Archivio | agosto 2013

Ricordo divino

vendemmia. foto dal web

Vivo nel ricordo dei giorni
dal sapore di pane e acqua-sale
di uve dolci, rosse come rubini
che adornano fanciulle saracene.

Mio padre aveva una vigna
– dal nome buffo,
che strappava sorrisi –
poco più grande di un lenzuolo
di lino,
e ne faceva un vino ambito dagli dei
e dagli artieri
che stavano in città.

Era un sovrano, mio padre,
nel suo podere,
con solo sette filari di primitivo,
e a guardia del suo piccolo tesoro
aveva posto,
per sentinella,
un ulivo.

Mia madre si attardava
a raccogliere acini appassiti
che l’indomani
avrebbe imprigionato
in una pagnotta fragrante
dal vago sapore della felicità.

Mi rivedo avanzare, nel sogno ricorrente,
tra i filari roridi di brina,
tra i traìni ed i tini di uve traboccanti,
e voci di donne tra risate e canti.

Ora che il tempo stratifica memorie,
come cortecce che denunciano anni,
ripenso spesso a quel dito di vino
che riscaldava il cuore
e appannava il bicchiere,

come se fossi ancora piccolina
con i miei cari, intorno ad un braciere.

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Presente/Passato

vigna dei moscatelli copia

E, quando il mio tempo sarà avaro di raccolti
me ne verrò, come viandante,
tra i tuoi filari, o terra.
Me ne starò pensosa sulle tue rovine,
come dinanzi a vetuste cattedrali disertate dalle rondini.

Piangerò sulle tue radici, propaggini d’abbandoni:
raccoglierò i pampini superstiti,
come guerrieri che tornano sconfitti da impari battaglie.

E, forse, udrò ancora il canto delle vendemmiatrici
spargere armonia tra i vigneti,
e voci e risate riudrò salire verso le mute colline,
che un giorno profumarono di timo e di mortella.

Come vecchi turiboli arrugginiti,
spanderanno incenso i miei ricordi:
forse udrò ancora mio padre,
chiamare per nome ogni ceppo,
e trionfante donarmi il primo grappolo
che tagliava il traguardo contro il sole.

E, forse, vedrò ancora mia madre,
coi capelli serrati in ruvide guardiole di cotone,
trattenere rivoli di sudore
pregno di fatica e dignitoso lavoro
quando, con acque di sorgenti avìte,
in calici di mani innocenti dissetava arsure.

Allora cercherò un appiglio per non cadere:
mi smarrirò in un dedalo di ricordi,
troppo dolci, troppo amari,
troppo “presenti”,
per definirli “passato”

Anna Marinelli

I Piccoli Balilla e gli esercizi ginnici

disciplina sportiva...esercizi ginniciesercizi Plesso Maria Pianelle cave

Amici, ieri sera ho avuto la gradita visita del prof. Lucio Fabbiano il quale mi ha portato un prezioso bottino di fotografie rarissime. Ne pubblico solo una per suscitare il vostro interesse. Si tratta degli esercizi ginnici dei “piccoli balilla”, al tempo del Fascismo. Scolaresche si esercitano nel cortile dell’Edificio scolastico Maria Pia con la divisa voluta dal Duce. Le bimbe indossavano la gonnellina a pieghe nera e la camicetta bianca. Si evince la lunga scala che dalla direzione portava verso la palestra all’aperto. Le finestrelle davano luce ai locali sottostanti della refezione!

Nella quarta foto invece ancora un importante documento: piccoli balilla accompagnati dal Maestro Fabbiano in visita nelle tagghjate. Notare il bambino con “la cataredda” sulle spalle e la tanta tristezza negli occhi.. lui non frequentava la scuola, era a lavorare nelle tagghjate ad arrotondare col suo lavoro il misero salario del genitore.

“La santa Monica”

Congelati di guerra

AGOSTINO-E-MONICADEF[1]

Il 27 di agosto la chiesa cattolica ricorda Santa Monica, madre di Sant’Agostino.
Questa data non dirà molto ai più giovani, ma chi ha superato gli “anta” da un bel po’ e ricorda quando le sere di estate si trascorrevano seduti in compagnia davanti all’uscio di casa e non davanti alla TV, di Santa Monica forse si ricorda.

Si ricorderà, forse, di un rito conosciuto e praticato in particolar modo dalle nostre mamme e nonne.

Santa Monica, madre premurosa in maniera esemplare, aveva fatto voto di non abbandonare il figlio Agostino nelle sue peregrinazioni finchè questi non si fosse convertito al cristianesimo; la tenacia e la perseveranza della madre compirono il miracolo e Agostino finì per battezzarsi. Santa Monica ritenne così di aver compiuto con ciò la propria esistenza terrena e si spense serenamente ad Ostia, vegliata dal figlio, futuro padre della Chiesa.

La fede popolare quindi vede in questa santa una mediatrice per ricevere notizie riguardanti i figli dispersi e perduti. Pertanto ci si rivolgeva a Lei per ottenere notizie tramite delle preghiere e una specie di invocazione, formulata dalla stessa fede popolare .
Vi spiego…
Il rito si dovrebbe fare la notte fra il 26 e il 27 agosto, ma si può fare alla mezzanotte di qualsiasi giorno ed è molto semplice:
si tratta di recitare 1 Pater, 1 Ave, 1 Gloria e si prosegue con l’invocazione a Santa Monica:

“Santa Monica pietosa,
santa Monica lacrimosa;
a Roma andasti e da Milano venisti;
e come portasti notizie del tuo figliolo,
così portami notizie di… ”

( si chiede notizie della persona amata)

Recitate le orazioni si restava in ascolto, trepidanti, per trarre l’oroscopo lieto o triste dei propri affanni, delle proprie speranze, dai fatti che si svolgono giù per la strada ed oltre, qualsiasi manifestazione esterna vista ed udita sarà considerata un segno rivelatore: ciò che dicono i passanti, un canto di uomo o donna, un pianto di bambino o adulto, una risata allegra o sghignazzata, una porta sbattuta violentemente, un cane che abbaia, il fischio del treno ed anche gli elementi atmosferici, cioè pioggia, vento, temporale, eccetera.

Naturalmente oggi questo potrebbe far sorridere molti ed altri avranno pronte spiegazioni che parlano di suggestione, superstizione e quant’altro.
Per quanto mi consta personalmente, mia nonna Rata (Addolorata) praticò questo rito e ebbe notizie del figlio Antonio, disperso in guerra nell’ultimo conflitto mondiale.
E seppe che era vivo ma era rimasto gravemente ferito. Cosa vide esattamente non l’ho mai saputo, ma mi rimane il vago ricordo di come lei cadde in una specie di abbattimento morale dal quale si riebbe soltanto quando il figlio fece ritorno definitivamente a casa, con i piedi ridotti a moncherini a causa di un grave congelamento ad ambedue gli arti inferiori.

cannicci

fichi tostatifichi in essiccazionefichi al solefichi secchicannizzi

Non passa giorno che i miei amici non mi ricolmano di delizie…ieri ho avuto quasi 5 kg di fichi, ed io sono troppo golosa per ignorarli. purtroppo questi frutti di cui la campagna salentina sovrabbonda, sono delle vere e proprie Bombe energetiche.
Quest’anno ho pensato di essiccarne la maggior parte o regalarne a mia volta ai miei amici che come me ne vanno ghiotti!
Mio marito invece li adora tostati al forno, con o senza mandorle. Essiccarli comporta un po’ d’impegno
ma per l’amore che gli porto mi sono avviata in questa difficile, impegnativa e dolce tradizione del fichi ‘ccucchiati!

I fichi freschissimi si affettano facilmente, anche se ogni fico che taglio dice ” mangiami mangiami” si dispongono sui cannicci (stuoie di canne) che fanno parte della tradizione contadina e si trovano in quasi tutte le case.
Le canne, tagliate dai canneti che sorgono sui cigli delle stradine di campagna, vengono assemblate e “cucite” tra loro col filo di ferro. le canne così lavorate permettono l’areazione dei prodotti che vengono messi ad essiccare favorendone una perfetta essiccazione. Ci vuole però la pazienza di girare ogni giorno i frutti per farli maturare da ambedue i lati. Il cocente sole di questi giorni consente una veloce “seccatura” dei prodotti… ogni sera bisogna ritirare i cannicci, o coprirli con una telo, onde evitare che animali notturni facciano libagioni notturne….la mattina si scoprono…se viene a piovere improvvisamente si corre subito sul terrazzo a mettere al riparo i frutti esposti al sole…insomma Un casino! aahahah!

Lu massarieddu

gregge-e-pastore-in-terra-di-taranto-copia[1]pastore-pecore-e-cane-pastore[1]

Nel post precedente ho cercato di descrivere per sommi capi la zona del tarantino nella quale si svolge la storia che sto per narrarvi. Mi corre l’obbligo di ringraziare l’amico Gino Bisignano, il quale, assiduo a sfogliare le pagine di questo blog, amabilmente, di tanto in tanto, mi manda alcuni suoi contributi che io accolgo come fresca e nutriente manna del cielo.
Lo accolgo come cibo dell’anima e della mente in un tempo di aridità interiore, in un tempo tutto speso nella dissipazione dei valori.
Del “tutto e subito”.
Pertanto pubblico integralmente il testo dell’amico Gino, non volendo appropriarmi nemmeno di una sillaba di quanto è uscito dal suo cuore, o meglio, non vorrei afferrare questa pepita d’oro purissima e metterla nel mio setaccio.
Si tratta di una storia edificante che non si può iniziare con il solito incipit:

” C’era una volta, in un luogo molto lontano da qui….”

La pubblico integralmente per condividerla con tutti voi, nemmeno una sillaba ho voluto cambiare, il dettato che la permea è denso di emozione e di stupore per il messaggio umano e affettivo che intende trasmetterci… per continuare a credere in questa umanità che sembra sorda ad ogni richiamo, cieca ad ogni bellezza nascosta nella vita degli umili.

LU MASSARIEDDU

Cara Anna, ti allego la foto di un giovane pastore perchè
mi piace portare alla tua conoscenza questa toccante storia vera dei nostri giorni.
Parlo della masseria che si trova alle spalle del cimitero di Faggiano.
I genitori del ragazzo lavorano (il padre camionista in giro per l’Italia) sicchè il nostro massarieddu se lo sono cresciuto i nonni paterni titolari e conduttori della piccola masseria.
Io per anni ho acquistato da loro le provviste di pecorino, cacio ricotta, ricotta forte ecc. tanto che si era stabilita una certa familiarità per cui la visita annuale contemplava anche di accomodarci e di bere assieme una birra.
Un paio d’anni fa apprendo da amici di Faggiano che il massaro era da poco morto in incidente stradale, investito da un camion durante il giro di consegne dei suoi prodotti caseari, a bordo della sua Ape (la moglie la conserva ancora così ridotta, mostrando a tutti “la portella” sfondata. Io e Tonino ci recammo subito al cimitero dove ci indicarono il loculo, sulla fila più alta del settore tanto da potersi vedere anche dal di fuori del muro di cinta.
Quindi andammo dalla signora più per le condoglianze che per acquisti.
Fummo accolti con la solita cordialità e ospitalità ed essa ci raccontò dell’incidente mostrando anche a noi l’Ape e la “portella” sfondata.
A questo punto, grazie al rapporto che si era nel tempo stabilito, ci raccontò che la “morra” volle rilevarla il nipotino appena sedicenne!
Tutti furono titubanti sia per l’età ed anche perché la nonna aveva richieste di acquisto da altri interessati. Chiese al nipote come avrebbe potuto, lui così giovane affrontare tutti i giorni le difficoltà del duro mestiere e come avrebbe potuto consentire alla nonna un concreto realizzo economico non avendo lui alcuna disponibilità. Il ragazzo non si perse d’animo; lui voleva che il gregge restasse lì e propose alla nonna di prelevare sera per sera il latte scalando su un quaderno la somma da lei stabilita fino al saldo!
Gli adulti capirono che il sogno del sedicenne andava assecondato almeno per un periodo di prova. Così fecero.
Mentre la nonna raccontava sentimmo lo scampanio della morra che stava rientrando.
A questo punto la nonna ci confidò che sin dal primo giorno di pascolo lu massarieddu cambiò il tragitto del rientro alla masseria. Loro se ne accorsero e capirono immediatamente ma non ne fecero mai cenno. Né lui, a sua volta, accennò mai alla cosa.
Insomma scoprirono che il meraviglioso massarieddu, mostrando una finezza d’animo e un amore immenso verso l’amato nonno, tutte le sere teneva il gregge per una mezzoretta fuori dal recinto del cimitero in modo che il nonno da quel loculo così alto potesse vedere le sue pecore e queste il loro vecchio pastore.
Non potei evitare di fotografarlo, ovviamente tenendo gelosamente il segreto affidatoci dalla nonna!
Una storia d’altri tempi? No, una storia vera dei nostri giorni!
Io e Tonino concludemmo che questo ragazzino di sedici anni è un vero raggio di luce che rischiara il nostro futuro ( ti confido che ho voluto ostinatamente ignorare il seguito della vicenda perché voglio conservarla così come l’ho toccata direttamente per poterla raccontare ai miei nipoti e nipotini).

Lu massarieddu di Faggiano (introduzione)

foto dal web

Amici, premesso che siete tutti in ferie, premesso che non si ha tempo per sfogliare pagine dei blog degli altri, premesso che anche se si sfogliano pagine e post nessuno ha la bontà di lasciare un cenno di saluto e di gradimento, semmai ve n’è stato, mi corre l’obbligo di informarvi che Faggiano è un ridente paese che sorge vicino al mio e anche questo paese è immerso in un lago di luce e di tranquillità. Tale luce e tale tranquillità la infondono nel forestiero che vi transita, specialmente in tempo d’estate. Faggiano infatti dista appena sei Km dal mare e appena dodici dal Capoluogo, Taranto.

La luce e la tranquillità di cui vi parlavo è distribuita equamente nei pochi km che separano il mio paese d’ origine, San Giorgio Jonico e Faggiano, passando per il piccolo agglomerato di case che va sotto il nome di Roccaforzata.
Cosimo Quaranta così lo descrive: “Come falco regalmente artigliato su una roccia, svetta, naturale sentinella di Taranto fin dal IV secolo,la nobile Roccaforzata”

Faggiano invece sorge all’ombra di quella “roccia” (Lu Monte ti la rocca) ed è preceduto da un fertile faggeto dal quale prese il nome.

Attraversando queste stradine di campagna che fungono da cerniera tra un paese e l’altro si possono scorgere distese verdeggianti di terreni coltivati a uliveti, vigneti, frumento e frutteti.

Qua e là si scorgono alcune vecchie “Torri” che davano ristoro al contadino e gli consentiva di ripararsi dalle improvvise piogge primaverili. Nella Torre si riparava la bicicletta, o L’Ape, o il tascapane con un tozzo di pane e formaggio per rifocillarsi a metà giornata e l’immancabile Vummile di cui ho già, più volte, parlato.

La torre è una stanza di pochi metri quadrati, rustica, ma cosa sorprendente, era sempre dotata di Fumaiolo.
Cosa non aveva mio padre in quella sua vecchia torre. E’ impensabile oggi, a distanza di anni dalla sua dipartita e la relativa vendita di quel piccolo vigneto, poterne fare un inventario attendibile.
facendo appello ai miei vaghi ricordi proverò a descrivere quell’emporio privato e confortevole! Una vecchia Radio, una sedia sdraio malconcia, secchi, panarieddi, zappe, rafia, cerotti per empiriche medicazioni,lu”mpiciato” ahahhaahha! ma tu guarda anche una pepita di vocabolo m’è toccato di ricordare. Lu ‘mpiciatu era un vecchio impermeabile che mio padre indossava alle prime luci dell’alba, quando si recava nella vigna e questa era ancora tutta madida di brina notturna.

Bene, penso di dover sospendere questa lunga introduzione al vero e proprio post annunciato nel titolo…Lu massarieddu… l’ho ritenuta necessaria e propedeutica.

Sì, domani forse, o tra qualche giorno, vi racconterò una storia degna della penna del De Amicis!