Archivio | novembre 2015

Racconti intorno al braciere

Durante le sere d’inverno, nelle famiglie del Sud, si stava insieme… le stanze erano piccole ed accoglienti, non eravamo chiusi ognuno per i fatti propri, chi col il Tablet, chi col PC chi davanti al televisore a farsi rincretinire dai programmi spazzatura che la televisione ed i suoi circa 500 canali propongono per fare audience.
Le sere d’inverno si trascorrevano in casa, attorno al braciere, ravvivando di tanto in tanto la brace con l’apposito palettino.Il braciere era composto dal piede, un cerchio di legno sollevato circa 20 cm dal pavimento e dal contenitore metallico che conteneva la brace. Gli anziani soprattutto, erano i privilegiati a godersi il caldo del braciere. I bambini sempre con l’argento vivo addosso, pensavano ai giochi semplici, a fare i compiti per il giorno dopo, a sgranocchiare qualche fico secco, ceci arrostiti e mandarini, le cui bucce si lasciavano cadere sulla brace perchè avevano il potere di deodorare l’ambiente. E si raccontavano storie, racconti, proverbi, modi di dire. Le serate, raramente, erano allietate dall’ascolto della radio,specie se si trasmettevano programmi tipo Lo zecchino d’Oro, o il Festival della canzone Italiana.
Il braciere riscaldava un solo ambiente, “la Cammera ti nanti” o la cucina, se era ampia a sufficienza per contenere questo cenacolo serale. Sì perchè di cenacolo si trattava, dove scorreva nel sangue dell’uno le esperienze giornaliere dell’altro. Un fil rouge che legava tutti i membri della famiglia,dal nonno al nipotino. Non c’era il caldo dei termosifoni,caldi sì, ma freddi perchè non riescono a raccogliere nessuno intorno a loro.Ognuno se ne sta per i fatti propri, ognuno con i propri interessi personali,
ognuno con la propria solitudine.

Questa voce è stata pubblicata il novembre 27, 2015, in varie. 1 Commento

Taranto antica e nuova

foto dei Delfini Erranti

foto dei Delfini Erranti

Si è tanto detto di te,

e dei tuoi tramonti,

Taranto antica e nuova,

di quando il sole s’infuoca all’orizzonte

e fra le nubi traspare come un dio

tra velabri di porpora e oro.

Di quando pare che beva

alle azzurre acque dello Ionio

e fa sorridere le barche

che dondolano

come al suono di norie materne.

Colonne doriche,  ci rimandano di te

l’immagine di una città che riluce di Storia

e Leggende di antichi Dei,

mentre  altezzose  ciminiere

ti sbuffano addosso fumiganti veleni.

Tu resisti, all’assalto del Tempo,

avvinghiata alla tua vocazione che mai tradisti.

Tu vivi adagiata nei vicoli  adusti e stretti

e domini  la stirpe di Taras dall’altezza dei tuoi ponti.

Mentre muore un altro giorno

alla luce del  tuo crepuscolo abbagliante,

s’apre un solco nuovo sulla fronte

del vecchio pescatore che ti adora…

Taranto antica e nuova….

Ottobrata & Radio Puglia

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Per gli amici e gli estimatori della mia Poesia, domani sarò negli Studi di Radio Puglia Stereo, ospite del Prof. Lino Carone, per declamare alcune delle mie poesie della Raccolta inedita “Ottobrata”, poesie scritte tutte nel mese di Ottobre, Protagonista principale sarà sua Maestà l’AUTUNNO, con i suoi colori di Porpora e Oro.

Vi aspetto in molti, la trasmissione avrà inizio alle ore 10,30 e terminerà alle 12 esatte, per dare spazio alla preghiera dell’Angelus!

Non saranno prese telefonate durante la trasmissione, ma sarà riservato l’ultimo quarto d’ora della trasmissione alle vostre chiamate in diretta, ai seguenti numeri:
099 592 11 27 /  099 590 02 41
www.direttaradiopuglia.it  Ebbene sì, siamo on air

Le carrube ( Li còrnele )

Frutti del carrubo

Frutti del carrubo

2011-07-05 CARRUBE CORNELE-carrube còrnele

LI CORNELE

“La carruba o caruba è il frutto del carrubo, un albero sempreverde originario dell’Arabia e diffuso nelle regioni mediterranee più calde. I frutti prodotti da questa pianta sono legumi lunghi circa 15 centimetri e contenenti semi durissimi, rotondi ed appiattiti. I semi del carrubo vengono chiamati carati per via della loro sorprendente uniformità in peso. Ognuno di loro pesa esattamente 1/5 di grammo e nell’antichità venivano utilizzati per pesare preziosi ed oggetti di valore.

I frutti del carrubo sono destinati sia all’alimentazione del bestiame che a quella umana. In quest’ultimo caso viene utilizzata la farina, ottenuta dalla macinazione dei semi. Essa trova impiego soprattutto nell’industria dolciaria e delle conserve alimentari. Questo ingrediente, talvolta indicato con la sigla E410, ha infatti la capacità di assorbire acqua per 50-100 volte il suo peso.

Per questo motivo la farina dei semi di carrube viene utilizzata come addensante in molte preparazioni alimentari, comprese le carni in scatola. In particolari situazioni, proprio grazie a questa sua capacità di assorbire acqua, la farina di carrube è un eccellente antidiarroico. Al contrario, il consumo di polpa fresca ha una blanda azione lassativa.

Al di là del contesto prettamente industriale la carruba è “un frutto dimenticato” e come tale di difficile reperibilità.

“ Note dal web”

La polpa di carruba ha un sapore dolciastro che ricorda vagamente quello del cioccolato.

Anzi direi senza tema di smentita, che per molti  anni è stata, per i nostri nonni e per i nostri genitori,

la “Cioccolata dei poveri”.

A San Giorgio Jonico, mio paese nativo, se ne possono trovare esemplari antichissimi nella cave tufacee, meglio note come le “Tagghjate” e nei pressi della Caserma dei Carabinieri, dove si  trovano alcuni alberi favolosi che lasciano cadere i loro frutti per terra… senza che nessuno si avveda di calpestare un frutto dimenticato, ricco di storia e di sapore antico.

Anna Nell’orto

anna nell'orto

anna nell’orto

ottimo raccolto

ottimo raccolto

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L’ORTO

L’Orto, ai miei tempi, era inteso come uno spazio lastricato con un battuto di cemento, con un cordolo di “piezzi” di tufi, che recintava uno spazio largo due~tre metri e largo per tutta l’ampiezza della cucina; dove si piantavano sia fiori che piante aromatiche utili alla cucina. Tutto intorno e sopra ai “piezzi” c’era un tripudio di vasi di terracotta, con gerani, garofani, zinnie, dalie, settembrini e ottobrini, e poi la ruta, il rosmarino, il basilico, il prezzemolo e quant’altro.

Ciò che occorreva alla cuoca di casa, come dice il proverbio, “l’erva ca vuleva cresce intr’allu uertu mia”, si poteva trovare in questo piccolo spazio. Perché vi dico questo? Sto andando fuori tema? Signornò, perché ora arriveremo a scoprire un sapore perduto, anzi due sapori perduti: l’uovo arrostito e la rusata.

Negli orti di tutte le case c’era il pollaio. Una piccola gabbia per tenere ed allevare tre o quattro galline, per avere ogni mattina l’uovo fresco.

L’uovo alla coque:

Si metteva l’uovo in un tegamino piccolo, io ho sempre usato quello per riscaldare il caffè; si metteva l’uovo nel tegamino e si copriva di acqua, lasciando una piccola parte di guscio scoperta.

Dal momento dell’ebollizione si dovevano contare tre o quattro minuti.

Trascorso questo tempo si spegneva il fornello, e si lasciava l’uovo ancora  qualche minuto nell’acqua.

Si scolava e si faceva raffreddare un po’ sotto il rubinetto.  Poi si metteva nell’apposito contenitore per l’uovo alla coque dalla parte verticale, e si rompeva il guscio superiore, fino a permettere l’introduzione di fettine di pane che andavano a raccogliere il contenuto dell’uovo.

La “rusata” era praticamente lo zabaione. Tale alimento era somministrato  ad ammalati in convalescenza, a bambini disappetenti e ad anziani defedati.

Si rompeva l’uovo, che doveva essere freschissimo, trattenendo solo il tuorlo, e la cosa richiedeva molta abilità, facendo cadere nel bicchiere il tuorlo privato di ogni traccia di albume. Si versava nel bicchiere col tuorlo due o tre cucchiaiate di zucchero e si batteva fortemente con la forchetta, fino a farlo diventare un composto omogeneo, denso, e altamente nutritivo e ricostituente.

Per eliminare le tracce olfattive tipiche dell’uovo crudo si aggiungeva qualche goccia di liquore, del tipo Marsala o Strega o altro liquido fortemente profumato.

Qualora non si allevassero delle galline, nell’orto, nell’angolo più remoto, si poteva trovare la fossa biologica, nella quale si conferivano le bucce della frutta, la parte eliminata della verdura, bucce di patate, e qualsiasi altra cosa organica.

Qui avveniva il compostaggio degli alimenti dando luogo, con il passare del tempo, ad un vero e proprio concime con il quale curare le piante, o eventuali alberi, o l’immancabile pergola, tanto cara ai nostri genitori.

Coloro che potevano usufruire di uno spazio maggiore nel loro orto vi impiantavano degli alberi da frutto, di quelli che non si sviluppavano molto. Tra questi non era raro trovare degli alberi di giuggiole, o le “melodde” piccole mele poco più grandi di una albicocca.

Tra le piante che ricordo dell’orto di mia madre, ricordo la pianta officinale della Ruta, una pianta che aveva potere medicamentoso, il cui odore pungente aveva il potere di far fuggire i vermi… ooops! Volevo dire, le tenie, che disturbavano le funzioni intestinali del bambini cannaruti!

Oggi, chi ha ancora la fortuna di abitare nelle case basse del sud e di disporre di un fazzoletto di terra, si ingegna nella coltivazione di funghi del tipo Prataiolo o Champignon, la cui produzione è facile e gratificante…e di grande resa…come dalle immagini che mi pregio di offrirvi.

Questa voce è stata pubblicata il novembre 1, 2015, in varie. 1 Commento