storie e altre leggende

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Giorni fa è venuto a trovarmi un amico avanti negli anni..aveva voglia di raccontarmi delle storie…

Per me è stato un piacere inaspettato e…nonostante fosse ora che mi dedicassi ai fornelli anziché ai ricordi di  un anziano avanti negli anni ( 88 e non li dimostra),  sono stata lì accanto a lui in ascolto in silenzio, di un silenzio che aveva del sacro:

“Anna, cè ti ricuèrdi ti quannu murìù Ciccillu lu giudèu?”

” No, Mimino, io ero molto piccola allora, ma ogni volta che vado al camposanto, passando dal viale centrale ho imparato a guardare con occhi carichi di meraviglia questa tomba sulla quale troneggia un quadro raffigurante un aitante giovane ritratto accanto ad una grossa moto”.

Francesco Cipriano amava le moto di grossa cilindrata ed aveva persino un Sidercar..il giorno di santa Lucia, (giurno nzignalatu, si dice…) usci con un amico per fargli fare un giro in moto…lui era nella “Barchetta( così l’ha chiamata Mimino) e l’amico alla guida del veicolo. Imboccarono la strada che mena verso via Roccaforzata, ma l’amico, non essendo avvezzo alla guida di quel “mostruoso veicolo” sbandò e si andarono a schiantare su un albero che costeggiava la strada.. L’amico si salvò, Ciccillo perse la vita.

Il caso ha voluto che io conoscessi una nipote di Ciccillo, e recandomi a casa sua per portare la comunione ad una inferma della famiglia, ho chiesto notizie su questo quadro…su questa storia…su questo leggendario giovane morto nel fiore degli anni.

Da umile cronista ne raccolgo i residui e ve la consegno…in punta di penna.

 

 

 

 

le mani delle donne

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LE MANI DELLE DONNE

Le mani delle donne
intrecciano conchiglie di sorprese
e s’appuntano asterischi di luna
sulle brume dei capelli arrotolati.
Sciolgono silenzi di vetro
al crogiolo sempre acceso delle loro bocche,
intessendo arazzi d’accoglienza.
Le mani delle donne
sanno d’ago e di filo
e cuciono stupori d’aquiloni
da annodare tra le mani dei bambini.

Quelle mani hanno ore da sbucciare
nei riflessi dei mattini
e intingono le attese
in anfore sempre piene di speranza.

Sigillano pulviscolo di solitudini
in teche di madreperla, che ,
fatate, sanno mutare in sorriso la malcelata pena.

Custodiscono battiti cadenzati come torchi
per spremiture di uvaspina
per propiziare vaghezze di sospiri,

Col punto d’erba e festoni
arredano tristezze di solitudini…
e schiudono segreti scrigni di sole
nei giorni di una pioggia inopportuna.

Se giovani, quelle mani,
sanno avere levità di ali
e sulle spalle incurvate dei vecchi
si chinano amorose,
per sollevare il duolo di ogni pena.

Le mani delle donne
spalmano carezze di nutella
su fette d’anima fragrante

Chiudono pietose
le palpebre dell’ultimo respiro
col tocco lieve delle loro dita

schiudendo tepori di placente.
aprendo varchi ad una nuova vita.

ogni giorno è da vivere

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Ogni giorno è da vivere

(Madeleine Delbrel)

Ogni mattina
è una giornata intera
che riceviamo dalle mani di Dio.
Dio ci dà una giornata intera
da lui stesso preparata per noi.
Non vi è nulla di troppo
e nulla di “non abbastanza”,
nulla di indifferente
e nulla di inutile.
È un capolavoro di giornata
che viene a chiederci di essere vissuto.
Noi la guardiamo
come una pagina di agenda,
segnata d’una cifra e d’un mese.
La trattiamo alla leggera
come un foglio di carta.
Se potessimo frugare il mondo
e vedere questo giorno elaborarsi
e nascere dal fondo dei secoli,
comprenderemmo il valore
di un solo giorno umano.

La Notte spezzata (recensione)

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La Notte spezzata, silloge poetica di Nunzia Piccinni
 
La giovane poetessa Nunzia Piccinni ci regala la sua prima silloge di Poesie dal titolo “La Notte spezzata”, titolo che ho molto apprezzato perché emblematico ed intrigante. Il titolo di un libro è come il bandolo di una matassa che andremo via via dipanando sfogliando le pagine che avremo sotto gli occhi….
Nella sua “premessa” che ho trovato avvincente quasi come le sue poesie, Nunzia afferma che il dolore parla un’unica e straordinaria lingua. Io aggiungo che anche la Poesia parla un’unica e straordinaria lingua, una lingua per la cui comprensione non si ha bisogno di traduttori.
La poesia parla un linguaggio universale comprensibile a tutti.
E se le persone fossero veramente tante a leggere poesie, pensieri di artisti, di grandi e illuminati uomini di lettere, o le povere e umili poesie di sconosciuti poeti,
il mondo sarebbe migliore di quanto non lo sia adesso.
In fondo il poeta è anche un po’ filosofo. Anzi è filosofo senza esserne consapevole, lo abbiamo scoperto durante una recente trasmissione del nostro amico comune Lino Carone.
Per mettere a nudo le sue verità il poeta scandaglia le profondità del suo essere, si analizza impietosamente, cauterizza le sue ferite profonde con il laser incandescente della sua parola poetica, muore cento volte e cento volte rinasce dalle sue stesse ceneri, come araba fenice.
Ogni ora è buona perché nasca una nuova aurora, Nunzia Piccinni, tenacemente attaccata alla vita, intravvede spiragli di vita nuova farsi largo tra le macerie del suo passato.
Il peso delle delusioni e dei rimpianti, il ricordo degli errori, che Nunzia definisce “Ingombranti” non le impediranno, tuttavia, di seminare semi di speranza e coltivare i fiori che ne sbocceranno con il concime dei suoi sogni più belli, sì che, riconciliata col mondo e con la Natura esclamerà:” Ogni sera, siederò nel mio giardino, parlerò sottovoce solo con ciò che non si vede, per lasciar dormire le mie verdi creature, nell’eterna dolcezza della Natura”.
Ma la notte spezzata, si potrà ricompattare definitivamente prospettandole nuovi scenari, seducenti prospettive le si parano dinanzi, allorquando presagendo chiaramente il suo Ritorno alla Vita ella afferma:
” Uno sconosciuto chiamato amore
Ha ridato un nuovo battito al mio cuore.
Ha scelto di seguirmi e ora mi accompagna e mi consiglia,
nel cammino lento e curioso della Vita.”
 
Nell’augurare alla cara Nunzia un sereno e radioso cammino sui perigliosi sentieri della Vita, non mi resta che ringraziarla per il dono dei suoi versi magnetici, densi e gradevoli, le cui rime talvolta raggiungono levità sublimi e musicali che ricadono sulle nostre anime come stelle cadenti, come pendenti lucenti che illuminano il nostro cammino di eterni viandanti.
 
Alla prossima raccolta, cara Nunzia.
 
Tua, Anna Marinelli

Le donne del sud

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Gli illustri relatori che mi hanno preceduta nelle Presentazioni di questo bel libro di Rina Bello, vantavano una conoscenza alquanto recente della bella e volitiva nostra amica. Una conoscenza recentissima, come recentissima è la diffusione e la frequentazione di quella “diavoleria” che passa sotto il nome di Internet, prima e di Facebook poi.

Io Rina la conosco da molti, molti, anni prima di loro.

Fu una sera dell’8 marzo di una decina di anni fa e forse anche oltre, che fui ospite delle Affinità elettive, la prima cellula di quel caleidoscopio di attività artistiche che abitano nello sconfinato universo di Rina.

Quella sera La nostra Rina ci offriva l’opportunità di parlare della Giornata Internazionale della Donna, con toni pacati, artistici, musicali e poetici. Una celebrazione, come si conviene, nel ricordo di tante Donne sacrificate sull’altare della produttività a tutti i costi, della produttività a scapito della Dignità, a scapito della Libertà, a scapito dei Diritti Civili.

Direi che fui l’apripista per le successive manifestazioni che Rina organizzò successivamente per Celebrare le donne sacrificate nel rogo….per aver osato scioperare in segno di protesta per le condizioni disumane in cui lavoravano.

Non solo una mimosa, poesie sotto le stelle, alternate a rappresentazioni teatrali sono state le creature che Rina si sta crescendo con l’intensità, la passione, la caparbietà che è tipica delle donne del sud, ma che è lo stigma caratteriale di Rina.

 

Ma come detta il Qoelet

“C’è un tempo per ogni cosa”

2 C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,

un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.

un tempo per demolire e un tempo per costruire.

4 Un tempo per piangere e un tempo per ridere,

un tempo per gemere e un tempo per ballare.

 

E così è arrivato per Rina il tempo per raccogliere tutti i suoi ricordi, le sue toccanti liriche, tracce delle sue esperienze teatrali e radiofoniche in questo bel volume che vanta un cospicuo numero di presentazioni  da Pulsano, a Tiggiano, suo indimenticato paese di origine in provincia di Lecce,  da Manduria a Carosino,da Grottaglie a San Giorgio jonico.

La copertina riporta un bel dipinto della nostra amica comune Grazia Martello, raffigurante uno scorcio della marina di Pulsano. Quel mare che Rina ama tanto e che sente scorrere nelle sue vene insieme alla terra rossa delle nostre campagne, insieme agli odori ed ai sapori di questa fertile terra baciata dal sole, anche quando piove.

Non saprei dirvi esattamente cosa mi è piaciuto di più di questo testo così ricco di contenuti, ma sento una particolare propensione dello spirito leggendo le pagine del suo arrivo a Pulsano, il viaggio in treno, le raccomandazione della amatissima mamma. Mi è parso di vedere una scena tratta dal movimento del neorealismo caro ai cineasti del dopoguerra. Ma è ancor più sorprendente la dovizia di particolari con cui ella narra di quel viaggio che la portava  a Pulsano, così come narra dell’infilaggio del tabacco, di cui ascolteremo tra poco, scene di una verità sorprendente da far pensare al Verismo Verghiano, senza ombra di smentita.

Lei, bambina dalle gambe troppo lunghe e dagli abitini troppo corti, dovuti ad una crescita troppo repentina, che l’ha fatta maturare troppo in fretta, è ora in grado di incitare la stessa terra con appassionate parole:

“O mia terra baciata dal sole e dal mare

Bruciata dall’incuria e l’abbandono,

mio ardente tormento, accecante passione!

Abbraccia i tuoi figli, cambia la Storia,

Sii per loro aurora di ritorni, alba di tempi nuovi,

tramonto soltanto di antichi dolori”.

Le cose e la case del suo paese resistono tenacemente nel suo animo da sembrare quasi che le abitino dentro, insieme all’odore del muschio e le iridescenti trasparenze del mare. Scrive infatti Rina:

Cantami o mare

Le note che mai ascoltai

Le parole che mai pronunciai,

Cantami o mare, suoni flautati e suadenti,

cantami le note che hai trascritto in spartiti trasparenti, io le ascolterò

e le studierò, e per te al mondo le canterò”

 

Rina, Donna verace del nostro amato Sud, ha imparato a cantare, le lodi di questa Terra amara e bella, come cantava il grande Modugno.

E Rina, non solo canta con l’ausilio dei suoi versi, ma canta anche con la sua ugola che emette suoni e melodie nel coro parrocchiale in quel di Santa Maria La Nova, “canta insieme ad altre mirabili voci consapevoli che …non appena s’innalzano dall’organo le prime note, si aprono i nostri cuori e cantano le nostre voci, a volte s’incastrano, le voci si trovano, si accarezzano, si legano, si prendono per mano….e pregano. E, sì, perché come sappiamo, cantare vuol dire pregare due volte.

Nel suo viaggio verso Pulsano che Rina narra con accenti altamente lirici, si intravvede una specialissima Egida mariana che traccia percorsi, che denota presenze trascendenti, che assicura patrocini, come quella della Madonna di Lourdes, che si venera nella bella cittadina di Pulsano.

“ Piccè ste sciati a Puzanu, signo? Ce avit’a sce alla Matonna di Lurdes?

Ma oltre alla visita alla santa Vergine che avrebbero fatto certamente con il cuore colmo di gratitudine, quel solare paese sarebbe stato la loro nuova patria, la loro nuova casa, la loro nuova vita.

Un paese, ma è più appropriato dire, una fiorente cittadina, che ella ha amato fin da subito, e continuerà ad amare e a spendersi senza sosta per la sua crescita culturale, sociale ed umana.

Afferma Romano Battaglia:   “Ognuno ha un paese nell’anima. È il luogo dove siamo stati più tempo. È il paese dove abbiamo trascorso l’infanzia, dove abbiamo giocato, dove abbiamo imparato la vita.”

E ancora Cesare Pavese “ Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”  .

E mi piace chiudere questa mia breve riflessione con un passo della intensa recensione che ne ha fatto il prof. Elio Francescone…”

Raccontare ed illustrare Il proprio vissuto, il proprio ambiente, le proprie esperienze, è, infine per la nostra cara Autrice, come aprire, piano, piano una valigia piena di ricordi e fare attenzione affinchè tutto quello che c’è dentro non svanisca subito: e noi leggendola, gustiamo e facciamo nostro il seme che ella versa dal suo corpo e dal suo cuore generoso, teso a sincronizzarsi con l’assoluto. Aprirla con delicatezza, chiudere gli occhi e ritornare con la mente indietro nel tempo, rivivere emozioni e sensazioni: Tristezza, pianto, rabbia, gioia, tranquillità e respirando profondamente sentire ancora il profumo di vecchie cose… La Piazza, il paese, i parenti, le donne, la Puglia, gli affetti, il tempo che passa: tutte cose comuni a quegli uomini e donne contemporanee che vogliono volare oltre la materialità attraverso il verso di una creazione poetica che viene ad identificarsi col sogno.”

 

Perchè le Donne del Sud sono quelle che allattano un Sogno al loro seno Sempre,

Perché essere Donne del Sud è un pensiero … una filosofia … un modo di essere,

Perché Le Donne del Sud sei Tu, sei tu, sei tu Maria, sei tu Mina sei tu Nunzia, sei Tu

Ada, sei tu Giuseppina, siamo tutte NOI….

e allora gridiamo insieme Viva le Donne del Sud!

Viva Rina, Viva Noi.

 

Come eravamo…

 

 

Con molta pazienza mio figlio mi ha salvato un vecchio video fatto sulle audiocassette di tanti anni fa. E’ uno spezzone di Festival fatto in casa, anzi, direi fatto in Parrocchia, con un coretto niente male. Il presentatore, l’amico Pinuccio avrebbe compiuto gli anni, per cui nella speranza di fare cosa gradita agli amati figli, ho pubblicato questo video su Facebook. Immediatamente come richiamati da celesti armonie gli amici comuni hanno condiviso il video. Chi vi ha trovato sua madre, chi vi ha trovato una parente, una amica di famiglia… Insomma, tuffarsi in un mare di ricordi fa sempre bene alla salute, credetemi.

 

Questa voce è stata pubblicata il febbraio 2, 2017, in varie. 4 commenti

I taralli di Gemma

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Amici, ho un gruppo su facebook  frequentatissimo , intitolato alla buona cucina di una volta, infatti si chiama “Comu si mangiava nna vota” Non manca giorno che gli iscritti non

pubblichino ricette gustosissime. Ieri la cara Gemma ha pubblicato la ricetta dei taralli con cipolla e pepe, naturalmente ci siamo precipitati a chiederla la ricetta. La ricetta è facile facile ed io con il permesso di Gemma la voglio condividere con voi.

Eccola qui:

500g di farina ( metà farina integrale e metà semola) , 120 di olio, sale pepe e cipolla disidratata a piacere. Mezzo cubetto di lievito sciolto in mezzo bicchiere di acqua tiepida e mezzo cucchiaino di zucchero. Si impasta con vino bianco fermo. L’impasto deve essere sodo. Si fanno i taralli e si mettono su carta da forno. Si fanno lievitare per due ore e si infornano a 200. forno statico fino a doratura. Nel mio forno 20 minuti.

Questa voce è stata pubblicata il gennaio 31, 2017, in varie. 2 commenti