Archivio | marzo 2013

Carusiniéddu

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Santa Maria delle Grazie che si venera a Carosino

Santa Maria delle Grazie che si venera a Carosino

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Il Lunedì dell’Angelo, cioè il lunedì dopo Pasqua, nonostante la mancanza di vetture,(oggi se ne contano persino tre in una sola famiglia) si cercava di trascorrere una giornata di spensieratezza, con bambini, anziani e giovani al seguito.
Tutto si svolgeva in grande tranquillità, non c’era spreco, non c’era il consumismo di oggi. Si portavano nei panieri e nelle borse di tela,alcune teglie di pasta al forno,polpette, cotolette( che si preparavano o la sera prima, o di primo mattino), arance mele noci e mandorle e le famose “Scarcelle”, i dolci tipici della festa pasquale confezionati con pasta di biscotto e confezionate in varie e colorate forme. Le forme più comuni erano i canestrini, le pecorelle, all’interno delle quali si inserivano delle uova, precedentemente lavate e ancora crude, La cottura le avrebbe rese sode. Questi dolci erano anche guarniti con le anissette e piccoli confettini argentati e dorati . Insomma, ci si attrezzava e si portava ogni sorta di bevanda a leccornia per trascorrere una giornata festiva e di primavera nelle fiorenti campagne che separavano i paesi di Carosino e San Giorgio Jonico.
Carosino, infatti, distava appena un paio di km da San Giorgio e circa 12 dal capoluogo, Taranto.
Per questa ragione la Pasquetta nei paesi di area tarantina viene chiamata “Carusinièddu”.
In questo piccolo e operoso centro ionico il Lunedì dopo Pasqua si venera la Vergine sotto il titolo di “Madonna delle Grazie” alla quale i carosinesi attribuiscono la scampata distruzione del casato retto dagli Orsini da parte del condottiero Albanese Giorgio Castriota Scanderbeg, il giorno di Pasqua del 1462.
Tale devozione si rafforzò negli anni e nei secoli presso la popolazione imponendo alle figlie femmine il nome di Maria Carosina, da qui, il diminutivo si “Sisina”.
La scampagnata nelle campagne implicava la visita presso la Chiesa intitolata come detto alla Madonna delle Grazie, di cui si conserva e si venera tutt’ora una miracolosa ed antichissima effigie. Una sosta presso le numerose bancarelle di “nuciddari” arricchiva la già straordinaria giornata di gita fuori porta, riservata esclusivamente per il giorno del lunedì dell’Angelo!

Ah! Una piccola nota evangelica: sapete perché il Lunedì dopo Pasqua si chiama anche “ Lunedì dell’Angelo”?
Il giorno dopo la resurrezione alcune donne si recarono al sepolcro, recavano oli e unguenti per ungere il corpo del Signore. Quando giunsero sul luogo apparve un Angelo e disse loro : “Perché cercate tra i morti Colui che è Vivo”?

E’ doveroso che io aggiunga ancora qualche precisazione circa la titolazione di questo post, il termine “Carusiniedd” era usato a Taranto, da noi invece si diceva “Pascaredda”; Scarcedde si diceva a Taranto, Palomme a San Giorgio come in altri paesi vicini.

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Plenilunio di Pasqua

resurrezione[1]

Antifona di Resurezione
annunzia la luna
in tutta la sua forma
e il suo volume.

Occorre che tu sappia,
o morte,
che questa luce dilatata
effonde sul creato
una pioggia di alleluja.

Si schiuderà stanotte
la pietra inamovibile.

Dal vuoto sepolcro
si leveranno voli di colombe .

e Angeli, Angeli, annunzieranno
che il soave Cristo è Risorto.

La veglia pasquale

Con la mia amica Ada, abbiamo recentemente ricordato come al sacro si associasse anche qualche rito pagano. Infatti, all’udire lo scampanio festoso delle campane di Pasqua la popolazione rimasta nelle proprie abitazioni, batteva violentemente conto i muri e la mobilia della casa nell’intento di scacciare il demonio e la mala sorte invocando, invece, la benedizione del Risorto.

Oggi, divenuti adulti nella fede, come auspicato da sua Eccellenza il Vescovo nelle sue recenti visite pastorali alla diocesi di Taranto, credo che tali forme di credenze e superstizioni non trovino più spazio nelle abitudini dei sangiorgesi, ma abbiano lasciato il posto ad una maggiore consapevolezza della vera essenza dei riti pasquali.

La liturgia della resurrezione di Cristo avviene nella Veglia Pasquale del sabato sera durante una celebrazione complessa ed unitaria.

La “Veglia”, pur iniziando nell’ultima ora del sabato, di fatto appartiene alla Liturgia solenne della Domenica di Pasqua.
Durante la “Veglia” viene benedetto il Fuoco, il ‘Cero Pasquale’, l’Acqua Battesimale, cercando di far coincidere il canto del ‘Gloria’ con il suono delle campane a festa, verso mezzanotte.

Nel corso di questa notte come nei tempi dei catecumeni, vengono battezzati alcuni bambini e si domanda a coloro che sono presenti alla liturgia di rinnovare le loro promesse battesimali.

Parallelamente ai riti sacri, in famiglia si trovava il tempo anche per preparare i tipici dolci pasquali, come taralli all’olio, al vino, al pepe, biscotti savoiardi, friselline, castagnette, angioletti, paste ricce e amaretti fatti con pasta di mandorle dolci, sbollentate e tritate.
Si preparavano anche le palomme, dolci di pasta frolla a forma di canestrini e di colombe nei quali venivano incorporate alcune uova, che, durante la cottura nel forno si solidificavano e costituivano una leccornia di prima categoria. Tali dolci venivano ricoperti di anisette, ovvero zuccherini sottilissimi di vario colore tanto ambìti dai più piccoli della famiglia.
Le donne si adoperavano soprattutto nei primi giorni della settimana santa a preparare queste delizie, cioè prima di entrare nel clima della passione.

Si acquistava per tempo anche l’agnello che costituiva il secondo piatto tradizionale della Pasqua. I più abbienti si recavano nelle vicine masserie, ad acquistare un intero agnello o una metà di esso per essere cotto al forno con patate e odori vari che ne esaltassero il tipico sapore.
Quando il capo famiglia si recava nelle masserie a comprare l’agnello, non di rado riceveva in dono da parte del massaro una mezza bottiglia di siero di capra, con residui di ricotta, ancora caldo. Con gioia richiamava i figlioli ad assaggiarlo magari intingendo dei piccoli bocconi di pane per farne una insolita e ghiotta zuppa.

Festa di famiglia, la Pasqua, aveva un profumo e uno spessore diverso dalla festa del Natale, alla quale si giungeva attraverso il percorso gioioso della novena, del presepe e delle messe matinate.

Di ogni evento conservo un ricordo indelebile facente parte del patrimonio di memorie personale e collettivo, che vorrei non andasse perduto. Passo il testimone ai giovani che mi leggeranno, affinché ne traggano sapienza di vita e continuino le ricerche della nostra cultura popolare e del nostro dialetto quale insostituibile e prezioso strumento di comunicazione ed affabulante espressività .

(2)In tempo di guerra la processione si svolgeva durante la mattina del venerdì santo ed aveva un percorso diversificato da quello attuale. Il troccolante e la Croce con i simboli della passione, invece di imboccare via XI Febbraio(come avviene oggigiorno) si incamminava per Via Isonzo e, percorrendo un tratto di Via Diaz, s’immetteva in Via 4 Novembre sulla quale via insisteva l’ospedale nel luogo in cui ora è ubicata la Scuola Elementare Maria Pia di Savoia. Al passaggio della processione tutti gli ammalati venivano disposti sul marciapiedi per onorare le statue dei Misteri, della Vergine Addolorata e di Gesù morto.

(3) Anticamente le statue dei Misteri e di Gesù morto erano custodite nella Cappella dell’Oratorio, fino al momento in cui, a motivo della sua vetustà, questa venne chiusa e ne fu inibito l’uso per motivi di sicurezza.
Oggi, l’Oratorio ha subìto lavori di restauro che ne hanno riportato alla luce
dipinti murali di notevole prestigio artistico e viene utilizzata per la celebrazione della santa messa ma soprattutto per l’adorazione eucaristica, tanto che oggi la riteniamo a tutti gli effetti “La cappella dell’adorazione”
nella quale i vari gruppi parrocchiali si alternano per pregare dinanzi a Gesù sacramentato pubblicamente esposto.

Il Venerdi del Silenzio

Canto popolare della settimana santa, propriamente del venerdì santo che nel secolo scorso si cantava durante la processione dei Misteri. La voce è quella suggestiva della signora, all'epoca ultranovantenne, Cristina Marinelli Suma, alla cui memoria dedico questo video. L'immagine di sfondo appartiene all'Artista Massimo Puglielli a cui va il mio più sentito ringraziamento.

TESTO

CANTI PER LA PROCESSIONE DEL VENERDI' SANTO

Parte Maria pel viaggio
faremo compagnia
o Vergine Maria
a lacrimar con te.

Corre per ogni via
incontro a lui piangente,
" Ditemi buona gente
il Figlio mio dov'è?

Sale l'infame monte
con frettolosi passi
chiedendo pure ai sassi
"il Figlio mio dov'è?"

Sento l'amaro pianto
della dolente Madre
che gira tra le squadre
in traccia del suo ben.

Sento l'amato Figlio
che dice " Madre ,addio
più fiero del dolor mio
il tuo mi passa il sen."

Delle vezzose mani
Qui intorno sempre batte
Fiero il martello batte
Senz'ombra di pietà.

All' aspra colonna
Gesù là fu legato
Battuto e flagellato
Sento che gran dolor.

Guarda la nuda Croce
Che a Te è rivolta e dice
" O Madre genitrice
il Figlio tuo morì"

Piange la terra e il cielo
L'aria si mette a lutto
Perché l'autor di tutto
Tra due ladroni morì

Le tombe, i sazi monti
Le stelle merle spere
Tutto ti farò sapere
Il Figlio Tuo dov'è

Entra Maria in Chiesa
Vede il suo Figlio morto
Finchè non sia risorto
Non partirò da te

Altare della reposizione

Chiesa Madre, San Giorgio Jonico Chiesa Madre, San Giorgio Jonico.
La santa Pasqua è preceduta, (ieri come oggi) dal cosiddetto TRIDUO pasquale, vale a dire le celebrazioni che precedono la domenica della risurrezione ed avevano inizio il Giovedi santo.
In passato, al termine della liturgia di questo giorno, durante la quale il sacerdote “lava i piedi” a dodici chierichetti, che simboleggiano i dodici apostoli, vengono spogliati gli altari, il sacerdote e i concelebranti stessi procedono alla espoliazione, ripiegando il tovagliato e riponendolo in una grande cesta,” si legano le campane”, non si suoneranno più fino alla messa di risurrezione, non si suonerà l’armonium per i canti, non si suonerà il campanello che viene suonato alla Consacrazione.
Per la celebrazione del rito del Venerdi santo, infatti, i fedeli si recheranno in Chiesa all’ora stabilita senza essere sollecitati dal suono delle campane.

L’altare della reposizione è il luogo in cui, nella liturgia cattolica, viene riposta e conservata l’Eucaristia al termine della celebrazione eucaristica del Giovedì Santo, detta anche la “Missa in Coena Domini.” In questa celebrazione solennissima si fa memoriale dell’istituzione del Sacedozio, si fa memoria dell’istituzione dell’Eucarestia.

È tradizione che nelle chiese gli altari della reposizione siano addobbati in modo solenne, con composizioni floreali o altri simboli, in omaggio all’Eucaristia che viene conservata per poter permettere la Comunione nel giorno seguente, il Venerdì Santo, ai fedeli che partecipano alla Azione liturgica della Passione del Signore; infatti il Venerdì Santo non si offre il Sacrificio della Messa, e dunque non si consacra l’Eucaristia.
Inoltre la reposizione dell’Eucaristia si compie per invitare i fedeli all’adorazione nella notte tra Giovedì e Venerdì Santo, in ricordo dell’istituzione di un mistero così grande e nella meditazione delle sofferenze della Passione di Cristo.
L’altare della reposizione rimane allestito fino al pomeriggio del Venerdì Santo, quando, durante la celebrazione della Passione del Signore, l’Eucaristia viene distribuita ai fedeli; se le ostie consacrate non sono state consumate, esse vengono conservate non in chiesa ma in un luogo appartato, e l’altare viene dismesso dai suoi ornamenti, per ricordare con austerità la morte in croce di Gesù, fino al giorno seguente, quando durante la Veglia pasquale si celebra la risurrezione di Gesù.
Nella tradizione e nel linguaggio popolare gli altari della reposizione vengono comunemente chiamati Sepolcri. Tale terminologia è impropria, perché in essi viene riposta l’Eucaristia che la Chiesa cattolica ritiene per fede, essere il segno sacramentale di Gesù Cristo vivo e risorto.
L’altare della reposizione non è dunque un sepolcro che simboleggia la morte di Gesù, ma un luogo in cui adorare l’Eucaristia , Gesù Vivente!

il mio contributo pittorico

Germogli 2

Germogli in confezione regaloFoto ricordola gioia del piccolo Badr

Cari Amici, ieri sera abbiamo consegnato ai bambini la loro ciotoline con i germogli di grano e lenticchie, essi, tutti i giorni, ne hanno seguito la crescita con interesse davvero entusiastico.
Non avevano mai sentito parlare di questi germogli…per me è stata l’occasione giusta per parlare sia del Giovedi santo, che parlare della stagione lietissima della Primavera, che ha il potere di far sbocciare ogni seme, far fiorire ogni albero, rinnova i nostri cuori e li prepara al Miracolo della santa Pasqua.

La “troccola” di Massimo Moss

Lato Interno della Troccola di M.MOSSTroccola di M.Moss

Storia di un’intuizione artistica: La Troccola di Moss

La Troccola è uno strumento penitenziale che riecheggia nella processione dei Misteri durante la celeberrima Settimana Santa che si celebra a Taranto.
Insieme alla banda è l’unico elemento musicale che caratterizza e accompagna la processione composta da numerose categorie di persone, tra queste i confratelli incappucciati detti “perdoni” il troccolante ,le associazioni e le confraternite della Chiesa del Carmine, i numerosi “sdanghieri” che affiancano i portatori delle statue dei Misteri e li aiutano nel cambio.
La “nostra” troccola ha innumerevoli varianti utilizzati in molte regioni d’Italia. In Sicilia infatti si chiama “traccola” nelle Marche “sgrannola” in altre località del salento “trozzula” nei riti ambrosiani si appella “tric- e- trac, oltre all’italiano crepitacolo, al latino “crotalum” e al greco “tròcalos”.
Come si evince dalla rosa di queste denominazioni riportate, la radice della troccola è chiaramente di origine onomatopeica, tentando di imitare l’inconfondibile suono sordo e drammatico che emette questo specialissimo e antichissimo strumento musicale allorquando le maniglie metalliche battono sul supporto ligneo.
In oriente la troccola, chiamata “semantron” era suonata dal pope per richiamare i fedeli alle sacre celebrazioni non soltanto in periodo di quaresima ma durante tutto l’anno liturgico. Questo espediente fu utilizzato nel periodi della dominazione ottomana, allorquando fu vietato l’utilizzo delle campane.

Se ci spingiamo ancora più indietro nei secoli, troviamo la sorprendente notizia della presenza di uno strumento molto affine alla troccola persino quattro secoli prima della venuta di Cristo, in quanto Archita, Signore di Taranto, aveva inventato un rudimentale strumento musicale per favorire l’apprendimento della musica nei bambini.

E’ spiegabile quindi come questo modesto oggetto possa suscitare interesse e emozione in quanti lo ascoltano in determinati momenti forti della Cristianità.

Furono le sue antiche origini, o il suono terribile e drammatico, questo segnale ineludibile a conquistare il cuore di Massimo Moss, quando bambino e chierichetto, nutriva in sé un ardente desiderio di suonarlo, o almeno di tenerlo tra le mani qualche momento? All’epoca non le fu concesso, la qualcosa però pose in essere in lui desiderio così profondo, che seppure accantonato nell’età adolescenziale, riemerse poco più in là con tutta la passione che lo aveva caratterizzato in età fanciulla.

Divenuto adulto e esercitando la professione di restauratore di mobili, un giorno ebbe l’opportunità di “costruire” una troccola vera, commissionatagli da un suo cliente. Quale opportunità più favorevole di questa per togliersi finalmente il desiderio di avere una troccola tra le mani, “costruirla”, persino!. Era davvero lo scherzo di un fato benevolo e intrigante che gli forniva questa meravigliosa occasione.

Massimo non si accontentò di realizzare una troccola come tante altre, la volle “creare” come si crea un’opera d’arte.
Ne studiò la forma e le impresse il suo sigillo creativo, infatti nelle ellissi nelle curve cesellate sulla tavola vi ha celato le lettere del suo cognome, dalle evidenti origini anglosassoni: “Moss”. Le troccole di Moss, sono da considerarsi dunque vere e proprie opere d’arte, opere uniche e irripetibili
In quanto si deve a lui l’intuizione di quel nome scolpito e mimetizzato nella bordura della sua troccola.

Ho conosciuto Massimo Kenneth Moss, durante una mostra di miniature, tenutasi a San Giorgio Jonico, nel febbraio del 2009 dal titolo “ Piccolo è Bello”.
Lui mostrò subito interesse ed ammirò tantissimo alcuni dipinti del pittore Mino Occhinegro, che riproducevano scene tratte dai riti della settimana santa di Taranto, che Pignatelli, il geniale artista inventore dell’originale rassegna, aveva incastonato in un supporto a forma di troccola.

Fu quella circostanza a fargli fare una promessa impegnativa: nella prossima edizione della “Rassegna di miniature nei supporti d’arte: di Tonino Pignatelli “ avrebbe donato all’Artista sangiorgese una troccola in dimensioni ridotte, non una vera e propria miniatura, ma qualcosa che fosse equidistante tra le sue Troccole artistiche originarie e quelle di piccolo formato.

Di lì a qualche mese, su invito della Dott.ssa Maria Teresa Laneve, Assessore alla Cultura del Comune di Carosino, Massimo potè mantenere la sua promessa. La troccola realizzata per questo evento, l’artista mottolese la ricavò da uno “stricaturo” quella tavola tanto cara alle donne di una volta, sulla quale le abili mani sapevano trarre biancore di neve al loro bucato.

La “Troccola di Moss” unica per originalità ed intarsio, suscitò interesse e ammirazione tra i numerosissimi visitatori accorsi nelle suggestive sale espositive del Castello della bella città del vino.

Anna Marinelli