Archivio | aprile 2020

Paure

mascherina

Mancano pochi minuti al termine di questo lungo mese di aprile, che ha fatto seguito al lunghissimo mese di marzo, quando ci colse di sorpresa qualcosa di indicibile.

Mancano pochi minuti e domani saremo a Maggio.

E’ tempo forse di fare un bilancio di questo tempo “sospeso”. vissuto senza troppa libertà, vissuto sotto ricatto di questo maledetto virus che ha attaccato tutto il mondo. Questo è il FATTO. Qui non si tratta di un morbo che ha colpito solo Nazioni come l’Italia, La Francia o La Germania. Qui si tratta di un morbo che ha attaccato tutto il globo terrestre. In America ho Amici, In Olanda ho Amici. In Francia ho Amici, In Germania ho parenti, creature che amo come figli.

Ho paura! la notte mi sveglio dopo poche ore di sonno e resto ad occhi aperti a pensare  e a chiedermi “Cosa accadrà Domani” e qui ci metto una interminabile serie di punti interrogativi, che si fermano sul soffitto della mia stanza e diventano uncini che mi feriscono la carne e l’anima.

I miei occhi stanno vedendo cose che la mia coscienza non può assolutamente accettare.

Ho paura di accendere la TV. Di vedere corpi nudi sotto un camice di tessuto non tessuto che coprono a malapena la dignità delle persone. I malati sono curati, i medici si ammalano. I vecchi muoiono. Gli infermieri sono stremati come se si trovassero in una trincea di guerra. Sono sottoposti ad altro tipo di bombardamenti. Lottano per salvare vite mettendo a repentaglio le loro vite stesse. I politici lottano per se stessi, come cani che si contengono un osso in mezzo al deserto, dove si lotta per la sopravvivenza. I politici sono una genia di gente che odio. Difendono la loro poltrona come sciacalli che  difendono l’ultimo brandello di carne, utile alla loro sopravvivenza. Lottano sulla pelle di chi muore. Io penso a quando toccherà a me morire fra gli spasimi.

Quando toccherà, se toccherà, ad un mio congiunto.

Voglio essere preparata. Voglio morire con la grazia di Dio.

Perdono quanti mi hanno ferita e umiliata. Perdono chi mi ha detto “Aspetta, non tocca a te” Perdono chi mi ha detto tante volte “Ma tu non capisci” Perdono chi mi ha detto tante volte “Tu devi stare zitta“. Perdono chi mi ha costretta a dire sempre “SI” quando volevo fortemente gridare “NO“. Perdono me stessa per non aver osato per paura del giudizio del vicino di casa… del mio detrattore, dell’invidia delle mie amiche invidiose.

Se morrò di Covid  vorrei indossare quelle scarpe rosse comprate con tanto piacere e mai indossate, le guardo e mi dico “Domani, domani proverò ad uscire  con queste“. E le ripongo nuovamente, senza osare metterle. Ho paura di lasciare in disordine il mio comodino, pieno di calze spaiate, di fazzoletti di mussola leggera, che non si usano più, ma che io uso ancora e che amo tanto. Ho paura di morire e lasciare in disordine l’armadio pieno zeppo di abiti mai messi e già passati ampiamente di moda. Ho paura che io possa andarmene senza salutare, come fanno le persone per bene. Ho paura di morire ed essere vestita, lavata  e composta nella bara da mani estranee, dagli addetti della Casa Funeraria. Persone, estranee che non avrebbero la Pietas di mani amiche, di parenti cari, di una sorella, di un figlio magari.

Domani è già oggi. Oggi è Maggio. Sono già trascorsi una ventina di minuti. Ora forse, tornando a letto dormirò fino a domani, senza interruzione. Senza paure, senza sogni!

Aspettando un nuovo giorno, dove forse riprenderemo a vivere con più libertà dopo questi mesi di reclusione forzata.

 

 

Comunione spirituale

don domenico

In questo tempo di pandemia, il mio caro amico sacerdote, Don Domenico Morciano, fondatore di una emittente radiofonica con indirizzo cattolico, sta celebrando la santa messa quotidiana negli studi della radio e pertanto viene ascoltata da moltissima gente, suoi fedeli ascoltatori di sempre. Io immagino lo spoglio altare e mi inchino alla generosità del nostro Dio che non disdegna di transustanziare il pane e il vino nel suo corpo e nel suo sangue, nemmeno se l’altare e disadorno, scarno, spoglio di ornamenti e onori che gli sono dovuti, in quanto DIO!

 

COMUNIONE SPIRITUALE (Nel tempo della pandemia)

 

Signore Gesù, credo fermamente che tu in questo momento

sei presente nel Santissimo sacramento dell’altare.

Ti amo sopra ogni cosa e desidero ardentemente

Che tu venga nell’anima mia.

Io credo che tu ti sia rivelato in Corpo, Sangue Anima e Divinità

Su questo altare improvvisato,

disadorno,

di ogni inutile ornamento.

Dio mio, che ti sei degnato di nascere

In una grotta di pastori, oggi scendi per noi

Su questo altare spoglio di luci e fiori.

Io credo che sei lì in tutto il tuo splendore,

chiamato dal tuo servo, Il tuo santo sacerdote,

Don Domenico Morciano.

Non ti negare mai, Signore mio divino:

nel tuo sangue e corpo, trasforma il pane e il vino!

Non disdegnar d’entrare in quest’umile dimora

la luce che tu emani ogni mia miseria indora.

Resta con me Signore, fino a domani tienimi stretta,

custodiscimi nelle tue piaghe, feritoie della salvezza.

E questa mia fame e sete di paradiso

sazia col pane e il vino che oggi tu hai diviso.

Ti abbraccio mio Signore, perché so che sei venuto,

grido forte il tuo nome, ti adoro, ti saluto.

Sii tu lodato e ringraziato, in ogni istante e in ogni momento

Signore mio adorato in questo sacramento.

 

Avaro fino alla fine

moribondo

 

Avaro fino alla fine.

 

C’era un fattore che aveva sotto di sé una mezza dozzina di contadini i quali avevano ciascuno un compito da svolgere nella bella fattoria di Patrunu Peppu.

Il fattore si chiamava Frangišcu e tineva nnu carattere trištu, cioè, mi spiego meglio, era un tirchio di prima categoria. Era tirchio con la moglie, era tirchio con i figli, era tirchio con i nipoti, era tirchio con i suoi dipendenti, era tirchio con il mondo intero. Era tanto tirchio che a volte non evacuava per non dover sentire i morsi della fame e dover mangiare nuovamente.

Il suo datore di lavoro, invece, era molto generoso con lui. Annualmente gli forniva una buona provvista di fave, di ceci, di fagioli, di grano e di farina perché potesse vivere senza restrizioni per un anno intero.

Frangišcu però era nato tirchio e non poteva sottrarsi alla legge imposta dal suo carattere. Quando la povera moglie, di tanto in tanto faceva il pane, ne faceva dieci panetti alla volta, sì che i figli e loro stessi dovessero consumare il pane, fresco nei primi tre giorni, ma che in seguito sarebbe indurito di brutto, e la qual cosa era necessaria, affinché la provvista del pane potesse durare almeno un paio di settimane.

Quando si sedevano a tavola, al tramonto dopo una giornata di duro lavoro, egli soleva dire: “Fili mia, manciate e biviti, pani moddi no tuccati, pane friscu no rumpiti, fili mia manciati e biviti”.

E che dovevano mangiare poveri lavoratori, se erano costantemente sotto lo sguardo guardingo dell’avarissimo padre!

E che cosa dovevano bere se l’avaro padre mesceva egli direttamente mezzo bicchiere di vino a testa ai suoi sfortunati figli?

Col passare degli anni però, ad uno ad uno i figli lo abbandonarono, formando essi stessi una famiglia, e con il lavoro delle loro forti braccia potevano mantenere i propri figli, avendo a cuore la loro salute e soprattutto la loro alimentazione.

Il vecchio fattore avanzava negli anni, così inesorabilmente arrivò per lui la vecchiaia e con essa le malattie.

Siccome non voleva spendere i suoi denari per comprare le medicine per curarsi e guarire, arrivò in punto di morte. Da giorni aveva un respiro affannoso, era entrato in uno stato precomatoso. Il suo padrone, cioè il figlio del Fattore Peppu, anche lui passato a miglior vita, pensò bene di chiamare il curato per fargli somministrare l’estrema unzione. Con molta sollecitudine il curato si recò al capezzale del moribondo il quale  rispose con molta difficoltà e con un filo di voce alle sue premurose domande e alle sue devote preghiere. Ma quando il malato vide che il santo sacerdote estraeva dalla sua valigetta un piccolo orciuolo di olio benedetto, il malato chiamando a sé le sue ultime energie esclamò: “Ma chè si paga?” E alla risposta negativa del sant’uomo rispose: “E allora, Ungimi tutto!”.

Da allora questo detto si sparse in tutto il paese e travalicò persino i confini della provincia, giungendo fino a noi.

 

Libera interpretazione dai detti popolari pugliesi.

Angeli senza ali

O Dio, mio Dio,

Ti prego per gli angeli custodi,

quelli  di carne  ossa  e lacrime,

quelli che non hanno le ali

ma che invisibili ceppi d’amore

trattengono accanto ai capezzali.

 

O Dio, mio Dio,

Ti prego per questi Tuoi figli

pronti a donare un sorriso

ad imboccare un labbro tremante,

ad asciugare una lacrima non voluta.

o troppe volte taciuta.

 

O Dio, mio Dio,

per questi angeli  si leva in alto

la mia preghiera,

per coloro che pur senza ali

leggeri  si aggirano

di giorno, di notte,

fra le bianche corsie degli ospedali.

 

Sono lì nella famiglia dove riposa

inerme un padre stanco,

nella casa dove si mormora,

per morire, una preghiera,

per non essere di peso per nessuno,

per quell’angelo di figlia

che per amore ha rinunciato

a formarsi una famiglia.

 

O Dio, mio Dio,

Ti prego per gli angeli custodi,

quelli non iscritti fra i Cori e i Serafini

ma silenziosi si aggirano

fra i più diseredati,

e per aver le ali

non sono accreditati.

 

Per essi  questa sera

T’innalzo una preghiera

per gli angeli custodi

che non hanno una divisa,

che non hanno una bandiera,

 

Ti prego o Dio, mio Dio,

per la grande Tua giustizia

per la grande Tua bontà

di riservare a loro nel Tuo Ciel l’eredità.

 

Andrà tutto bene

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ANDRA’ TUTTO BENE

 

Sto nelle stanze della mia casa,

il Silenzio che vi regna mi consente di ascoltare

il fragore dei miei pensieri, la musica della poesia

che risuona nei padiglioni dell’anima,

come le note della Primavera di Albinoni.

Mi affaccio dal balcone dei miei occhi

e scopro le nuvole che danzano,

e scorgo le fronde che ondeggiano

e odo il pigolio dei nidi appena schiusi.

Sto nel silenzio delle mie stanze,

“andrà tutto bene”, mi ripeto,

avvolta in uno scialle di solitudine e

spingendo lo sguardo in lontananza,

vedo fanciulli affamati di vita che

intrecciano arcobaleni,

per adornare le facciate dei palazzi

coi loro disegni sorridenti.

“Andrà tutto bene”, mi ripeto;

ma io mi perdo fino all’orizzonte,

inseguendo il volo di una rondine audace,

che sfugge alla legge dello stormo.

Sulla tela dei giorni vado ricamando

un’immagine amata

e allo stesso tempo perduta, senza forma.

Dove sono i miei vecchi della piazza,

che sostavano su panchine sverniciate?

Sono anche loro reclusi nelle case?

quelle case che promettevano ristoro e riposo,

e  mani amiche che avrebbero stretto

le loro mani ossute e scarne?

Se ne sono andati in molti in questo tempo malato,

senza lasciare un saluto

senza la loro eredità di ricordi,

a me che l’avrei accolta con amore,

a chi l’avrebbe accolta con stupore,

e custodita in un libro,

ormai bianco e privo  di parole.

Rondini

 

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Ho rondini che mi volano in testa.

Ognuna di esse reca nel becco

una sillaba del tuo nome silvestre.

Esse tintinnano come campane

di Pasqua e destano i morti sogni

che risorgono come Lazzari redivivi

e spuntano leggiadri

sulle mie ciglia stanche.

Mai stanche però

d’intrecciare cordami di abbracci

in questo tempo imbavagliato.