Archivio | luglio 2012

Un’occasione preziosa

Stamattina sono uscita a sbrigare delle faccende e cosa vedo? Il signor Donzella con la sua postazione di antichi e genuini sapori in via Principe di Piemonte… come è solito fare ogni qualvolta dalla sua campagna raccoglie un pò di prodotti in più del fabbisogno familiare.

Da noi si usa così. Tutti coloro che posseggono un pezzetto di terra piantano zucchine, pomodori, peperoncini, fagiolini, fave e ceci e quant’altro… poi, se il frutto che raccolgono è esuberante per loro, si mettono fuori, sul marciapiedi di casa, e si mettono a vendere.

Si sa, la terra è madre generosa e non nega i suoi frutti a quanti l’accarezzano con il loro lavoro e la irrigano col loro sudore, oltrechè con l’acqua sorgiva dei pozzi.

Mi sono avvicinata ed ho chiesto: mi scusi:- hai percaso “La tolica?”-

(Se aveessi detto Cicerchia forse avrebbe pensato ad una cavolata…)

Ne ho preso un paio di chili, anche perchè conto di regalarla a mio cugino Mino, che a giorni viene da Bergamo a trascorrere qualche giorno nella casa Paterna.

Adesso ti voglio! Ora bisognerà nettarla, vagliarla molto attentamente perchè vi si può trovare qualche sassolino, qualche pallina di terra, qualche cece rachitico…un bel lavoro, insomma…
Ebbene, se si vogliono gustare le cose buone di una volta ci si dovrà dedicare un po di cura e di amore. Cosa ne dite voi?
Ne vale la pena, vero?

Li fichi ccucchiati

I “Fichi ccucchiati” sono fichi tagliati a metà dal picciuolo in giù senza staccare le due parti dal basso ed essiccati sui cannicci (cannìzzi) tipico oggetto della civiltà contadina fatto di canne sottili legate fra loro col fil di ferro, che permetteva ai frutti di ventilare e scolare attraverso le fessure il succo mieloso.
La fase di essiccazione era curata amorevolmente dalle donne, le quali giornalmente li giravano, ora da una parte ora dall’altra, rientrando i cannicci, tenuti sui terrazzi, ad ogni calare della sera. Si correva a rientrare i fichi, frettolosamente se si preannunciava qualche temporale estivo.

La pioggia avrebbe vanificato il lavoro e deteriorato i frutti. Quando la fase dell’essiccazione era perfetta per la massaia, i fichi venivano lavati, aperti e ripuliti da eventuali impurità, e successivamente farciti con mandorle tostate ed accoppiati, e disposti in bell’ordine nelle spase per essere infornati. Quando quest’ultima operazione avveniva, il profumo dei fichi infornati si espandeva per tutta la casa e invadeva anche gli orti e le case dei vicini.

Era un odore, un profumo che non si poteva assolutamente mascherare. L’odore penetrante e delizioso persisteva nelle case per diversi giorni.
Era una gioia semplice che rendeva felici soprattutto i bambini.

I fichi si conservavano nelle capàse, recipienti di ceramica smaltata di varie dimensioni, dove venivano introdotti ancora caldissimi e schiacciati con le mani per farne entrare quanto più possibile; su ogni strato di fichi tostati si disponevano foglie di alloro e qualche spolverata di polvere di cacao dolce, i più fortunati aromatizzavano i fichi con della cioccolata sbriciolata.

Ultimata la sistemazione dei fichi nella capàsa, le mamme li custodivano gelosamente affinché tale delizia casalinga potesse allietare le lunghe sere invernali di grandi e piccoli.

Mi è cara questa digressione di carattere alimentare: per non dimenticare i semplici gusti di una volta e riportare alla mente del lettore i profumi e i sapori semplici e genuini di un tempo passato, che la vita e lo stress dei nostri giorni tenta inutilmente di eliminare dal libro dei ricordi più belli e cari.

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Pagina tratta dalla mia pubblicazione “ L’ORO DEL TEMPO” Barbieri Editore, Manduria-2001 (raccolta di Detti, Proverbi e Preghiere della Tradizione Popolare sangiorgese)

Il mio nome è Anna

il mio nome è Anna,
intreccio rafia di parole
per farne liane per i sogni..
catene di versi che mi trattengano
al ramo della vita..
ma qualunque nome io abbia
sono un fiato tra mille
ad alimentare il calore
di un sole sfigurato.
Il mio nome è amore
per chi ne voglia raccogliere
con mani di tristezza,
e farne sorrisi per i nuovi giorni..
Io sono la Luna inafferrabile,
sono la marea che sciaborda
nelle tue insonnie,
sono la folata di vento
che ti sfiora senza toccare
la tua pelle sudata di lacrime.
Sono la chiarità delle stelle agostane,
la conchiglia che riconduce echi lontani..
Io sono IO !!! un fiato leggero
che soffia sulle nubi della lontananza
e accorcia distanze planetarie.
Ho il sapore dei cibi genuini,
delle risate innocenti ..
Sono Una, Nessuna e Centomila volte Anna,
e assommo tutte le qualità e i vizi e le virtù
di tutte le Anne inquiline dell’emisfero abitabile.
In me trovano spazio le distese d’Irlanda,
le steppe, le savane e i deserti
di tutti i continenti, con la paura di vivere io vivo e la voglia inappagata di volare.
Intrecciando cordame di licheni,
con lame di ricordi affetto fichi
e li dispongo come bimbi alla carezza dorata del sole.

Io sono l’uva dei vigneti
che ammicca dalle spalliere disposte come vetrine
sui tratturi che costeggiano i mattini.
Sono la sirena sentinella che attende il ritorno a riva dell’ultimo marinaio con le nasse degli occhi colmi di pesca miracolosa,

sono Anna dal ventre di terra e tu?

record

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E’ Un vero record!!!!

Mamma mea cè bbiddezza!!

Lu pane fatt’a casa

LA FORNAIA

Una volta si faceva il pane in casa e si portava al forno pubblico, anzi, veniva una collaboratrice della fornaia a prelevarlo, adagiato su lunghe tavole infarinate e coperto con coperte di lana.

Ai piccoli di casa la mamma (o la nonna) soleva fare un pupazzo di pane detto lu monicu. (il fraticello)

In estate si utilizzava l’uva passita raccolta pazientemente dalle donne durante la vendemmia, per confezionare un prelibato pane cu lli passili o cu ll’alìe nere

La fornaia conosceva le forme del pane di tutte le sue clienti. Ogni pane, infatti aveva un segno di riconoscimento; il segno di un pizzicotto, di un cerchio fatto col bicchiere, la cifra iniziale del nome e del cognome, e talvolta anche del soprannome col quale si era conosciuti e così, meglio identificati.

Il Lavoro della fornaia era duro e consumava la vita. Davanti alla bocca del forno sempre acceso e alimentato con le fascine delle vigne potate (saramiénti) e delle ramaglie degli ulivi (stroma) si spendevano molte energie.

Molte donne vedove esercitavano questo antico mestiere che permetteva loro di vivere dignitosamente e allevare i figli con il sudore delle loro fronti e la fatica delle loro laboriose braccia.

LU SANGUNAZZU


Mo’ no si ni faci chju certamente!

E’ assai difficile sce’ truva’ lu sangu ti lu majale appena scannatu!

E po’ ha statu puru pruibbitu cu si venne. Comunque questa ete na rizzetta difficile, ma ste ancora ci si ricorda ce sapore buenu tineva lu sangunazzu ti na vota.
Allora vitimu ci mi ricordu bona!

Si pigghjava lu sangu ti lu maiale appena scannatu, si sceva cu la patella ‘ddo lu vucciere e ti ni facivi ta’ quantu nu litru.
Quannu ‘rrivavi a casa mittivi la patella sobbra alla furnacetta, cu lu fuecu lientu e si mitteva intr’allu sangu trecientu grammi di zùccuru, na busta di cacau amaru, la cannella spriculata e na scorza ti limone crattata.
Si girava bellu bellu cu no si ‘ncuddava sotta e si faceva còciri fin’a quannu si quagghjava. Alla fine si metteva na puzatedda di mènnele ‘bbrustuliti e pisati fini fini ‘ntr’allu murtale.

Si mitteva l’mpastu ‘ntr’alla carta olliata e si ‘rrutulava comu nu salame. Po’ si mitteva ‘ntr’a na mappina e si faceva driféddere.
Po’ si tagghjava a fedde e si ni tava nu picca a li cristiani ca vine’ facèvunu visita a casa, comu na vera prelibbatezza!

Ah! La fotografia l’agghju pigghjatu ti sobbra a internette!
lorenzocairoli.com