Archivio | luglio 2021

lettera al prof. Lino Carone

                                                                                                 San Giorgio Jonico, 12 Luglio 2021

Carissimo Lino,

chiedo scusa per il ritardo con cui ti rispondo per ringraziarti del gradito dono delle tue poesie.

Le poesie mandatemi tramite WhatsApp dalla gentilissima Maria, non sono risultate fruibili da me, come avrei voluto, ma le avevo udite e riudite dalla tua tremante e commossa voce, durante le telefonate fatte da te a Radio Puglia. In seguito le ho ascoltate numerose volte tramite le registrazioni provvidenziali dell’amico Stefano, registrazioni che hanno consentito a me e a numerosi ascoltatori di cogliere quel messaggio, quella particolare tensione, quella emozione che hai saputo trasmettere durante le tue dirette, fino a ritenerle, quasi, a memoria.

In queste ultime due trovo la stessa ansia di vivere, lo stesso interrogativo, la stessa palpitante attesa che si è accasata nei nostri cuori, e sembra non volerci ancora abbandonare.

“ Tornerà la primavera/ con le sue albe radiose/ e i suoi tramonti/ che al calar del sole/ dicono arrivederci/

al sole che se ne va?”

Tornerà la primavera? Tornerà la stagione dei peschi in fiore? Torneranno gli antichi sapori di un tempo?

Torneremo NOI UOMINI E DONNE di questo tempo ad essere le creature libere di una volta? E’ questo, infatti, l’assillo del poeta, che si interroga, usando la magnifica figura letteraria dell’anafora che ripete martellante, la domanda, quella che scorre dal cuore e s’incaglia sulle labbra.

Poi, con la dimestichezza che tu hai di sminuzzare il pane della poesia e spargerla in briciole, come si fa con i passeri affamati, per essere fruita da tutte le anime assetate della parola poetica, si leva alto il tuo grido di insofferenza, di richiesta di aiuto, di paura di non farcela: “ Basta!!!  Ho voglia di gridare a squarciagola Bastaaaa!!”; Voglio svegliarmi da questo incubo/ che tormenta l’anima mia”. Si ha voglia di tornare a sventolare il vessillo tricolore dai balconi in festa, così come abbiamo fatto ieri, e cantare tutti insieme l’inno nazionale, e rigraziare Iddio e gridare a perdifiato:” Basta, è finita, Signore ti ringrazio” .

Con la stima di sempre, la tua amica Anna.

lumache, che passione

Lavate alcune melanzane,

tagliatele a pezzi non troppo piccoli

e soffriggetele con la cipolla,

appena appassiscono un po’ aggiungete il pomodoro fresco e basilico fresco.

Nel frattempo lavate spesso le lumache per asportare eventuali residui di terra…

Togliete la panna delle lumache ad una ad una, (ammorbiditele tenendole nell’acqua,)

per non rischiare che una lumaca morta vi rovini la minestra.

Bollite una decina di minuti le lumache e salatele durante la bollitura.

Scolatele e lavatele più volte perché lasciano una specie di liquido denso.

Scolate e continuate la cottura per una decina di minuti insieme alle melanzane.

Il peperoncino si aggiunge solo per chi lo gusta e per decorare.

Foto di Giusy Miccoli

la seggiola rossa

La seggiola rossa

L’altra notte, non potendo dormire,

mi sono alzata e mi sono seduta sulla seggiola rossa impagliata,

eredità di mia madre e delle cose preziose del mio passato.

La sedia è sempre lì,

sulla veranda all’aperto,

perché spesso mi  alzo quasi all’alba

per catturare il rosa dei mattini col mio obiettivo fotografico.

Dentro la stanza l’aria era insopportabile,

dovevo fare qualcosa per mettermi in salvo.

 Potevo morire in quella temperatura da alto forno.

Mi  sedetti priva di vita…

Mi sedetti  come solo una statua può sedersi.

Ma fu stupore per le mie membra.

Percepivo una sensazione inimmaginabile,

la percepivo e volevo scriverla…

la parlavo, la raccontavo a me stessa per imprimere

quella esperienza nelle pieghe della mia anima

come se la vergassi su un accartocciato foglio di papiro…

Fu come se  le mille braccia della notte mi cullassero.

Fu come se mille aliti di  vite invisibili mi soffiassero frescura,

fu come  invisibili ali di farfalle e di volatili altri

mi facessero da ventaglio.

Sentivo le mille creature della notte

 e che popolano quello stadio di tempo che precede l’aurora,

fare capannello intorno a me, e mi facessero la respirazione artificiale.

Fu come se mille amanti mi baciassero con aliti di zefiro e di favonio.

Fu come se mi restituissero alla mia vita ordinaria,

con una nuova fiaccola tra le mani,

per vivere ancora, ancora, domani…