Archivio | marzo 2019

LOCUZIONI AVVERBIALI

 

LOCUZIONI AVVERBIALI
Tannu pi tannu: loc.av. allora, allora , in quel momento
Sotta pi sotta: ordire all’insaputa dell’interessato
Patre ca mo mi vene: locuzione derivata da una antica leggenda che vuol significare l’impazienza giovanile;
Va bellu bellu: vai piano piano, adagio;
Pèsili pèsili: sollevare pesi con vigore;
Pissi pissi: chi racconta con dovizia di particolari;
Papuddi papuddi: occhi gonfi di sonno;
Papa-papa: arrivare all’improvviso e al momento giusto. (Es.: mo si ni vene jddu papapapa)
Paratu paratu: arrivare all’improvviso e ben agghindato. Da apparata – parata – addobbo;
Stònu cucchj cucchi: stare vicino vicino, anche ncocchia: (Es.: Statti ncocchia a me, Stai vicino a me);
Statti cittu cittu: stai zitto zitto;
A bell’e buenu: tutto d’un tratto;
Alla paccègna: alla maniera dei pazzi;
Ncanna ncanna: all’ultimo minuto;
Alla “ce mi ni futtu”: alla maniera di colui che se ne frega;
Alli scurdati: quando meno te l’aspetti;
A tradimientu: come sopra;
A mazza mmurru: alla rinfusa;
Ti pònta: stare in piedi;
All’appieti: andare a piedi;
A ncavaddu: andare a cavallo o con un altro mezzo di trasporto;
A dall’a dalle: lavorare di gran lena;
A pizzichi e muezzichi: realizzare qualcosa con enorme difficoltà;
Cu la lènga strascinuni: con la lingua per terra, in segno di sottomissione;
Varri varri: colmare fino all’orlo fino a far traboccare;
Ripa ripa: a ridosso della strada, del marciapiede ecc.- da ripa- riva;
Puntu puntu: molto spesso, di frequente;
A futti compagni: avere sempre la meglio sugli altri;
Alli ttantuni: procedere alla cieca. Da “a tentoni” andatura dei ciechi;
Scappa e fuci: andare di fretta;
Là llà: nel lessico infantile voleva significare andare a passeggio;
Jappica jappica: uscire lentamente, senza farsi notare;
Cuvatu cuvatu: da covare – stare comodo e al caldo;
Mo mò: av. ora, adesso;
Tannu pi tannu: loc.av. lì per lì, immediatamente;
Alli sicurdùni: agire in modo improvviso e sleale;
Lu Popò: lo spauracchio dei bambini: (Es.:ci no la spicci mo chiamu lu popò);
La Bùa: nel linguaggio infantile erano le piccole abrasioni e tutto ciò che arrecava dolore al bambino;
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Ricevo e pubblico

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.. di ‘mmàtriculata
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Carissma Anna, sembra proprio che col passare del tempo ogni ricordo di azioni, cose dette o ascoltate e quant’altro venga sempre più prepotentemente alla nostra mente e nel nostro cuore, quasi un riconoscersi ora in eri; a ben pensarci, non potrebbe essere diversamente,ognuno di noi, in fondo, è quello che è stato, è il risultato di una lenta, impercettibile ma obbligata costruzione (sto estremamente sintetizzando, rischio di essere frainteso!). Quello del passato, della coscienza del passato, è l’esperienziale che si fa identità di sè. Per altro verso, però, è pur vero che l’oggi, il presente, ogni presente, costruisce il futuro che è, poi, il frutto delle azioni dell’oggi, della condizione odierna – la condizione propria ad ogni odiernità -, quell’oggi che sarà passato, un passato prossimo rispetto a quello cui qui si fa riferimento (forse, ora ho allontanato un po’ il rischio di un possibile fraintendimento!).
Nella nostra amatissima Sangiorgio della memoria in cui ci riconosciamo – tanto per la singolarità della personale “stagione della vita” che per una altrettanta singolare congiuntura storica di cui siamo stati inconsapevoli ma fortunati diretti testimoni: la transizione da un mondo quasi esclusivamente rurale (fatto di religiosa laboriosità, di semplicità di gesti e sentimenti, di altruismo incondizionato, di schiettezza di espressione e sincere relazioni di buon vicinato e paesanità) ad un mondo più modernizzato (sic!) – possiamo rinvenire una immensa ricchezza conoscitiva e valoriale tanto più necessaria quanto più l’imperativo etico, morale, sociale e culturale di tramando alle nuove generazioni di un segno identitario originario di appartenenza al proprio territorio.
Senti un po’ di cosa ti voglio parlare.
Da bambini e comunque fino ad una parte significativa della nostra giovinezza abitavamo nella stessa zona del paese, tu sobbra alli Kastriòta ed io nella adiacente Via Corsica; condividevamo, seppur indirettamente, le stesse familiarità parentali e di conoscenze ma la cosa che qui ora mi preme è riferita a quel tessuto linguistico, spontaneo, immediato e pregnante quasi come una freccia scoccata al momento giusto nel punto giusto. Mi spiego, da giorni per la mente mi riverbera la dolce voce di mia madre quando nella sua semplice e continua verace spontanea paesanità mi citava spesso dei nomi, dei soprannomi. Io, a dire il vero, in famiglia le ho sempre sentite tali denominazioni: Gysèppu di Kaskkavèdda, Scuàsciacapasùni, Totòru Mulòni, e ecc. Ma di fatto non ho mai avuto l’opportunità di associare questi soprannomi alle corrispondenti concrete persone anche perchè la vita di un ragazzo del tempo (anni ’60) era tutt’altro che interessata ai vari legami che tali espressioni linguistiche potevano assumere per il più diretto sè relazionale, magari qualche personaggio specifico lo si ricorda perchè più direttamente connesso con attività sociali, pertanto, più visibile, come può essere, per esempio, il caso di Mimìnu di la Kàvici, o dei Kaskkavèdda, quest’ultimi così ripartiti tra camionisti, meccanici e il nostro citato Gysèppu che con una bici già sovraccarica di un sacco di juta continuava ad acquistare privatamente olive tra le varie famiglie. Memorabile, ricorderai, era il suo percorrere le vie del paese corredato di un suo originalissimo fraseggio cantato di richiamo sociale a forte cadenza ed inflessione arabeggiante – tanto tipico delle nostre terre, quasi a memoria dell’Oriente che è in noi e che a noi, giovanetti di
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allora, suonava quasi oggetto di scandalo per la ormai presunta invadenza di una spazialità sociale altra -. C’è da dire, però, che, comunque, eravamo anche attentissimi, perchè incuriositi ed interessati a comprendere il significato tanto dello svolgersi dell’azione socio-commerciale che del genuino, autentico, immediato e diretto frasario espressivo-relazionale nell’eventuale contrattazione che di fatto rendeva concreta l’azione del Signor Gysèppu (mi pare, infine, di ricordare vagamente del suo agevole utilizzo di una bilancia a spalla a Stadella (Stadera) che pur se di minute dimensioni e precario assetto posturale assolveva egregiamente allo compito). Da vero cigno etnico, l’enigmatico dolce canto – del nostro orgoglio – risultava ancora melodiosa materializzarsi in un:
“ci ti è l’alìe, ci ti è l’alie!”
– forse, meglio, perchè più prossima alla percezione sonora: “ci tiè l’alìe, ci tiè l’alìe!” (alla lettera: “chi ha le olive, chi ha le olive!” – ovviamente, da intendersi interrogativamente: “chi ha da vendere olive?”).
Cara Anna, poi, non ti dico, da ragazzi di scuola media avevamo conosciuto Cìcci di lì càni – (era, questo, un nostro modo di gruppo di identificare un vecchietto, vedovo, che viveva da solo nell’allora parte tronca di Via Belvedere (ultima propaggine del caseggiato paesano che dava sul Monte) laddove accedendo da Via Zingaropoli alla precaria scalinata di Via Verdi questa sulla destra menava in un non ben definito stretto sentiero di aggrovigliati pertugi, lamierati e rovi – non saprei -. Lì, il caro Cìcci viveva con moltissimi fedelissimi inavvicinabili cani randagi in una umiliazione unica, un’umanità segnata nei tratti fisionomici e fisici di un uomo curvo, raggrinzito ma pur sempre pronto ad attivarsi alla vita nel dare dialogo a chiunque gli avesse, anche involontariamente, rivolto un piccolo sguardo di attenzione. Che dire? Lo ricordo scendere per quelle scale in un equilibrio precario, chiuso in quell’unico cappotto di sempre, quasi pluristagionale, sulla cui asola di fustagno sgualcito erano stancamente posate medaglie e medagline nastrate, devozionali ma alcune sicuramente anche quali onorificenza di guerra, non saprei; e ancora, più in là nel tempo, rincontrarlo per le vie del paese trascinante i piedi in misere scarpe-pantofole o scarpe ginniche con in mano la sua solita sparuta busta di plastica della spesa quotidiana (…), mi si stringe il cuore! Eppure, il suo sguardo è sempre stato sorridente, fiducioso, ma mi chiedo, di che’? E’ proprio ciò, che di lui, ancora oggi, a distanza di tantissimo tempo, mi lascia una sconcertante enigmaticità l’immagine richiamata alla mente. Era vago nel parlare, non discorsivo, le sue erano parole appena accennate, dal contenuto per lo più oscuro da decodificare, un contenuto frammentario nella sua dimensione spazio-temporale; però, alcuni riferimenti alla guerra, la Grande guerra, quelli sì che erano ben circoscritti, anche se spesso era proprio il nostro immaginario giovanile a sollecitare, a richiesta, tali argomentazioni.
Quel Cìcci di li càni, cara Anna, tu lo conoscevi bene, lo conoscevi nel senso che per lo meno ne conoscevi l’identità poichè anni fa ho letto qualcosa di tuo in merito, parlavi di Cìcci di Teatòra, cioè, lo hai identificato col nome della moglie che sicuramente aveva più familiarità nella rete femminile paesana del tempo. “Teatòra” non è un nome nuovo nella memoria sonora che conservo di mia madre, sicuramente più di qualche volta l’ho sentito pronunciare da lei ma non saprei proprio a quale proposito, forse, esagerando un po’, sarebbe come dire: Egìdiu (l’infermiere) o Mattèu (il sarto), Quaquàglia (l’abbigliamento) o Mondìnu (l’elettricista) laddove, questi, erano tutti nomi a forte connotazione sociali nel piccolo contesto paesano, bastava evocarli per indicare uno specifica referenza di utilità del momento, quasi un’economia linguistica, di un’estensione di un intero pensiero operativo. .
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In apertura ti parlavo, genericamente, dell’usuale referente identificativo che nelle varie circostanze linguistiche della ordinaria vita quotidiane casalinga familiare, a forte connotazione materna, poteva ricorrere. Al momento, però, c’è un “Carneade, Carneade, chi è costui?” che mi sollecita.
Mi spiego.
il riferimento non è più al simpaticissimo Kaskkavèdda, nè, tantomeno, al tenero nonnino sociale Cìcci di li càni, – a suo tempo citati unicamente a puro titoli di esempio – bensì, al grillo d’identità riferito all’espressione verbale materna “… di ‘mmàtriculata” in accezione a cose, fatti o adempimenti da assolvere contattando forse diretta l’interessata (?) “… di ‘mmàtriculata”, (tipo, immaginando un po’: Va’ ppìgghja … do … di ‘mmàtriculata)
E, allora,
“… di ‘mmàtriculata” doveva essere una donna, sua contemporanea, di sua conoscenza e di sicura familiarità con la quale in qualche modo lei – mia madre (ma più in generale, il vicinato) – aveva legami? Ma di cosa si potesse trattare?
Questo nello specifico, ma più in generale quello “…. di mmàtriculata”, sembra trovare una sua logica in riferimento all’accezione di appartenenza dell’individuo a quello specifico gruppo familiare, magari, identificato proprio come “…. di mmàtriculata”, quasi a dire: “Tizio di ‘mmàtriculata” anche, eventualmente, riferendosi a qualche avo.
Ma il mio Carneade è ancora più esigente,
cosa può essere il nome ‘mmàtriculata? Dalla sua usuale declinazione sembrerebbe avere genere femminile. E, ancora, lo strano nome ‘mmàtriculata, poi, da dove potesse derivare? Potrebbe, forse, derivare da una delle infinite apostrofazioni della SS. Madre volgarizzatesi in qualche sintetica, sbrigativa traslazione fonetica (si pensi, ad esempio, all’uso del latino fattone dalla nostre mamme nelle preghiere e, se dovessimo proferir parola, anche oggi da noi stessi!). Della Santissima, sinceramente, non saprei proprio, quale potrebbe essere queso eventuale appellativo celeste. L’associazione intuitiva tra i termini immatricolata, ‘mmatricolata e poi ‘mmàtriculata potrebbe forse offrire qualche chiarimento in merito? E il significato, poi? Immatricolare! (è molto ampio e sfuggente nelle risonanze linguistico-sonore volgarizzabili). Può, tuttavia, mai esistere una Madonna dell’Immatricolata? L’interpretazione immaginifica ultima, mi pare certamente azzardata ma, comunque, avvincente, lascia tutto il sapore del nostrano, del semplice e allo stesso tempo del simbolico se non anche del mitico, una caratteristica, questa, tipica di quell’efficientismo linguistico popolare di cui non possiamo che averne ereditato l’alito di vita (leggi: identità)
Da parte mia, ritengo di essere stato sempre un sognatore, un sostenitore del possibile, dell’immaginazione, perchè sognare significa saper pensare anche un modo diverso di essere, di conferire una nuova veste di significazione a contenuti usuali; ciò, lo esige l’essenza più vera dell’uomo, la sua impronta vitale.
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E, intanto, la dolce voce materna continua ad accarezzarmi la mente e il cuore in un continuo infinito racconto familiare che parla di semplicità, serenità e amore.
Ringrazio Iddio di avermi dato, così come penso anche per te cara Anna e come per tantissimi altri sangiorgesi – specialmente dei tempi nostri – , quei meravigliosi genitori fatti di un lui così religiosamente silenzioso in quel suo umile, continuo e doveroso essere macchina da lavoro e di una lei instancabile moglie, madre ed educatrice in quel focolare domestico in cui le differenze di genere non venivano vissute come conflitto d’individualità ma esaltate come ricchezza di coppia proprio perchè: amore; ma questa è un’altra storia.
Abbracci. Oristano, 21 marzo 2019
Giovanni Carafa

Gemme, recensione

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Specchio

Ed ecco sul tronco
si rompono le gemme:
un verde più nuovo dell’erba
che il cuore riposa:
il tronco pareva già morto,
piegato sul botro.

E tutto mi sa di miracolo;
e sono quell’acqua di nube
che oggi rispecchia nei fossi
più azzurro il suo pezzo di cielo,
quel verde che spacca la scorza
che pure stanotte non c’era.

Salvatore Quasimodo

 

Scrivo dal mio scrittoio in una giornata di Primavera. La prima. Quella delle rondini che stanno per arrivare; quella del cielo lucido che si tinge di toni pastello all’imbrunire; quella dell’aria frizzante che quasi berrei per dissetarmi dall’arsura di un gelido inverno senza vita; quella dei ciliegi e dei peschi in fiore del mio giardino. Scrivo della primavera ma mai avrei pensato di farlo.

Gemme della poetessa sangiorgese Anna Marinelli ne è il motivo.

In questi giorni sul mio comodino questo piccolo opuscolo mi ha fatto compagnia. Le mie sere sono state allietate dalla lettura profonda dei componimenti di questa artista dell’immagine tradotta in parola. La silloge è composta da venti brevi “frammenti d’aria/lucenti come schegge” che si lasciano gustare tutto d’un fiato, come un buon calice di vino bianco frizzante e fresco.

 

La signora Marinelli tratta con estrema maestria un tema molto difficile: quello del tripudio per l’arrivo della Primavera. E’ un tema difficile perché è uno dei più cari ai poeti di tutti i tempi che ne hanno cantato nei secoli la crucialità. Perché i poeti parlino di Primavera è un interrogativo legittimo, perché la signora Marinelli parli di Primavera è un interrogativo che ci porta a muoverci con delicatezza tra le parole e i sentimenti che il cuore e la penna della Poesia hanno prodotto.

La risposta non si fa attendere troppo. Il primo dei venti componimenti, quello che dà il titolo alla silloge svela già parte del mistero.  “Gemme appena schiuse/vestono le ramaglie/ della mia anima/che anela Primavera.

La poetessa con estrema grazia ci parla della sua anima, di quanto le sia necessaria la Primavera, di quanto le appartenga il ritmo delle stagioni, di quanto la rinascita la compenetri in maniera profonda.

Rinascita, alternanza tra la vita e la morte, mistero dei misteri che la nostra poetessa custodisce come una sentinella, sempre pronta, sempre all’erta, sono alcuni dei temi che riconosco come focali nella silloge.

Nello scorrere le pagine, leggendo, non si può non fare attenzione alle diverse immagini di alternanza tra il giorno e la notte, tra l’inverno e la Primavera, tra la vita e la morte. Spesso queste immagini sono nascoste nella metafora dell’anima che desidera il rinnovamento continuo, così come la Natura si rinnova di stagione in stagione. In questa danza di “setosi petali(Turbinio) e di Petali sul volto, ogni parola ha un peso e una consistenza che vanno al di là del semplice tripudio per l’arrivo di questa stagione amata.

Nel profondo delle immagini delicate della poetessa, io scorgo un anelito di immortalità, un desiderio di resurrezione, un panorfismo mistico che lega il corpo del poeta al corpo della Natura e ai suoi indefinibili misteri.  La Poesia con i suoi “poveri versi” canta la “fame d’Infinito” (Fame), di cui questa Primavera Bramata diventa universo al quale protendere.

Grazie Anna per la meraviglia donata agli occhi di chi legge. E’ un dono prezioso, un cofanetto di Gemme che ciascuno di noi dovrebbe custodire nel profondo del proprio cuore.

Emanuela D’Arpa

 

Rose golose

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Rose golose, preparate un impasto come quello che preparate per le chiacchiere. .. tagliate dei dischetti. Per quanti dischetti grandi avete ricavato tagliatene altrettanti più piccoli. Tagliuzzate i bordi dei dischetti di pasta…fate qualche taglio, mettete i dischetti uno sull’altro cercando di far unire il centro. Aiutatevi con  la parte finale di una cucchiaia di legno… sollevate i bordi tagliuzzati. Friggete queste Rosette badando di non arrossarle troppo. Scolatele e quando si saranno raffreddate riempitele di crema pasticciera. Spolverate di zucchero a velo.

non solo mimose

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Non solo mimose ieri sera presso il Convento dei Riformati di Pulsano, un antichissimo sito restaurato da una decina di anni e divenuto un favoloso contenitore di Arte, Musica, Poesia, Danza, Pittura e Teatro. Io me la sono cavata abbastanza bene a giudicare dai numerosissimi commenti che si stanno susseguendo questa mattina su vari profili di Facebook.

Ci sono stati molti motivi per me di essere tornata a casa con tanta gioia e serenità nel cuore. Un cuore che si accontenta di poco, di molto e a volte di un sorriso soltanto.

E di sorrisi ieri sera ne ho elargito tanti e ne ho ricevuti moltissimi.

 

 

Essenza di “Donna”

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ESSENZA DI DONNA

 

Anche quest’anno, e siamo arrivati all’undicesima edizione, l’iniziativa poetica ed editoriale fortemente voluta dalla nostra Rina Bello ha superato ogni aspettativa. Un plauso dovuto va fatto a priori, quindi, al Sodalizio culturale “ Le Affinità Elettive” che opera sul territorio della provincia da oltre una ventina di anni e presieduto da una instancabile Rina Bello, convinta come sono, che l’iniziativa non è un’impresa di poco conto.

Al di là di trionfalismi sterili, ci si deve convincere con gioia che la scelta fatta dal Sodalizio si è rivelata una scelta vincente, prova ne è la corposa partecipazione di poeti veterani e di nuova acquisizione che vi hanno aderito anche nell’ undicesimo anno.

Il risultato di questo lavoro collettivo è sotto i nostri e i vostri occhi.

Tutti i poeti hanno tratteggiato col pennello dell’anima l’ideale femminile, in ogni sua sfaccettatura.

Hanno intinto i loro pennini nella tavolozza più radiosa, hanno rubato le più azzurre chiarità ai cieli più tersi; per descrivere i suoi tratti hanno sottratto i colori più abbaglianti ai fiori di campo, così come ha fatto la poetessa Angela Arbia, che ho avuto la gioia di leggere per la prima volta.

Irma Albano, in un testo corposo e vibrante, definisce la donna Sostanza dell’Amore, mentre Ada Coppola associa il ruolo muliebre alla singolare icona della barca che porta a riva i cuori feriti.

Maria Carmela Ricci nel suo testo intitolato “Semplicemente donna” sottolinea invece le tante volte in cui la Donna raccoglie i cocci della propria anima nell’attesa di una piena realizzazione di Sé.

Nella poesia di Rosa Cernò l’anelito alla libertà si fa canto che esploderà nel cuore dell’inverno, anticipando primavere traboccanti di fiori e di profumi.

Il tema della primavera diventa quasi il file rouge che accomuna diversi componimenti poetici in questa raccolta;  è l’immagine alla quale si è ispirata anche la poetessa grottagliese Grazia Annicchiarico, nel testo musicalissimo, come la Primavera di Vivaldi, Giornata di primavera… impagabile. Sullo stesso pentagramma di versi odorosi si snodano i versi di Andreina Franco, la quale descrive la donna paragonandola al sole, al mare, alla rondine messaggera di primavera.

E così, scorrendo le pagine di questa gradevole pubblicazione, ci imbattiamo nella prosa di Ciro Di Lauro, e scorgiamo il suo canto che si fa preghiera che si eleva al cielo auspicando che il mondo torni ad essere bello come quell’Eden perduto. Nella sua intensa lirica l’autrice, Rosa Maria Vinci, cerca la parte più bella di sé, identificandosi come la ragazza dalla valigia piena di sogni, che la durezza della vita non è ancora riuscita ad infrangere. Immagini inedite ci vengono dal testo di Antonio Tedeschi quando scrive” Sei la mia cura a base di veleno,/un treno che non può andar piano,/ma, dopo il ciclone ecco l’arcobaleno”.

Intensa e sofferta la poesia di Grazia Martello allorquando le innumerevoli prove della Vita la allontanano da Dio ma in lei è sempre viva la Virtù della Speranza ”  Invochi, chiedi, implori, supplichi, scongiuri e lodi … e allora subentra la pace e  ti ritrovi a fare un passo verso DIO e ti accorgi che Lui ha fatto per te gli altri novantanove”.

 

Amati Donna, è il titolo dell’appassionata poesia della nostra Rina Bello, un imperativo che pare cucito addosso ad ogni Donna, ma che sorprende nella chiusa, che diventa quasi una preghiera che il cuore di madre rivolge alla propria figlia, che si accinge a seguire le sue stesse orme.

Celebra, esorta e canta la Libertà della donna la poetessa Rosanna Cassano “Libera come quel canto che, alla sera, si diffonde per i viali quieti;/ libera come un vento che sa di gelsomino;/libera come le parole che, simili ad acqua /di ruscello, sanno dove andare”.

E’ straordinaria la consapevolezza del valore di una Donna nella società, nella famiglia, nell’ambito lavorativo e sociale, lo affermano tutti gli autori presenti in questa gradevole antologia in un dettato poetico elegiaco che pervade tutti i componimenti inseriti così come si evince nel componimento di Franca Albano quando esorta la donna a “Non permettere mai a nessuno/di profanare la tua essenza/ di rovinare la tua vita”.

 

Con un linguaggio aulente l’autrice Lilly De Siati descrive l’essenza di una donna a cominciare dalla gemma della giovinezza fino a giungere alla soglia  di un eterno silenzio, significando la solitudine e la morte.

Singolare è il testo di Giovanni De Tommaso descrivendo la donna in un opera in tre atti rifacendosi alla Genesi, lì dove ebbe inizio tutta la creazione.

Svàluta abilmente l’omaggio floreale della mimosa la brava Cristina Sisto, auspicando invece che siano le attenzioni ed il rispetto le fondamenta di quella uguaglianza da sempre attesa e mai pienamente attuata nei riguardi delle donne. “Sono una donna/non mimose/non fiori/, ribatte Rosa Cernò “sono una donna e la mia essenza si spande in ogni dove…” ; le fa eco Corrado Leo quando afferma che”Esser donna significa forza e progenie dell’Umanità tutta”; prosegue la giovanissima Sara Leo sottolineando la vulnerabilità della donna e al contempo la sua fortezza, volto rivolto nella luce e spalle nude verso il buio.

Questo senso di smarrimento vissuto dalla donna e al contempo la determinazione a lottare per uscirne vincente, è sostanziato nella lirica del poeta Giovanni Monopoli fin dal suo incipit “ Smossa pietra dal giardino derubata/nel buio brancolano socchiusi occhi”.

L’inscindibile connubio “Amore e Vita” viene stigmatizzato dall’autrice Angela D’Amone in un’ amalgama misteriosa nella quale convergono tutte le significanze del complesso universo femminile, ed infine la poetessa Mina Cipriano, mirabilmente tratteggia la bozza del libro della sua vita, dai capoversi imperativi

” Voglio”, “Non Voglio”; nei versi di questa lirica si evince la forza d’animo e la concretezza della vita di una vera donna, colei che sulle rughe del suo volto, giorno per giorno lascerà le tracce e l’essenza di una vita vissuta con coraggio e con una smisurata fortezza d’animo.

Ed è sintesi assolutamente sorprendente e condivisibile da tutti gli uomini e le donne di buona volontà.

 

Anna Marinelli