Archivio | febbraio 2013

Credenze di Marzo

zinnu

zinnu


Non già delle credenze che troneggiavano nelle antiche case, poste nell’ingresso e ricolme di portate di tazze e di servizi di bicchierini per il rosolio vi voglio parlare oggi. Vi voglio parlare di una credenza popolare che riguardava il primo venerdì di marzo e di cui quasi più nessuno ne conserva memoria.
Il primo venerdì di marzo era “Giurnu ’nzignalàtu” perché quel giorno si dovevano fare alcuni riti propiziatori che valevano tutto l’anno solare.
1°: si doveva tagliare una ciocca di capelli per scongiurare il mal di testa e garantirsi un ottimo stato di salute per quanto riguardava questa importante parte del corpo. Pertanto tutti gli uomini andavano dal barbiere a farsi tagliare i capelli, le donne si tagliavano una piccola ciocca di capelli e lo scongiuro valeva lo stesso.
2° si doveva mangiare uno spicchio d’aglio per far sì che si godesse ottima salute e si assicurava l’assoluta assenza di disturbi dello stomaco e della pancia!
3° si doveva mangiare l’insalata, che allora non si mangiava certo tutti i giorni come si fa oggi, per rafforzare le difese immunitarie.
4° si andava a guardare “intr’allu zinnu ti l’oglio, per propiziare ottimo raccolto di olive.
Nel “capasone” del vino per auspicare una buona e abbondante vendemmia.
Nella sacchetta della farina per auspicare un buon raccolto di grano.

E No!!!! non ridete per favore!!!!!!

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masciàri e guaritori

Ruta, pianta antivermi

Nei nostri paesi si poteva trovare davvero di tutto!
C’era chi ti “faceva i vermi”, chi ti ‘”ccunzava l’ossi”, chi ti toglieva “L’affàscinu”, chi ti faceva rientrare l’ernia ombellicale!

In caso di attacco di vermi intestinali ( tenia) e i bambini o gli adulti venivano soffocati da una tosse stizzosa, specialmente di notte, si ricorreva a “’Premiu ti vinnacìtu”. Il guaritore doveva essere per forza un “settimino” ovvero il settimo figlio di una evidente numerosa famiglia. Questi con formule magiche e qualche sapiente massaggio circolare sulla pancia, praticato con olio caldo, e applicando dei cataplasmi di ruta, favoriva la guarigione.
La ruta è un’erba officinale efficacissima contro i vermi e la faceva odorare all’ammalato, oppure la metteva sulla pancia all’altezza dell’ombelico facendo allontanare i vermi dalla gola del malcapitato e fargli prendere altre strade e la conseguente loro espulsione per via rettale.
Con quanta ansia le madri ispezionavano il contenuto del “vasetto” per contare quanti vermi fossero stati espulsi.
Nell’impossibilità di trovare chi coltivasse nel proprio orto qualche rarissima piantina di ruta, si faceva odorare all’ammalato una pezzuolina imbevuta di petrolio, che spesse volte si confermava essere un efficace vermifugo.
Il petrolio; quello sì che si trovava in tutte le case, poiché era il combustibile col quale si alimentavano “li tubbi”, cioè le lampade di rame rosso ( usate in cucina) o di vetro (se usate per le stanze da letto) ogniqualvolta “ se ne andava la luce”!
Come spesso l’Amico Gino ci ha ricordato, settimanalmente si acquistava un quinto di petrolio da Cicci ti ‘Mbròsiu o da Giuvanni lu sacristanu, quando coi loro trabiccoli a tre ruote passavano dalle nostre antiche strade gridando “Lo flitto pi lli mosche,li fierri pi lli cazietti, vagnèèèè!!!”

PS. Premiu ti vinnacìtu, era il soprannome di Eupremio Venneri, la cui famiglia era nomata -vinnacìtu- per via del vino che faceva aceto troppo presto.

germogli di grano per il “sepolcro”

piattino per il sepolcrocoprire i semi con ovatta bagnatamiracolo della vitagrano a 8 giorni dalla semina

Presa da indicibile nostalgia del passato, ho pensato, all’inizio di questa Quaresima, di preparare uno di quei piatti colmi di germogli di grano che si usava fare negli anni 50/60, per addobbare l’altare della Reposizione: l’Altare del Giovedi Santo, comunemente chiamato “sepolcro”.
Ho preso una ciotolina decorata, così è bella anche esternamente, vi ho versato un primo strato di terra, l’ho inumidito un pochettino e poi vi ho adagiato semi di lenticchie, grano, fagioli, e qualche seme di mela consumata negli ultimi giorni.
Finito di distribuire questi semi, ho sparso quanche altro pugnetto di terra e ho ricoperto la superfice della ciotolina con del cotone idrofilo che ho spruzzato di acqua con un nebulizzatore.
Ho riposto la ciotola in un locale al buio e l’ho coperto con un vecchio setaccio. I semi infatti devono poter avere acqua e aria per germogliare, Luce ne dovranno avere poca, pochissima, in quanto la luce favorirebbe
la sintesi clorofilliana e farebbe crescere i germogli di un verde smeraldo, invece in questo caso le piantine di grano e altri semi che ho seminato all’inizio di questa quaresima, dovranno avere un colore pallido, quasi bianco.
Non vi dico quanta curiosità e impazienza mi prende.
Ogni giorno passo a nebulizzare, a misurare la freschezza del cotone e la crescita dei germogli.
Quando la ciotola sarà colma di fili d’oro ci metterò vicino qualche fiore di fresia profumata, per rendere ancora più decorativo questo piatto che nel suo simbolismo ci rammenta il miracolo della Vita della Morte e della Resurezione di Gesù Cristo.
“In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,20-33).

AUGURI

1^ anniversario

Amici, ma quant’è bella questa Piattaforma di WORDPRESS, oggi mi è pervenuto l’augurio di un felice compleanno! Ma con quale piacere e sorpresa!!!
Happy Anniversary!!!

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la cromatina

CromatinaGuttalincromatina FF.AA
Mi raccontava la nonna Rata che quando andava a comprare il lucido per pulire le scarpe dalla mamma di Antonio Scialpi, Luciodda le diceva ogni volta : “Nonni tengu cromatina pi lli scarpe ti fìgghjta!”
” E comu,- diceva nonna- nonni tieni cromatina nera?”
“No, ca li scarpe ca porta fìgghjta sontu ti virnìce”- ribatteva Luciodda!
Questa storia la nonna la raccontava sempre, specie quando in casa si prendeva in mano una spazzola e si tentava di dare una spazzolata alle scarpe. Se ne vantava e ne andava giustamente orgogliosa di come lucevano le scarpe dell’unico figlio maschio della famiglia Chiloiro, tanto da farle apparire come se fossero di Vernice!
E come dimenticare la comare Memena (diminuitivo di Filomena), che il lunedì mattina si metteva nella rimessa dove solitamente si custodiva il traìno, con 4/5 paia di scarpe davanti e li lucidava a dovere?
A noi ragazze faceva un certo effetto quella scena che si ripeteva puntualmente ogni inizio di settimana e giuravamo a noi stesse che quando ci saremmo maritate, le scarpe, i nostri mariti, se le dovevano pulire da sè!
Queste scene di vita passata mi sono riaffiorate alla mente giorni fa, quando ho ritrovato una scatola di cromatina Guttalin, in dotazione alle Forze Armate, me la sono guardata come se avessi trovato un cimelio di guerra, ho fatto ruotare leggermente la chiusura a farfalla e un odore forte mi ha invaso le narici, forte e graffiante come sono graffianti i bei ricordi dei tempi felici.

Santa Brigida

Rosarietta, la mia vicina, quella mattina venne a suonarmi alla porta e con un tono che non ammetteva repliche mi disse: “onu purtatu cummà Mimina”
Era un annuncio abbastanza serio e comportava una visita da non procrastinare. Lasciai tutte le faccende e mi recai presso la casa della suddetta Mimina.
Era stata per tanti anni la mia vicina di casa. Poi con l’avanzare della vecchiaia e non essendo più in grado di attendere alle sue faccende quotidiane era stata accolta e assistita amorevolmente dalla figlia, che risiedeva nel vicino paese di Roccaforzata.

“onu purtatu nunna Mimina” riprese a dirmi l’altra vicina” pare che questa notte ha avuto la visita di santa Brigida, e lei era devota di questa santa, lo sai, no? -Diceva accorata Rosarietta,- quando ricevono la visita di santa Brigida vuol dire che non c’è più nulla da fare e così è stato, ha chiuso gli occhi e s’è messa in agonia”
Accostai la porta e andai subito a vedere l’agonizzante. Sì, era davvero così. Non era più in grado di conoscere e di parlare con nessuno, eppure fino a ieri ha cantato “finchè la barca va” diceva rassegnata la figliola di Mimina.
Il mio sguardo si posò su quel piccolo fardello di ossa, il respiro era spesso interrotto, a causa di alcuni momenti di apnea, cosa che dava a tutti i presenti l’impressione che quello fosse il suo ultimo respiro: i nostri sguardi erano come catturati da quel ritmo incostante.
Era silenzioso, questo si, lo devo ammettere, non emetteva rantoli. Mi sentivo coinvolta in un grande mistero. Come quella volta che assistetti alla morte della mamma di suor Romilda, di suor Lucia Rosa, la mamma di Mario.
Vedi , Anna, mi disse suor Romilda, mostrandomi i polpastrelli delle mani di sua madre divenuti bluastri, è gia iniziato il processo di necrosi. Parole e realtà a me fino ad allora sconosciute.
Fu da allora, forse, che cominciai ad interessarmi alla morte, a chiedere notizie “dell’ultimo respiro” . di come si annuncia la morte. Non tutti mi hanno sempre saputo rispondere. Molti di coloro ai quali ho chiesto notizie e testimonianze più attendibili e di prima persona, non erano presenti alla morte dei loro congiunti. Forse tutti fanno di tutto per sfuggire quell’atroce momento. Cercano alibi plausibili per allontanarsi un attimo, sperando che in quel preciso momento “accada l’irreparabile”. Mentre ci trattenevamo accanto al capezzale della morente una delle anziane ha detto ancora qualcosa sulla devozione a santa Brigida. Anche sua nonna era devota a questa santa la quale annuncia, a coloro che la pregano, che in termine di pochi giorni dovranno morire. “ Io non farei mai una cosa del genere” disse un’altra signora del vicinato accorsa anche lei, chiamata da un invisibile tam-tam che da lì a poco avrebbe fatto convergere quasi tutti gli abitanti della strada presso la casa della moribonda. E continuando”una volta mi è capitata tra le mani la “novena” a santa Brigida e l’ho subito strappata, non farei mai una cosa del genere”. Da questa affermazione che sapeva di sacrilegio si scatenò subito una ridda di interventi tra i presenti. “Mia nonna fu avvisata da santa Brigida e subito dopo cadde in coma e non si riprese più. ”Dopo quanti giorni morì ? ” Le chiesi più che mai interessata. “ Dopo tre giorni” mi rispose la signora.

Tre giorni dunque, Mimina poteva durare almeno altri tre giorni. L’agonia di Mimina però durò qualche giorno in più. Fu costante l’andirivieni dei parenti, figli, nuore, nipoti, figliocci e commari e vicini di casa. Per tutti questi giorni non fu lasciata sola un momento, sia di notte che di giorno. Tutti lì, vicino a lei ad “assistere l’anima” , quell’anima che, forse a malincuore lasciava quel piccolo involucro di carne, che in gioventù era stato animato da laboriosità instancabile.

A tutti i vicini, gli amici, i parenti accorsi, la figlia di Mimina raccontava, sempre con lo stesso tono, sempre con la stessa rassegnata convinzione, sempre con le stesse parole che la sera precedente sua madre le aveva detto d’aver visto una bella signora. Le aveva preso la mano e gliela aveva stretto forte forte.

Da quel momento era caduta in coma e non aveva detto niente più. Lei però aveva subito pensato che fosse santa Brigida, perché sua madre era tanto devota di questa santa, la quale a quanti la pregano, annuncia il momento della morte per mettersi in regola con Dio, confessarsi e comunicarsi ed andare in Paradiso:

Bella questa santa. Postina di Dio.

torneremo in quella vigna

torneremo in quella vigna

Ciao Renato, ti saluto! Torneremo ancora su quella terra amata, torneremo tu, Mimina e io, coi nostri bambini a fare festa tra i filari di quella vigna azzurra, dove siamo stati felici, ricchi della ricchezza dei semplici di cuore, paghi solo di sole, e di grappoli maturi, e dei nostri sorrisi a riempire le giare della vita, giare immense che abbiamo saputo colmare di affetti sinceri.

Questa voce è stata pubblicata il febbraio 4, 2013, in varie. 5 commenti