belle di notte

Sto curando una carriola arrugginita
interrandovi piccoli fiori rosa fuxia.
“fiori di vetro”, li chiamava mia madre,
che aveva il pollice verde
come le ninfe dei boschi.

laboriosi insetti ne spostano il nettare
di fiore in fiore
per produrre nuove policromie
a quattro petali.

mentre tutti, fiori e insetti,
si apprestano al commiato con la Luce
per il riposo notturno
“le belle di notte” si accingono a schiudersi
in mille promesse d’amore.

Fecondazione assistita

Ho praticato la fecondazione assistita di due amarillis,

strofinando tra loro gli stami e i pistilli.

Giorno dopo giorno ho visto gonfiarsi le loro panciotte.

Ora il seme è maturato ed è tanto…

ma non so quando è il tempo giusto per invasare.

Potreste aiutarmi con qualche consiglio? Grazie.

Persiane chiuse

Oggi me ne starò con le persiane chiuse, neanche il mio gatto uscirà,

oggi i miei occhi si colmano di lacrime e sabbia, perchè i tuoi occhi, Elena,

che non avevano ancora visto niente della vita, sono stati colmati di terra, le tue tenere membra, sono state segate dalla incomprensibile lama della FOLLIA di una madre assassina.

Perdona, piccolo angelo, tu andrai a infoltire il già sconfinato drappello di martiri innocenti.

Oggi me ne starò con le persiane chiuse e gli occhi che si riempiono da soli, di lacrime.

Giorni

Chi mi segue da tempo forse si sarà accorto che il mio blog sta affrontando giorni di altalenanti sentimenti e sensazioni.

Lunghe pause di silenzi, vuoti che diventano voragini e poi l’urgenza di comunicare che abbatte tutti gli steccati e i recinti che io stesso erigo.

Il fatto è che stanno accadendo molte cose, molti fatti si aggiungono all’almanacco dei giorni, dei mesi, delle settimane. L’ansia di Comunicare però mi prende persino di notte e devo fare violenza alla mia mente, per non alzarmi e mettermi qui, alla tastiera del mio PC, dove è più facile digitare i miei pensieri.

Il fatto è che i miei estimatori si vanno perdendo nelle reti dei telefonini, si può visionare il blog, ma sul telefonino è più complicato scrivere, voltare le pagine, scorrere gli articoli. Mi sento sola, anche se so che ci siete.

Mi succede che, ad un evento esaltante di cui non ho relazionato e condiviso niente, si accalchi un evento doloroso che mi fa male fino alla prostrazione, fino a sentirmi abulica e priva di volontà. sarà la “spina nel fianco” di paolina memoria che mi mette alla prova? Sarà perché ciò è necessario affinché io non mi esalti troppo? Succede invece perché sento l’avanzata minacciosa degli anni che mi fiacca la Volontà?

Non lo so, non lo so, non lo so.

il mio pensiero augurale al Padre, Don Pierino, inserito nel mensile dei Servi della Sofferenza, nell’ultimo suo compleanno festeggiato in parrocchia
“Padre, sono Anna:” ” Lo so!”

Ester

Tutta la giornata di ieri è stata un crescendo di scambio di foto, di video di emozioni intense che ne sono quasi felicemente ” provata” segno ne è che alle tre di notte non potevo ancora prendere sonno. I pensieri, le parole, i volti, le lacrime e i sorrisi mi affollavano le stanze del cuore. Questo video, giuntomi a sera tarda realizzato dal genero della nostra indimenticabile Ester ne sigilla ogni momento. E non ne parleremo più.

Per ricordare Ester

Sulla tomba dei poeti non dovrebbe scendere mai la polvere della dimenticanza, ma dovrebbe brillare sempre la lucentezza del Ricordo come la tenacia sempreverde dell’alloro e il profumo persistente del grano dorato.

Questa sera incontro letterario per ricordare l’amica poetessa Ester Lèpore

mancata qualche mese fa. la mia casa ancora una volta si apre per fare cultura,

per incontrarci, finalmente, per parlare di te, amica mia cara.

 ESTER HA MANI GRANDI

Ester ha mani grandi, dita lunghe per afferrare il cielo

Infila perle di poesia sul filo tenue dei suoi sospiri.

Ester è forte e ardita, sa affrontare la dark lady

ridendole sul viso e dicendole severa “puoi aspettare!”

Tesse liane di affetti da un balcone all’altro del suo rione.

Sorride alle acacie che giungono inattese alle sue narici

trasportate da un vento malandrino.

Ester porta un cappello a larghe falde

per non lasciar trasparire le sue pupille

specie quando brillano di una febbre improvvisa,

specie quando le palpebre tremano

 al soffio di una emozione.

Ester scrive di notte

alla luce fioca del lampione

che discretamente investe la sua stanza

complice come un amore, riservato come un amico.

Riempie cesti di fragole di vetro

e ti adorna i lobi delle orecchie

il collo e il crine e il polso  sottile.

Ester è una donna come tante

ma come lei ne esiste una sola,

sei tu Amica mia, dalla voce dolce

 come la tua Poesia.

la casa della poesia

La serata culturale, il caffè letterario di cui vi ho parlato ieri, nel post “Quel che resta del giorno”

prevedeva due momenti; nel primo avrei presentato le opere della poetessa/scrittrice Nunzia Piccinni, avendone curato la prefazione della prima e dell’ultima sua fatica. Giuseppe Curci, suo marito ci avrebbe allietato con intervalli musicali al pianoforte, che purtroppo essendo mio figlio lontano, giace mesto e dimenticato, anche se tenuto sempre in grande considerazione e lucidato amorevolmente.

Ognuno dei presenti avrebbe avuto un piccolo spazio personale, declamando o propri componimenti sul tema della mamma, oppure avrebbe declamato un brano tratto dalla ricchissima produzione italiana su questo Tema a tutti noi tanto caro. Ma il programma della serata all’improvviso si è arricchito di un intervento musicale, inatteso, meraviglioso e coinvolgente.

Lei, si chiama Benedetta la Gioia, benedetta di nome e di fatto. la Gioia, il suo cognome le si attaglia addosso come un abito di lamè, gli occhi hanno sottratto il nero alle miniere di ardesia, la dolcezza nelle movenze, l’armonia tra le mani leggiadre e nella sua voce di cinciallegra.

Benedetta ci ha rapito il cuore eseguendo “Veloma”  un brano di Fabrizio Paterlini .

Il tempo scorreva veloce, Come acqua che scorre, per ritornare al titolo dei racconti di Nunzia, Versi di Vento. Nessuno ha mostrato segni di stanchezza, nessuno ha staccato gli occhi sui protagonisti della serata. Tutti sono ritornati alle loro case con tanta leggerezza nel cuore.

A me non resta che ringraziare il cielo per avermi concesso questo tempo felice e mettere in cantiere il prossimo caffè letterario.

Benedetta la Gioia.

Quel che resta del giorno

Quel che resta della serata di poesia a casa mia è una atmosfera pacata, gioiosa e musicale! Grazie Versi Di Vento , amici poeti, mani veloci e leggere che avete intrecciato note di armonia. Chi potrà mai capire l’attesa, i preparativi, gli inviti, chi invitare, chi escludere, almeno per questa volta che le restrizioni post- covid ci impongono ancora di avere prudenza, e con dispiacere devi fare delle scelte. La casa ritrova le antiche atmosfere del mio poema ” Animismo domestico” nel quale descrivo la casa come un essere vivente che si alimenta delle emozioni di chi in essa vive, respira, soffre e ama; la casa dove si nasce e si muore, dove si vivono drammi e allegrezze. Ieri la mia casa era come una giovane sposa che attende lo sposo. Sentivo palpitare le atmosfere del cantico dei cantici. La casa si è cinta il diadema, si è appuntata mazzetti di calle sul petto di pietra e di marmo, il pavimento di marmo verde alpi, abbagliava come uno specchio, le tende giocavano a nascondino con il sole. Avevo preparato un tavolo con caffè caldissimo e succo d’arancia, tutto Succo, senza un filo di acqua in una bottiglia antica, di cristallo, mai usata; frollini, Baci Perugina e ovetti di cioccolata avanzati con abbondanza dalla Pasqua da poco trascorsa.

I miei ospiti, tutti fantastici e “sperimentati” sono arrivati uno dietro l’altra, precisi, attesi, benvenuti.

grandiosa, la poetessa Nunzia Piccinni, Versi di Vento, ha calamitato l’attenzione con la sua invidiabile dialettica, nessuno osava staccare lo sguardo da lei che parlava ” Come acqua che scorre”, Avevamo tutti sete, eravamo tutti come reduci da un deserto durato due anni. Grazie Nunzia.

Amici, ho bisogno di un’altra puntata per concludere questo articolo, se me lo consentite. A presto, allora.

Racconto

LA RIGGINA E LI FIERRI TI LI CAZIETTI

Štava nna vota a nnu paisu luntanu luntanu, nna bedda zingaredda

ca vinneva li fierri ti li cazietti alli marcati ca si facevunu ntr’alli paisi vicini allu paisu sua.

La zingaredda tineva sì e no, nna quinnicina t’anni, purtava do’ trecce grossi grossi comu do’ mannucchi ti granu, e puru biondi comu lu cranu ca crišceva ntra quiri paisi.

La màmmisa li faceva mettere sempre certi gonne rricciate e pintiliàte

ti tutti li culuri del mondo. Po’ li faceva mettere sempre cammicette bianche ti percalla, comu quera ca si facevunu li lenzuòle ti la tòta, bbeddi bianche e forti, ca puru ca si li mitteva misi sani sani, li cammicette nonci si cunsumavunu maje. Quannu la cammiccetta si mmucitava, la notte,  la màmmisa la llavava ntr’alla crasta ti lu còfun cu lla cènnere e la lissìa ca ardurava ti murtedda.

Po’ la màmmisa ti la zingaredda, ca era pinzierosa, la spanneva a sole e sereno e la matina era già ssucatu e la figghja si la mitteva arretu.

Ogni matina la zingaredda sceva alli marcati a vinnè fierri ti cazietti, fricieddi pì fa la pašta, e qualche vota ‘nduvinava puru la furtuna!

Passavunu l’anni e la zingaredda si faceva bbedda fatta.

Li capiddi ernu comu do’ fascine di cranu, li fianchi tunni tunni, li jammi longhe longhe, e la vocca era comu nnu jaròfulu russu russu….

Lu tiempu passava e la zingaredda si faceva cranne e crisceva, crisceva…

Nnu bbeddu giurnu s’acchjò a passare ti ddà, nnu beddu vagnone, sceva vištutu bbuènu, purtava scarpe lùciti ti vernice, cammisa bianca comu la luna ti scinnaru e nnu paru ti uecchj azzurri comu lu cielu t’aprile.

Nisciunu però sapeva ci era.

Quiru vagnone era nnu principi ca si vulè nzurava e sceva girannu lu munnu pi acchjà nna vagnedda bedda fatta com’a jddu.

Be’ non vuè ca quiru appena vitiu la zingaredda si ni nnammuròju!!!

E quannu edda lu trimintju ntra gli uecchj azzurri si sintiu comu nnu fuecu ca li vvampò totta la facce?

Senza purtà la storia troppo alla longa, quisti ddò beddi giuvini si spusarnu!

No’ lli mpurtava niente a jddu ca edda era nna zingra ca vinneva li fierri ti li cazietti!

Mo era nna riggina servita ti nanti e ti retu! Tineva cammeriere e sièrvi, e vetturini ca la purtavunu sempre a ncavaddu  e edda nonc’era fatià cchiù!

Non c’era scé cchiù alli marcati a vinné li fierri ti li cazietti, o li fricieddi pi fa la pasta,  o li fierri pi’ lla lana, o pi nduvinà la furtuna!

Passa nn’annu, pàssunu to’ anni e la riggina stava sempre amara amara.

Si sinteva ca ntr’allu core sua li mancava ncuna cosa. No nascevunu mancu figghj cu la tinévunu occupata. Sì, lu principi li vuleva bbene, si la mbrazzava tutti li sere, ma a edda li mancava ncuna cosa.

E ccè cosa, e ccè cosa, ccè cosa li mancava pi turnà felice comu nna vota?

Quišti érnu li pinzieri ca murtificavunu lu principi.

Lu puvirieddu no sapeva com’era a ffa.

Ma nnu bbeddu giurnu, successe nna cosa ca nisciunu si spittava.

La riggina assìu sobbr’alla barcunata ti la reggia, cu nnu mazzu di fierri ti cazietti e si mittìu a grità! “Ci vole fierri ti cazietti!!!”; Ci vole fierri ti cazietti!!!”; “Ci vole fierri ti cazietti”!!!…

A prima bbotta li sudditi ti quiru Regnu, nonci capèvunu quiru ca la riggina sta gritava! Si trimintévunu l’unu cu l’otru e scutulavunu la capu e dicevunu ”Mmah’! La riggina ste esse paccia, sarà!” E assaj dispiaciuti si lluntanavunu ti sotta alla logge.

Šta cosa si rripitìu doi tre giurni e già si diceva in giru ca la riggina no’ stava bbona.

Ma si sbagliavunu, e assaj puru!

Dopu picca giurni, lu principi viteva ca alla riggina l’era turnatu l’appititu; l’era turnatu nnu beddu culuritu nfacci, si mitteva li ricchini a circhiòni e si triminteva allu specchiu totta cuntente, riteva e cantava sola sola.

Allora puru allu principi, ca alla bedda zingaredda li vuleva assai bbene, li turnò  lu surrisu e la cuntintezza e di tannu la sera si la mbrazzò cchiù forte ti prima.

Dopu qualche annu nascèrnu puru ddo beddi piccinni, e lu regnu ti quiru principi ddivintò lu regnu cchiù felice ti lu munnu!

Longa è la strata, sretta è la via, dicìti la vostra ca iu dicu la mia.

Anna Marinelli