70 anni di sacerdozio

messa

 

PER I 70 ANNI DI SACERDOZIO DI DON PIERINO GALEONE

 

Carissimo Padre,

 

quale gioia ha invaso il mio cuore quando Don Gianpiero mi ha chiesto di rivolgervi un messaggio di saluto e di augurio a nome di tutta la comunità parrocchiale, per il vostro 70 anno di sacerdozio, oggi, giorno della vostra festa onomastica.

Oggi infatti abbiamo il privilegio di avervi fra di noi, tuo popolo buono, come sempre ci chiamate, a conclusione della preghiera dei fedeli.

Quando foste ordinato sacerdote, il 2 luglio del 1950, io avevo solo 5 anni e in seguito, quando prendeste possesso canonico di questa parrocchia, il 9 ottobre 1955, avevo appena 10 anni.

Io cominciavo il mio cammino formativo come piccolissima, beniamina, aspirante, giovanissima, e infine Donna di Azione Cattolica, fino a ricoprirne l’incarico di presidente per 6 lunghi anni e poi altri 6 nel ruolo di vicepresidente. Quante associazioni ecclesiali sono sorte sotto la vostra paterna guida.

E se, come affermava Sua Santità Giovanni Paolo II, le associazioni laicali sono carismi suscitati dallo Spirito Santo nella Chiesa, sono doni elargiti dal Signore, allora la nostra comunità è stata davvero prediletta e fecondata dallo Spirito Santo, suscitando tanti carismi a cui ancora oggi ci onoriamo di appartenere.

E se, l’Azione Cattolica, la Congrega del Santo Rosario, la Caritas, la Fraternità Francescana, i Gruppi di Preghiera, non dovessero bastare, ecco che, come un rivolo di acqua che si biforca, parallelamente a tutto questo, voi avete fondato l’Istituto dei Servi della Sofferenza, il quale travalica i confini parrocchiali e  cittadini e raggiunge abitanti di altre latitudini, e annovera figli e figlie, sacerdoti e laici, famiglie e associati.

Con quanta cura avete formato le coscienze di tanti giovani.

Le vocazioni religiose, di cui la nostra comunità è particolarmente ricca, sono frutto della vostra feconda paternità spirituale.

Voi Padre, vi siete fatto tutto di tutti.

Se Padre Pio è stato definito da Papa Paolo VI “Stampa vivente di Gesù Crocifisso”, voi siete stampa vivente di Padre Pio.

Quanti rosari avete sgranato dalla mattina alla sera in questi lunghissimi 70 anni, quante celebrazioni eucaristiche. Con le vostre incessanti preghiere, avete accompagnato il transito di intere generazioni di vostri parrocchiani.

Avete svuotato il Purgatorio con le vostre suppliche, avete riportato sulla retta via peccatori che si erano smarriti, avete battezzato migliaia di bambini, ora uomini e donne divenuti adulti e ora persino anziani, augurando loro di crescere sani, santi e vecchi vecchi.

Quanto feconda è stata la vostra lunga vita, e quanto bene avete profuso attorno a voi a quanti vi hanno chiesto consiglio, a quanti vi hanno chiesto preghiere, a quanti vi hanno confidato le loro pene. A tutti avete ridato fiducia nel Signore, avete infuso coraggio e speranza, avete detto “Vedrai che ce la farai, abbi fede, prega!”.

Ora Padre, possiamo ammirare l’arazzo della vostra vita in tutta la sua interezza.

Ne possiamo ammirare il disegno, che Dio ha voluto realizzare su di voi. Ne abbiamo una visione nitida, netta, ne ammiriamo le virtù eroiche, la straordinaria ricchezza di carismi, quelli a noi noti e quelli rimasti ancora sconosciuti.

A noi, figli di questo popolo da voi tanto amato, a noi non resta che elevare l’inno di lode e di ringraziamento  a Dio, nostro Padre, a Cristo, nostro Signore e a Maria Santissima, nostra Madre e Patrona, per averti come ferma guida spirituale, come amico, come fratello e Padre in tutto questo tempo.

Invochiamo perciò su di voi le più elette benedizioni del cielo.

Preghiamo intensamente affinché il Signore voglia ancora regalarvi Tempo, che vi conceda Tempo e Salute, affinché con la mirabile efficacia di pastore che vi è propria, possiate continuare a guidare questa nostra famiglia parrocchiale e accomunare in un unico abbraccio i vostri parrocchiani di Ieri, di Oggi e di Domani.

 

Auguri Padre!

Vostra, Anna Marinelli

Come in un quadro di Monet

come in un quadro di Monet (2)

Come in un quadro di Monet

ci sono tutta io!

Mi espando come l’aria,

mi disperdo in mille rivoli di poesia…

come polline che viaggia per i tratturi

e rinnova la faccia della terra.

Come uno spirito propizio alle fioriture

mi mescolo alla coperta di spighe

per scaldarmi il cuore avvolto dal gelo di mille inverni.

Rubo il rosso a questa tavolozza di papaveri

per tingermi le labbra recluse

dietro una maschera di sorrisi perduti.

Tu intessi tutte le mie stagioni, Poesia,

e mi metti sulla bocca le Parole

fino a ieri rinchiuse in abissi del Silenzio.

La mappa segreta

chiunque

La mappa segreta

 

Nella bella pubblicazione ad opera del comune di San Giorgio Jonico intitolata “Tagghjate: Itinerari per immagini”, con fotografie di Ciro Nigro, si possono ammirare delle straordinarie fotografie di alcuni tra gli innumerevoli esemplari di flora presenti nelle tagghjate nei decenni scorsi, ove fiorivano, oltre alla lussureggiante macchia mediterranea, persino delle rare piante di orchidee.

Nella pubblicazione si possono ammirare splendide fotografie di alcune pareti tufacee che riportano cifre, nomi e date; ci sono immagini di grafiti visibili e meno visibili che, anche viste in loco, possono essere percepiti solo dall’occhio di un visitatore attento e interessato.

La mia guida aveva in serbo per me una sorpresa, nel parlarmene gli occhi gli brillarono di una luce straordinaria. Sembrava condurmi magicamente sulle tracce di un tesoro nascosto, da scoprire.

Mi diceva: “ Sai, Anna, che tra li zuccaturi c’era anche un monaco? Un monaco che doveva essere molto colto, perché ha scolpito frasi, quasi ad imitazione di un versetto della Divina Commedia, con un carattere cirillico, quindi un carattere molto ricercato che non tutti potevano conoscere.

Una frase comincia così: “chiunque…”, “Chiunque di voi…”, pensavo mentalmente cercando di dare un senso compiuto a quella traccia di storia scolpita nella pietra anche se “di voi” non si leggeva perché coperto da un riversamento di materiale di risulta che ne copriva il prosieguo, per cui questa frase sembrava sospesa nel nulla, ma la parete sulla quale questa frase era stata scolpita con questo carattere elegantissimo, non tutti la potevano conoscere.”

Lui, la mia guida, ci era andato tantissime volte, nella sua mente aveva tracciato una piccola ma essenziale mappa mentale; “ecco”, proseguì sempre con quella strana luce negli occhi, “ecco, quando si arriva a leggere la prima di quelle due lettere, bisogna fare tanti passi, tanti passi a destra, tanti passi a sinistra, vorrei conservare il suo segreto. Il numero dei passi era incerto.”

Molti anni trascorsi lontano dalla sua terra gli avevano appannato la lucidità del ricordo. Ci ha provato una, due volte, finché non è apparsa davanti ai nostri occhi questa scritta favolosa, questo carattere che a me pareva strabiliante. “Chiunque..”, la nostra guida era raggiante, ci spiegava animatamente cosa avesse voluto significare tale parola, perché in quel luogo vi aveva lavorato suo padre e suo zio, i quali vi avevano speso il loro sangue e il loro sudore tagliando quei tufi, “zuccando” quella pietra che era servita alla costruzione di gran parte delle case del nostro paese e dei paesi viciniori, raggiungendo persino la città capoluogo di Taranto.

Chiunque di voi si metta a lavorare su queste pietre sappia che nelle tagghjate può anche lasciarci la vita: ecco, forse era questo il significato di “quella parola” che quell’uomo, quel Monaco, voleva lasciare ai posteri come avvertimento. Era come voler dire “ lasciate ogni speranza o voi che entrate in questo luogo”, perché qui c’è davvero da guadagnarsi il pane col sudore della fronte e magari rimetterci anche la Vita. Mi raccontava, il mio accompagnatore, di quel padre e di quel figlio che morirono dilaniati dopo aver sistemato alcune mine che, tardando a scoppiare, decisero di andare a vedere cosa fosse accaduto, perché la combustione della miccia non andava avanti, non sapendo che invece si stava compiendo il loro triste destino. Infatti, quando furono vicini a pochi passi dalla miccia, questa deflagrò

dilaniando i due lavoratori, padre e figlio, ripeto, così tanto che fu necessario recuperarne i resti nelle calderine,che gli zuccaturi usavano per trasportare il materiale fino di risulta.

Il padre della nostra guida per molti anni si recò in quei posti, quasi a cercare le ombre dei suoi amici, compagni di lavoro con i quali aveva diviso la mezza cipolla, il pezzo di formaggio pecorino, il pezzo di pane racchiuso nel canovaccio tessuto al telaio dalle mani instancabili delle loro donne.

Gli si turbava l’anima ricordando quella tragica, duplice morte.

Tutto questo ci raccontava la nostra giuda, mentre si camminava tra le nostre amate tagghjate, mi sembrava di essere Dante accompagnato per mano dal suo maestro Virgilio.

 

La regina dell’estate

friselle

 

Buongiorno amici, scorrendo qualche post del nostro Gruppo ho scorto queste favolose Friselle di Rosa Gigantiello…sono bellissime, dorate, perfette. Ho voluto metterle in copertina perché in questo tempo le friselle saranno le regine dell’estate ed avranno un posto di preferenza nelle nostre cene… Condite con pomodori sierosi e pieni di seme, con friggitelli, con peperoni alla “skacchiata”, con cipolla o aglio, con olive e origano saranno sempre squisite e risolveranno il pasto sobrio della sera.Complimenti Rosa…me le porterò anche nel mio Blog, se tu me lo permetti. Felice Giugno a Tutti i nostri cannaruti.

La vostra Anna

Appello

2006-11-21 SOLO IMMAGINI TAGGHJATE-a perenne memoria 1APPELLO:

Aiutiamo, tutti insieme accoratamente, le TAGGHJATE di San Giorgio Jonico (TA)

a scalare la classifica FAI (Fondo Ambiente Italiano) 2020, iniziativa “I luoghi del cuore“.

Vota, e invita a farlo, con un semplice click.

https://fondoambiente.it/luoghi/le-tagghjate-di-san-giorgio-jonico?ldc

Grazie.

*****

Prof. Giovanni CARAFA

(promotore)

Grazie Amici,  per votare serve la registrazione al FAI, ma non sarà questo a trattenerci! Non deve essere un deterrente!

La prima Ricetta

comu ritagliata

Cari Amici, mi hanno regalato questo bellissimo Quaderno per scriverci le mie belle ricette e sapete con quale ricetta inizierò? Con la prima ricetta in assoluto di una giovane sposina!

La prima ricetta che voglio trascrivere su questo bel Quaderno è legata ad una storia vera che non mancherà di farvi sorridere.
La pasta ai quattro formaggi.
Una volta fui invitata ad un matrimonio. Dopo la santa messa dove fu celebrato il santo sacramento, ci recammo in un noto ristorante del mio paese, famoso per i suoi prelibati e abbondanti Menù, la classe con la quale si veniva serviti a tavola, la prestigiosa location, superba e ricca di storia locale, il paesaggio mozzafiato e quant’altro serviva per rendere il pranzo di Nozze Indimenticabile.
Dopo qualche mese gli sposi, come era solito fare dalle nostre parti, vennero a farmi visita, di ritorno dal loro breve ma soddisfacente viaggio di nozze. Io fui davvero felice di rivedere i freschissimi sposi, i quali erano la felicità in persona: ridenti, felici, innamorati.
Ad un certo punto lo sposo mi dice a bruciapelo” Anna vuoi suggerire a Lia (così si chiamava la sposina), una buona ricetta di quelle che sai fare tu?”. “Molto volentieri risposi io. Riprese lui “Una ricetta facile facile, sai, che Lia deve ancora imparare a cucinare”.Una ricetta facile facile”, risposi io!
“Allora, Lia, prendi il formato di pasta che più ti piace, cuòcine 100 gr. a testa. Poi prendi tutti i ritagli di formaggi da tavola che hai nel frigo, ad esempio, una mozzarella del giorno prima,dell’emmental che sta diventando secco, un po’ di scamorza, se ne hai, dell’ Asiago, insomma trova almeno 4 o 5 tipi di formaggi, sminuzzali e mettili nella pentola nella quale hai cucinato la pasta, dopo che l’hai scolata. Anzi, se ti vuoi proprio superare metti anche una noce di burro. Col calore della pasta appena scolata tutti i formaggi si ammorbidiranno. Tu gira e volta, gira e volta e quando vedi che si sono quasi sciolti servi pure nei piatti… e buon appetito.”
Mai ricetta fu mai più facile di questa, pensai tra me e me.
Dopo poco gli sposi andarono via ed io ero molto soddisfatta di essere stata utile soprattutto al caro sposino, il quale mi pose la domanda proprio come se si trovasse in cattive acque, per quanto riguardava la sposina tra i fornelli.
Dopo sette mesi, ebbi occasione di rivedere questi giovani amici.
Ci salutammo con immensa gioia, fui lieta di vedere già l’accenno di un piccolo pancino in lei, segno che la cicogna non sarebbe tardata a portare un bebè in quella famigliola, ed insieme al bebè anche la benedizione del Signore, che la venuta di un figlio reca nella famiglia.
Fin qui, tutto bene. Ma poco prima di salutarci, a tradimento, mi giunse una richiesta dal marito di Lia.” Anna daresti velocemente una nuova ricetta di pasta a mia moglie? Che da allora mangio solo pasta ai quattro formaggi!!!
Beh! Fu la fine del mondo per me!!!😂🤣😁😂🤣

 

Ma oggi è Maggio

la ragazza

MA OGGI E’MAGGIO

Da giovane avevo negli occhi la misteriosa ragazza con l’orecchino di perla. Le mie le avevo rubate alle conchiglie dischiuse in giovanissime albe. Poi venne un tempo senza sorrisi e senza parole, le labbra non germinavano sorrisi, le bocche erano anemiche di baci. I capelli crescevano come mangrovie asiatiche e si aggrovigliavano a neologismi mai uditi, ormai commensali dei pasti quotidiani. Ci buttammo a capofitto sui nostri profili Facebook. Ci ergevamo come totem imbalsamati. Componemmo aforismi a proclamare le nostre verità, ad imporre il nostro pensiero, a raccogliere like, tanti love ed altri smiles. Le persiane incrociarono le braccia, i gerani impallidirono nei giardini; rispolverammo l’inno nazionale,  lo cantammo da balconi frastornati. I morti si assommavano alle morti. Si seppellivano i morti senza un nome. I costi dei loculi andarono alle stelle. Erano i giorni della pandemia, parola mai sentita e inusitata, imparammo il linguaggio degli sguardi, ci abbracciammo con gli occhi per il segno della pace. Ma un giorno di maggio, finalmente, l’orecchino mi è caduto sul lobo, si è appuntato come una stella sullo spigolo più aguzzo della sera. Illumina il mio viso che ha navigato nel mare delle ombre, decora la guancia aggredita dalla ruga. Risplende come luce in un cielo senza luna.

Ma oggi è maggio, rifioriscono le rose, rinascono i sorrisi sulle labbra delle spose.-

 

——- Poesia a 4 mani di Mina Cipriano e Anna Marinelli

l’orecchino

orecchino

 

Finalmente l’orecchino
mi è caduto sul lobo,
si è appuntato come una stella
sullo spigolo più aguzzo della sera.
Illumina il mio viso
che ha navigato
nel mare delle ombre,
decora la guancia
aggredita dalla ruga.
Risplende come luce
in un cielo senza luna.

L’orma sul prato

uccellino

 

L’ORMA SUL PRATO ( a mia madre, Gesualda)

Ti perderò, quando l’ultimo velo d’ombra
scenderà sulle spalliere delle tue rose gialle.
Io, impaurita da tanto silenzio,
guarderò dalle vetrate
dove cospirarono di briciole i tuoi passeri.

Se sfoglierò le pagine del tempo
la piena dei ricordi
affluirà di nenie antiche
e di favole che un giorno mi narrasti
con fare di teatrante.

Ti perderò,
quando il fiore dei tuoi anni
smarrirà l’ultimo petalo
e a me resterà solo il profumo
del pane mattutino.
Un’ansia irragionevole
frugherà tra le cose passate
per caparre di reliquie.

Quel giorno,
un vento di libeccio
spazzerà l’eco di un canto,
e a guardia del tuo bucato
si leverà il cipresso del tedio.

Crescerà un lenzuolo di muschio
sull’orma che lasciasti nel giardino
e gli amorosi sguardi,
che un giorno germinarono bagliori,
saranno fiaccole spente.

Allora mi perderò,
come chi teme il buio,
come quando bambina ti lasciai la mano,

mi perderò, inciampando nella trama oscura
della tua epigrafe se non risponderai al mio richiamo,
Madre.

Mamma, parola d’amore

io e i figli miei

                              

 
Mamma, il tempo chiede asilo
 
allo stupore delle tue pupille
 
e l’alfabeto attinge
 
alla ricchezza dei tuoi vezzeggiativi.
 
 
 
 
Mamma, tu detieni le chiavi
 
del sole inesauribile,
 
anche quando, nuvole di pianto solcano il tuo viso
 
e la casa sprofonda in una nebbia di silenzio.
 
 
 
 
Mamma, mi donasti un’ infanzia
 
di pane fragrante, di acqua di fonte,
 
di uve passite al sole del sud.
 
Serbo ancora, intatta, l’innocenza
 
che in giorni lontani plasmasti con le tue mani
 
avvezze a scalare montagne di fatica.
 
 
 
 
Mani abili a cucire cieli
 
per i nostri aquiloni di fanciulle,
 
per i nostri saltelli alla campana,
 
nei meriggi assolati, di controra.
 
 
 
 
Mamma, riaffiora dal video dei ricordi,
 
il profumo di mirto dei tuoi bucati,
 
quel candore di percalle e di vigogna
 
di cui il mio Dash ultrabianco si vergogna.
 
 
 
 
Tu sai di ninne-nanne e di carezze
 
di inverni col braciere e di certezze,
 
di camiciole di tiepida flanella
 
per rendermi l’infanzia ancor più bella.
 
 
 
 
Mamma, sei quell’albero frondoso
 
che agli affanni della vita dà riposo,
 
e nulla chiede, nulla per sé spera,
 
solo un sorriso, solo una preghiera.
 
 
 
 
Mamma, parola d’amore,
 
sia se detta dal labbro di un bimbo,
 
sia se detta da un vecchio che muore.
 
 
 
 
Quale meravigliosa alchimia il cuore infiamma
 
ogni volta che un figlio chiama, MAMMA.