fiato, come un buon calice di vino bianco frizzante e fresco.

 

La signora Marinelli tratta con estrema maestria un tema molto difficile: quello del tripudio per l’arrivo della Primavera. E’ un tema difficile perché è uno dei più cari ai poeti di tutti i tempi che ne hanno cantato nei secoli la crucialità. Perché i poeti parlino di Primavera è un interrogativo legittimo, perché la signora Marinelli parli di Primavera è un interrogativo che ci porta a muoverci con delicatezza tra le parole e i sentimenti che il cuore e la penna della Poesia hanno prodotto.

 

La risposta non si fa attendere troppo. Il primo dei venti componimenti, quello che dà il titolo alla silloge svela già parte del mistero.  “Gemme appena schiuse/vestono le ramaglie/ della mia anima/che anela Primavera.

La poetessa con estrema grazia ci parla della sua anima, di quanto le sia necessaria la Primavera, di quanto le appartenga il ritmo delle stagioni, di quanto la rinascita la compenetri in maniera profonda.

Rinascita, alternanza tra la vita e la morte, mistero dei misteri che la nostra poetessa custodisce come una sentinella, sempre pronta, sempre all’erta, sono alcuni dei temi che riconosco come focali nella silloge.

Nello scorrere le pagine, leggendo, non si può non fare attenzione alle diverse immagini di alternanza tra il giorno e la notte, tra l’inverno e la Primavera, tra la vita e la morte. Spesso queste immagini sono nascoste nella metafora dell’anima che desidera il rinnovamento continuo, così come la Natura si rinnova di stagione in stagione. In questa danza di “setosi petali(Turbinio) e di Petali sul volto, ogni parola ha un peso e una consistenza che vanno al di là del semplice tripudio per l’arrivo di questa stagione amata.

Nel profondo delle immagini delicate della poetessa, io scorgo un anelito di immortalità, un desiderio di resurrezione, un panismo mistico che lega il corpo del poeta al corpo della Natura e ai suoi indefinibili misteri.

 

La Poesia con i suoi “poveri versi” canta la “fame d’Infinito” (Fame), di cui questa Primavera Bramata diventa universo al quale protendere.

Grazie Anna per la meraviglia donata agli occhi di chi legge. E’ un dono prezioso, un cofanetto di Gemme che ciascuno di noi dovrebbe custodire nel profondo del proprio cuore.

 

Prof. Emanuela D’Arpa

 

 

VALE SEMPRE LA PENA, VIVERE

2015-03-24 PAPAVERI E MARGHERITE

sì, davvero vale la pena vivere,

fosse solo per quei cespugli di capperi abbarbicati alle pareti antiche di qualche casa abbandonata… come succede a me, quando passo da quella strada e mi sento chiamare da quelle mura, e alzo gli occhi per rispondere a quel richiamo seducente…e mi risponde un fiore abbagliante di semplicità… e sento che vale ancora la pena vivere fosse solo per un fiore che mi chiama…

Ho innaffiato muretti a secco di musica e parole, vi ho riversato sguardi rugiadosi per abbeverare il ramarro ubriaco di sole, ho sparso sulle mia amate colline le mia parole a brandelli, come mantelli per riparare le spalle della luna dagli improvvisi sbuffi di libeccio…

ma resto qui, a vivere i giorni senza partire mai per nessun luogo

nutrendo l’anima mia contadina

morsicando il ramo dolce della nostalgia

stringendo nei miei pugni l’ultimo grano da lasciare in eredità

all’ultimo contadino che lo vorra’

per seminarlo in terre di cui  non conosco il nome

quando sarà irrimediabile l’avanzata di una pagnotta di plastica…

quando il mare sarà orfano di delfini

e le terre di zolle dissodate.

Quando il rosa dei peschi  si aggrapperà esule

ai cespugli di gemme e di aspettative future

Io testarda inalando dimenticati profumi

ancora transito da queste amate strade,

da questi campi passo di notte

a sorvegliare il campo di mio padre…

il pozzo e sempre là..

la carrucola e il secchio  dondolano ancora,

stancamente,

ma se ascolti

si odono ancora le risate cristalline delle mie sorelle..

le mie arrivavano sempre in differita…

come se vivessi in un altro luogo,

come vivessi una diversa vita.

 

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