Vecchie storie

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TI CANOSCU, PERU!!!

 

C’era una volta un contadino che amava intagliare delle statuette, degli animali, un cavallo, una pecora… un fischietto ed altre cose carucce, utilizzando i tronchi degli alberi che venivano spiantati per essere utilizzati come legna da ardere. Un giorno dal tronco di un pero selvatico, i cui frutti dalle nostre parti si chiamano Pere calaprici, il contadino con la passione della scultura riuscì a realizzare un bellissimo Crocifisso.

Era talmente ben fatto che la moglie del contadino, vedendolo, suggerì al marito di farne dono alla parrocchia che solitamente essi frequentavano, da buoni cristiani.
L’oggetto scolpito dal nostro contadino, fu accolto, gradito e benedetto dal prete che lo volle appendere addirittura in Chiesa.

Trascorsero alcuni anni e il contadino venne a trovarsi in grande difficoltà. Aveva perso il lavoro, non poteva mantenere la famiglia aveva quattro figli piccoli da sfamare. Lavoro non se ne trovava… Come doveva fare?
Si ricordò del bel Cristo che aveva scolpito e decise di andare a pregarlo. Lo supplicò di essergli benevolo e di fargli grazia.

Per alcuni giorni si recò puntualmente in chiesa a pregare Gesù, il suo Gesù, ma inutilmente, tanto che si dovette mettere l’animo in pace. E… come per convincere se stesso che da “quel Gesù” non avrebbe ottenuto nessuna grazia, se ne uscì dalla Chiesa esclamando la famosa frase “ Ti canoscu peru, ti quann’jri calaprice”… ( Ti conosco pero, da quando eri calaprice) il motto risultò assai efficace e ancora oggi, a torto o a ragione, qualcuno ne rispolvera la storia.

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Antichi sapori

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Dice un vecchio detto” la vecchia non voleva morire mai, perchè aveva sempre da imparare qualcosa”. E aveva ragione il Detto popolare. Anche io alla mia venerabile età di settantenne ho imparato a cucinare in questi giorni una pietanza tramandata dai vecchi saperi e sapori di una volta. Pisellini e carciofi ripieni. Una bontà!

Si mettono a soffriggere i pisellini con un filo d’olio buono, con una bella cipolla bianca affettata grossolanamente, si fanno cuocere una decina di minuti e poi si inseriscono i carciofi precedentemente mondati dalle foglie più coriacee e farcite con un ripieno di uovo, mollica di pane e formaggio. I carciofi si mettono nel tegame dalla parte del gambo,

( anche se nella mia foto ce n’è uno rovesciato). Si continua la cottura a tegame coperto, sorvegliando di tanto in tanto se occorre aggiungere un po’ di acqua. Verso la fine io ci ho aggiunto qualche fettina di pomodoro fresco che ci sta benissimo.

I nostri antenati cuocevano questa minestra nel tegame di coccio, (Tiestu) sulla fornacetta, e a cottura quasi ultimata si copriva con un vecchio e glorioso coperchio sul quale si spargeva un pò di brace. Ciò consentiva una doratura al ripieno dei carciofi e una perfetta cottura di questo semplice piatto dei nostri avi che facevano tesoro di tutto.

Era sicuramente un piatto povero, nutriente e completo, e se accompagnato da qualche fetta di pane di grano duro di Puglia poi… è la fine del mondo!

Provare per credere.

A Radio Puglia si parlerà d’amore

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Amici, Domani a Radio Puglia si parlerà d’Amore.La trasmissione condotta dal Prof. Lino Carone avrà inizio alle ore 10,30 e terminerà alle 12 esatte.
Vi ricordo che la trasmissione si potrà ascoltare on air all’indirizzo : www.direttaradiopuglia.it si potrà telefonare ai seguenti numeri : 099 592 11 27 / 099 590 02 41. Vi aspettiamo numerosi!

 

LA PAROLA NEGATA

 

Carissimo Tonino,

 

ora che non ci sei ti voglio dire amore,

questa parola così usata, abusata,

scontata, ripudiata, respinta.

Io, qualche volta, l’ho sentita salire

lungo il tunnel del cuore, arrivare

sull’orlo delle labbra, come sull’orlo

di un pozzo profondo, e lì sentire

presto la vanità della parola,

la sua inutilità, la sua importanza.

 

Ed ho taciuto.

 

Altre volte, guardando la ruga

precoce della fronte, lunga e profonda

come una ferita, avrei voluto passare

lieve su di essa la mia mano, come

si fa con l’abito sgualcito e la sua piega.

Alla punta delle dita avrei voluto affidare

la parola “amore”, ma il gesto incompiuto

s’innalza come un muro,

un aborto di sorriso.

Ed ho taciuto.

Quella volta, ricordi; quella rara volta

che ti vidi brillare negli occhi

una lacrima cocente come l’oro fuso,

e battesti, muto, il pugno sulla tavola,

senza un urlo, un fremito, una bestemmia,

mi corse come un’ala di rondine la parola

amore, nei cieli solidali del mio animo,

ma il volo si fermò sulla tua piega amara,

e ancora non la dissi.

Ma stanotte, che mi manchi,

e mi manca la tua persona amata

il tuo essere uomo, il mio compagno,

Questa sera che mi sento naufragare

e i tuoni del silenzio sono più forti e cupi

questa sera ti chiamo “amore, amore” anzi lo grido,

 

AMORE!

 

 

Auguri Giovanni

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Ho sempre amato la fotografia in B/N… ve ne propongo alcune per fare gli auguri di buon compleanno a mio nipote Giovanni Di Giorgio, che amo come un figlio. Auguri Giovanni.

Nella prima fotografia scattata nella mia casa paterna si trovano alcuni elementi delle case basse del sud. “Lu nanziporta” la tenda che apparteneva alla cucina, nella quale si cucinava, la cucina economica, dotata di alcune “Fornacette” con la cadaia di rame lucente come oro, che si lucidava settimanalmente col SIDOL…una crema magica per il rame che si usava però con molto olio di gomito…

Il gradino che dava sull’Orto…uno spazio lastricato a cemento dove ci si poteva sedere l’estate al fresco…un cordolo di tufi recintava uno spazio contenente terra fertile e rossa nella quale si coltivavano le erbe odorose utili alla cucina contadina… Prezzemolo, basilico, salvia, menta,… Peperoncini, garofani,  dalie e settembrini venivano coltivati nei vasi di creta…appoggiate come statue del Bernini sul muretto che separava il piano di cemento dal piano rialzato che conteneva la terra. In qualche casa fortunata nella parte più distante dell’orto, o sul terrazzo, si poteva trovare una gabbia con le galline…alle quali si dava da mangiare tutto l’UMIDO utile alla loro alimentazione… è famosa ormai la fotografia di mia zia Stella che sbuccia le cicorielle selvatiche vicino al pollaio…Nostalgia? direte voi, NO…ma quanto siamo ritornati indietro con la civiltà di oggi!

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Sulla morte ed altre usanze

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SULLA MORTE E ALTRE USANZE

 

Mio cognato Luccio (nomignolo che gli derivava dal nome Raffaele) era un esperto conoscitore degli usi, dei costumi, delle tradizioni e delle superstizioni che ruotavano e vigevano intorno all’evento della morte. Nel sentirlo parlare io restavo affascinata. Anche se poco più che adolescente sentivo fare discorsi su questo argomento, sospendendo qualunque occupazione o rallentandone lo svolgimento e, senza darlo a vedere a nessuno, prestavo orecchio e cuore e mente per riuscire a carpire il senso delle cose che si andavano narrando, magari intorno al braciere o seduti nell’orto o davanti ai ballatoi delle case, le sere d’estate.

 

Quando moriva una persona del vicinato Luccio era il primo ad arrivare presso la casa del defunto, specie se si trattava di un uomo. Quanto alle donne, a comporle, a lavarle, a vestirle, era un compito che attendeva esclusivamente alle donne della famiglia o tutt’al più si accettava l’aiuto prestato con amore da qualche persona più intima.

 

Se la morte era preceduta da una lunga agonia di diversi giorni, si vegliava l’ammalato per “assistergli l’anima”. Non ci si poteva permettere di lasciarlo di vista nemmeno un momento, stabilendo persino dei turni per sorvegliarlo costantemente…

 

Se l’agonia si protraeva per molti giorni… e il rumore del rantolo era costante e straziante per quanti erano vicini al morente, si ricorreva ad uno stratagemma che si riteneva fosse decisivo per accelerarne la morte.

 

Una specie di Eutanasia ante litteram.

 

Si poneva nel letto accanto alla persona agonizzante il giogo dei buoi. Un legno non facile da trovare che poteva eventualmente prestare chi possedeva una pariglia di buoi… e la cosa non era facile, perché possedere una coppia di buoi voleva dire anche essere possidente in un tempo di povertà estrema. Infatti possedere due buoi equivaleva ad avere una Ferrari mentre gli altri potevano permettersi appena appena un motociclo a tre ruote!

 

Il giogo era considerato il simbolo della croce di Cristo… e nel caso malaugurato che l’anima del morente fosse posseduta e trattenuta dal demonio, questi, vedendolo, sarebbe fuggito a gambe levate da quell’anima liberandolo dal suo dominio…

 

Nell’ora della morte infatti, tra Dio e il demonio intercorre una sfida terribile. Satana tenta di sottrargli anime, inducendole ad un atto di disperazione, mentre Dio, Padre Misericordioso, è chino su di loro, raccogliendo le sue ultime invocazioni… attendendo quel “Cristo aiutami” quale lasciapassare per l’aldilà!

 

Quando portare il feretro a spalla risultava un peso insostenibile… si usava dire la frase: “sciàmmene me’” cioè “Andiamo, sù”… quasi a chiedere il consenso a colui che stava abbandonando per sempre questa terra, la famiglia, gli affetti…
Il pietoso compito, che ora viene così facilmente demandato ai componenti delle pompe funebri era svolto con lacrime, preghiere e lamentazioni, le quali cose solo chi le ha viste e vissute le può raccontare.

 

Ho assistito con sgomento al triste spettacolo di coloro che muoiono negli ospedali e distesi su tavolacci di marmo, vengono lavati con gettiti violenti di acqua, come se fossero tronchi di alberi e non involucri di anima, nelle quali, poche ore prima, alitava la fiamma della vita.