Archivio | settembre 2012

Brasciole alla tarantina

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Scegliete delle fettine di vitello, non venate,
disponetele sul tagliere ad una ad una,
farcìtele con fettine di mortadella, cipolla,
capperi, prezzemolo, delle fettine di olive denocciolate,
e pezzettini di formaggio pecorino,
se lo avete già grattugiato va bene ugualmente.
Avvolgere tutto il ripieno arrotolando e stringendo affinchè non fuoriesca nulla,
Prendete un filo di cotone per imbastitura,
Oggigiorno si usano gli stuzzicadenti in legno, e sigillate l’involtino.
Dopo averli farciti tutti deponeteli in casseruola
con qualche cucchiaiata di olio extra vergine d’oliva,
qualche fettina di cipolla e soffriggete,
rigirandoli delicatamente per non romperli.
Quando saranno ben rosolati,
e l’olio sul fondo della casseruola è rosso,
versatevi mezzo bicchiere di vino bianco,
fatelo evaporare a fuoco vivo.
(ricordo che mia madre mi insegnava dicendo: fa rrussà’ l’oglio!).
Appena il vino sarà evaporato, (Badate che friggerà rumorosamente)
versatevi la salsa passata che avete fatto in estate,
se non siete di quelli che si fanno la salsa in casa be’ accontentavi
della salsa acquistata al supermercato,
Il sapore della carne farà il miracolo di darvi un sapore ineguagliabile!

Se avete del basilico fresco, coltivato sui vostri balconi o sui vostri orticelli quella sarà la goccia che farà traboccare il vaso della vostra goduria!

I vecchi del mio paese

il negozio di cataldino

sulla sinistra il negozietto di Cataldino De Angelis

stradina storica di via Corsica, casa abbandonata con panchine

I vecchi del mio paese

sostano su panchine sverniciate

dipanando gomitoli di memorie

che risuonano come carte di caramelle

ripiegate nel taschino.

I vecchi del mio paese raccontano storie infinite,

all’ultimo raggio del giorno

che ascolta con stupore di bimbo.

Sanno mutare i loro volti di pergamena

in fisarmoniche sognanti

che si accendono ad un cenno di saluto.

Amano

narrare di tesori nascosti

sotto le “chianche” dell’antica piazza,

levigate da puledri in disuso.

E a sera

recitando giaculatorie sconnesse

si affidano ad uno scampolo di tempo

ormai liso come il loro bastone.

Come scolari li conto ad uno ad uno:

che non se ne perda nessuno

inseguendo il residuo di un sogno!

20/10/1987

frutti d’autunno

Cari amici, su questo video non scorrono parole, ma vi offro delle immagini che ritengo efficaci messaggere e testimoni dei frutti d'autunno...il gatto è un animale straordinario che vive sul mio albero di limoni...i melograni hanno scelto il mio giardino evadendo le robuste funi con le quali il mio vicino li aveva legati, memore del proverbio che dice: "a ddo ppenne, rrenne!"

I melograni hanno scelto di maturare dalla parte del mio muro che cinge e separa il mio pezzo di giardino da quello del vicino...
beata la saggezza dei proverbi... io dal mio canto non lascio passare giorno senza che li vada ad accarezzare con i miei amorosi sguardi e con l'attento occhio della mia macchina fotografica.

mio padre aveva una vigna..

dal nome buffo/che strappava sorrisi/
poco più grande/ di un lenzuolo di lino/
ma ne faceva un vino/ambito dagli Dei/
e dagli artieri/che stavano in città.

Quella vigna sorgeva su terra che aveva un nome davvero singolare, si chiamava “Trentaminchiarili” ed ecco la sua Storia:

Nella seconda metà del 18° secolo un decreto di Ferdinando 4° limitava i privilegi feudali, e ordinava di scorporare i latifondi.
Il Barone del Luogo, una terra situata tra Talsano, Leporano e Pulsano, decise di suddividere la sua proprietà in 30 particelle di varia estensione. Tomoli, Ettari, Stoppelli, perchè venissero aquistate da compratori con diversificate possibilità di pagamento. A seconda, cioè, delle loro finanze. Sappiamo bene che le finanze allora erano scarse per tutti. Quando il Notaio chiese al latifondista, “E chi mai dovrebbe acquistare questa terra pietrosa e arida” il signorotto rispose con una frase che poi restò scritta nella leggenda: “Ci saranno pure trenta minchiarili che se la compreranno”. Quando questa voce si sparse per il paese la terra fu per tutti nomata, la terra dei “trentaminchiarili, anche se aveva un nome proprio risultante dagli atti notarili.
Quei trenta contadini però, ben presto col sudore della fronte, forza di braccia e determinazione, portarono a frutto quella terra pietrosa e arida tanto da farne un pezzo di Giardino dell’Eden, verdeggiante e lussureggiante di vigneti e uliveti.

Un prezioso contributo sui nomi nel Tarantino

Madonna del popolo che si venera nella chiesa Matrice omonima in San Giorgio Jonico(Ta)

Ricevo e volentieri pubblico questo prezioso contributo sui nomi che mi perviene da uno dei miei più assidui lettori del Blog.

EXCURSUS ONOMASTICO NEL PASSATO Di Luigi Bisignano

NOMEN OMEN, ossia ciascuno porta il nome “che deve”.
Potevano chiamarsi diversamente Cocoì o Unì Unà? E la vegliarda Cusimina di Bacuccu di Via Maggiore? E Rusulia, e mestu Rucchettu? Impossibile!
Inoltre l’impronta prevalente era data ai nomi da quella profonda e radicata religiosità popolare che per secoli ha voluto imporre ai nuovi nati il carattere della fede dei padri.
Il fenomeno ha maggiormente interessato le femmine cui venivano imposti nomi riferiti alla devozione mariana. La Madre di Dio era venerata tra la nostra gente sotto vari titoli legati alla storia della Redenzione o a vicende miracolose della tradizione sicchè, attraverso lo studio della onomastica si può stabilire l’identità etnoculturale dei nostri luoghi.
Con la tradizione cristiana il nome proprio acquista un vero significato “protettivo”. Il nome del Santo accompagnerà la persona e la proteggerà lungo l’arco della sua esistenza. Festeggerà il giorno onomastico come richiamo del suo legame col protettore e come memento della sua impronta battesimale.
Negli ultimi decenni l’affermarsi dei grandi mezzi di comunicazione ha sconvolto costumi e usanze con decisivi riflessi anche sull’onomastica.
Oggi vengono alla ribalta personaggi dello spettacolo e dello sport che possono influenzare le scelte dei genitori “moderni” (quante Rossella e Melania e quanti Yuri e Lara dopo i grandi films “Via col Vento” e “Il dottor Zivago”!) determinando ondate di nomi propri che esulano ormai dalla tradizione precedente. Quel nome che una volta veniva dalla gloria di un Santo oggi arriva dalle celebrità in voga. A Maria e Antonio si sono sostituiti i più “aggiornati” Barbara, Fabrizio, Gianni, Deborah o Samantha!
Da alcuni ritocchi praticati sul campo traspare il disagio degli incolpevoli portatori di nomi fuori tempo. E’ facile quindi imbattersi in qualche ex ‘Mmaculata o Lalata o Latodda transitate nella più a la page “Imma”.
E’ evidente del resto che una parrucchiera per signora “DA IMMA” ha sgomberato il campo da un’improponibile “DA LALATA” destinata a quasi certo fiasco imprenditoriale!
Una riflessione venata di amarezza ce la propone da par suo l’amico Prof. Cesare Mandrillo, storico pulsanese, a conferma che una considerazione sui nomi propri è argomento che non lascia indifferenti. Sono versi che rendono l’idea con più efficacia di un corposo trattato sul tema.
Sono i nomi Dario,Fabrizio,Deborah,Tamara
di chi nasce aujord’hui.
E ai tempi di Popla “la furnara”?
Le cose, allora, andavano così:
Immacolata, Cosimino,Filomena
S’imponevano per rispetto ai genitori;
poi il modernismo ruppe la catena
ed oggi i nonni, ahimè, son fatti fuori!
Ma io che son malato, e non guarisco,
di tutto ciò che sa di vita andata,
a Christian e a Samantha preferisco
Trifone, Crocifissa e Adddolorata.
Nel campo della religiosità popolare, quelli non più giovanissimi, quorum ego, ricordano tanti frugoletti correre spesso scalzi per le vie del paese vestiti da fraticelli col saio di Sant’Antonio di Padova, il taumaturgo al quale era stata implorata la guarigione del figlioletto. Era frequente infatti che le mamme, in tempi di mortalità infantile elevata, facessero il “voto” al Santo di vestire il piccolo col saio ”a guarigione avvenuta” (verrebbe da dire che anche in questo campo la fiducia è una cosa seria!).
Il voto era a tempo, da uno a più anni, a seconda della malattia. Con la frequenza di tifo, parotiti, pertosse e altre infermità da condizioni igieniche più che carenti, il paese pullulava di questi “munachicchi” o “munacieddi” che, incuranti della sacralità dell’abito indossato, non disdegnavano di mischiarsi ai coetanei in giochi e … monellerie di strada. L’amore materno non badava a spese sicchè i voti biennali o triennali si sprecavano ove al grande Santo sarebbe forse bastata qualche Avemaria!
Poi arrivarono gli antibiotici e migliori condizioni igieniche a fare piazza pulita delle malattie infantili e dei frequentissimi foruncoli (che fine hanno fatto? E il nero ittiolo?). Il buon Santo padovano fu presto affrancato dalle suppliche materne e i sarti del paese invece dei piccoli sai dovettero dedicarsi a più laiche confezioni.
Che sia detto con tutta deferenza per il Taumaturgo interlocutore privilegiato di mamme e nonne premurose per la nostra salute e per il profitto scolastico sempre borderline!
L’amore che portiamo, comunque, a quel contesto umano per molti versi irripetibile, richiama alla nostra memoria tanti nomi che abbiamo sentito pronunciare e pronunciato nei giorni felici dell’adolescenza. Li ricordiamo con affetto e tenerezza perché da tutte quelle persone abbiamo avuto qualcosa in termini di serena saggezza, di piena dedizione al faticoso lavoro nelle condizioni di vita non facili del primo dopoguerra e con una massiccia emigrazione “in cerca di fortuna” per le vie del mondo.
Dunque, molti nomi sono spariti per sempre. Molti altri mancano all’appello. Essi si sono smarriti nelle profondità dei decenni trascorsi.
Ciascuno di noi tenterà di riportarli alla luce se non altro che per un dovere di riconoscenza verso persone che nei tempi difficili in cui il destino li chiamò a vivere, seppero dare alle nuove generazioni testimonianza di dignità trasmettendoci valori che ancora custodiamo gelosamente.
E perché no, infine, un po’ di affettuosa riconoscenza per quei fratelli e sorelle che vissero con serena accettazione la sorte di chiamarsi Salvatore, Pupulina, ‘Ndulirata e Nunziatina, ‘Mmaculata, Cuncipita e Matalena, Mingucciu, Pascali e Giru?

Luigi Bisignano

fichi santacroce e uva ti vraca

Ormai mi sono fatta una fama in tutto il paese. Non passa giorno che non mi venga a bussare qualcuno dei miei compaesani con una saporita novità. ieri mi hanno portato un cestino di fichi, gli ultimi della stagione, che non avevo visto nè gustato mai. La novità era davvero ghiotta, e mi sono trovata dinanzi ad una varietà straordinaria di fichi, si chiamano “fichi santacroce”

L’altro giorno invece è passata la mia vicina Ninetta e mi ha portato alcuni grappoli di uva baresana piccola coi chicchi trasparenti tanto che si poteva intravedere il seme all’interno degli acini. io ho provato una gioia straordinaria perchè quei grappoli mi hanno riportato indietro nel tempo, quando mio padre portava a casa il primo grappolo raccolto e ce lo mostrava in controluce per farci apprezzare e constatare che la vigna aveva iniziato il suo lungo periodo di produzione…
in dialetto quella varietà d’uva da noi si chiama Uva di vraca…io la chiamavo “l’uva cera” per la durezza e la lucentezza dei chicchi.

io vi domando e dico: succedono anche da voi questi fatti straordinari?

Questa voce è stata pubblicata il settembre 20, 2012, in varie. 4 commenti