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Pepite nascoste

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Soltanto pronunciando la parola Giuggiole la nostra mente fa un balzo grandissimo e ci riporta ai tempi  lieti della nostra infanzia, quando le giuggiole erano delle gelatine cosparse di zucchero, dall’intenso colore del pino silvestre Vidal… Sì, sì, anche il Pino Silvestre Vidal fa parte del nostro corredo di ricordi… ma le giuggiole, di un verde smeraldo, erano cose dolci, cose ambite, cose per tutti i bambini che si affollavano davanti ai trabiccoli di ‘Nciulinu o di Pippino Lu cumunistu i quali portavano sulla loro bancarelle viaggianti tutto ciò che poteva essere ambito e desiderato da noi bambini in età scolare. Era un piccolo emporio su tre ruote e ci trovavi le riffe, le cartine, le liquirizie, le mentine rotonde bianche…  le figurine Panini con le foto dei calciatori, dei ciclisti alla moda, delle città più belle del mondo. Si vendeva tutto sfuso… ma loro avevano una sessolina piccola piccola come quella con la quale si prendevano i paternostri quando si vendeva la pasta sfusa… Con un quadratino di carta ti facevano un piccolo cono ripiegato sul fondo e ti confezionavano le più belle cannarutizie del mondo.

A me fanno ricordare la mamma di mio marito, Nonna Lucia, la quale aveva sempre una scorta di giuggiole nei cassetti, ed erano considerate un toccasana  anzi un placebo per ogni occasione. Avevi mal di gola? Subito la nonna tirava fuori le sue giuggiole miracolose. Avevi la tosse? Le giuggiole te la facevano calmare!

 

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E non si sbagliava poi tanto Nonna Lucia, infatti, le giuggiole vantano persino delle Proprietà terapeutiche e vengono utilizzate per  usi medici-fitoterapici:

in medicina orientale, le proprietà terapiche delle giuggiole sono sfruttate per alleggerire i sintomi legati a depressione, affaticamento fisico, astenia, irritabilità e nervosismo. Sembra che queste presunte potenzialità delle giuggiole, attribuite ai frutti dalle culture orientali, trovino un certo riscontro scientifico.

Mio padre buon’anima, quando mangiava le prugne le ciliegie, le pesche le mele cotogne… i kaki ..di nascosto da noi serbava i semi di quei frutti che mangiava ma la cosa non sfuggiva all’occhio attento di mia madre, la quale un bel giorno gli chiese cosa intendesse fare con quei semi… la sua risposta fu tanto inattesa quanto condivisa da tutti noi. Voleva nasconderli in un posto segreto affinché  le nuove generazioni li trovassero, li piantassero e ritrovassero i FRUTTI di una volta, giacché già si iniziava a sentir parlare delle colture OGM ovvero quelle colture e quei frutti Il cui Organismo è stato modificato artificialmente, variandone il patrimonio genetico. Ad esempio, ci sono oggi sul marcato dei pomodori che durano mesi senza che gli venga una grinza…restano sodi, duri come se fossero stati appena raccolti…

Mio padre forse anticipava un’idea di Tonino Guerra, che volle fortemente realizzare un “Museo dei sapori utile a farci toccare il passato”, ovvero, l’Orto dei frutti dimenticati   realizzato a Pennabilli nel 1990 dalle associazioni Mostra Mercato Nazionale d’Antiquariato, Amici della Valmarecchia, Pro Loco, in collaborazione con l’Amministrazione comunale.

Questo singolare Museo degli antichi sapori si trova in  una magnifica posizione nel centro storico, in un terreno abbandonato da decenni, già orto del convento dei frati missionari.

“Panoramica dell’Orto”

Esso consiste in una “raccolta” di alberi da frutto appartenenti alla flora spontanea delle campagne appenniniche, presenti nei vecchi orti delle case contadine ma che oggi, non essendo più coltivati, vanno scomparendo: svariate specie di mele, pere selvatiche, bacche e frutti di bosco che la moderna agricoltura ha allontanato quasi anche dalla memoria. Tra i più insoliti: l’Azzeruolo (piccole bacche rosse o gialle con grossi semi e poca polpa dal sapore di mela), la pera Cotogna, la Corniola (una sorta di ciliegia allungata), il Giuggiolo (che produce delle “olive” dolciastre), l’Uva Spina, la Ciliegia Cuccarina, il Biricoccolo (susina blu con la buccia vellutata come quella dell’albicocca).” ( Nota tratta dal web)

 

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Lungimiranza dei nostri vecchi, sapevano già che la natura delle cose  da allora  si stava lentamente modificando…Ora si trovano i Kaki mela…allora erano impensabili… e ci sono tante altre verdure e altri frutti che non sto qui ad elencare ma se volete fare qualche nome mi piacerebbe interagire con voi.

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Pomodori “appesi”

 

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In Puglia “insertiamo” (Fare dei serti, insomma delle collane), il pomodoro cosi detto “gialletto”, un pomodoro con una polpa rossa e molto soda, ideale per chi, anche durante la stagione più fredda, non sa rinunciare ad una bella fetta di pane e pomodoro (vi sembra poco?).

Commetterei un errore se non accennassi, a questo punto, al pomodoro principe di questa preparazione, il “pomodoro vesuviano del piennolo”, forse il più ambito tra i pomodori a filo.

Infatti, non tutti i pomodori sono adatti a questa conservazione. I pomodori raccolti nel mese di settembre dichiarano già una loro propensione a resistere nel tempo, hanno una buccia abbastanza dura, questa serve a conservare il prodotto integro, che spesso raggiunge la perfetta maturazione proprio dopo essere stato appeso.

Sabato sera, durante la serata dedicata agli antichi sapori e soprattutto alla riscoperta di un frutto antico, come le giuggiole, farò una dimostrazione di come si insertano questi favolosi pomodori.

Ah! Dimenticavo, al mio paese, proprio perchè sono appesi, li chiamiamo “Pinnulàri”

Il bisso tarantino

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Questa sera sul Facebook un amico ha pubblicato una foto straordinaria che ha suscitato la curiosità di molti…Lui sornione come un gatto ha formulato un indovinello…alla fine abbiamo sciolto l’arcano e abbiamo scoperto che si trattava di Bisso, La Seta Marina che si produceva a Taranto, la mia Città Bimare. Nel Golfo di Taranto cresce tutt’ora sui fondali marini la “pinna nobilis “ o “ a parricedda una conchiglia bivalve a foggia di scudo che in latino dicesi perna. La voce deriva dal latino pàri-cella pel doppio guscio che serve di ricovero al mollusco ed al guardapinna, il granchietto che vive dentro.Nel mollusco si rinvengono sovente perle finissime, ed ha un bisso di lana grezza detto lanapenna o lanapesce o lana d’oro secondo San Basilio di cui , purificata con succo di limone e filata si fanno lavori mirabili ed il modo di prepararla e lavorarla è sola Arte ed industria privata delle signore tarantine. Il polipo ghiotto del mollusco si leva su stringendo nelle sue branche, una pietra per gettarla nello scudo per impedirle di richiudersi e così potersene cibare. Ma il guardapinna che nell’aprirsi lo scudo esce fuori a mo’ di sentinella scorgendo il pericolo rientra, la conchiglia con movimenti abili si richiude .La pinna si pesca dal fondo del mare con un particolare strumento di ferro  (dal vocabolario del dialetto tarantino di Domenico L De Vincentis). Grazie Pino, d’avermi fatto ritrovare questa vecchia ricerca e dotarla della tua foto straordinaria… la cosa assolutamente preziosa per me è che l’anno scorso ho ambientato il mio piccolo presepe, con le statuine regalatemi dal mio Amico Lino Agnini, artista di fama mondiale, proprio in questa “Pinna Nobilis”, credo che sia privilegio di pochi fortunati.

Li panarieddi

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Negli anni passati quando mi trovavo a passare da Via Corsica, all’altezza della casa di Paskalina para-para, molte volte mi imbattevo nella figura di Cosimu Savinu, nell’atto di intrecciare panarieddi di tutte le misure. Non che Cosimu fosse un cestaio di professione, lui amava intrecciare cestini per puro diletto. Ed era particolarmente bravo nell’intrecciare canne e “vinchicieddi” ovvero Verghe tenere e duttili per poter realizzare il fondo e la parte superiore dei cestini. Accanto a sé aveva qualche semplice arnese come coltello, punteruolo,un piccolo seghetto e fasci di canne finemente tagliate tutte di una misura, come se le avesse misurate ad una ad una.
Qualche volta entrando nella casa della mia amica Palma vedevo sui mobili della cucina, in bella mostra tutta una serie di panarieddi piccoli, grandi e di altre misure, tutti messi in esposizione come suppellettili preziosi.
Questi semplici contenitori erano di grande utilità dovendo trasportare frutta deperibile, oppure quando si andava a funghi, quando il contadino doveva portare a casa qualche grappolo d’uva.

I frutti si depositavano nel paniere con molta delicatezza e così, respirando dalle feritoie, restavano freschi fino all’arrivo a casa.
Oggi sono pochi coloro che costruiscono i cesti anche perché l’uso delle materie sintetiche ne ha messo in crisi la produzione. Gli stessi contadini utilizzano, per la raccolta, cassette e contenitori di plastica al posto dei cesti.
Per fortuna però, dalle nostre latitudini si può ancora ammirare la certosina arte dei cestai. Durante la festa patronale dell’anno scorso ho avuto il piacere di vederne uno che si è lasciato fotografare volentieri, e lì, nel suo sguardo, ho potuto cogliere un lampo d’amore di questi artigiani in via di estinzione, verso le cose belle, umili e semplici, della nostra civiltà contadina.

Alla Vergine del Carmelo

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Dalla Tradizione popolare ho raccolto questa antica preghiera:
ALLA VERGINE DEL CARMELO

A sciroccu, punente e tramuntana
tuttu lu munnu circundar vulìa,
pi sce’ truva’ Maria Carmelitana
quera c’aiuta e salva ogni cristiana.

Biatu quir’omu ca l’adora e l’ama,
no nni scurdamu mai ti l’abbitinu (1)
veni lu giurnu sua la sittimana
lu mirculitìa no lu ‘ncammaramu.

Sette Patri nostri e sette Avemmarie
e sette Gloria Patri recitamu
e ci pi sorta in purgatoriu sciamu
lucesce lu prima sabbutu matina.

Ci cu core nuje amu tittu la divuzione
Maria ni ‘saudisce e ni caccia fore.

TRADUZIONE

A Scirocco, ponente e a tramontana/ tutto il mondo circumnavigare vorrei/
per andare a trovare Maria del Carmelo/ Colei che aiuta e salva ogni cristiana

Beato quell’uomo che l’adora e l’ama/ non dimentichiamo mai lo scapolare/
viene il suo giorno della settimana / il mercoledì non mangiamo carne.

Sette Pater, sette Ave Maria / e sette Gloria al Padre recitiamo /
e se per sorte in purgatorio andiamo / farà luce il primo sabato mattina.

Se con cuore abbiamo recitato la devozione / Maria ci esaudisce e ci fa uscire
dal Purgatorio.

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La presenza di alcuni Venti, nella preghiera popolare alla Madonna del Carmelo, non sono casuali, infatti le improvvise levate di vento che capitano in questo mese di Luglio sono scritte nel Calendario di Frate Indovino di anno in anno… certo di non sbagliare. Non che il fraticello sia un veggente, ma il fatto meteorologico è scritto nel libro del tempo che fu. I nostri anziani, i quali conoscevano ” Lu crescere e lu smancare ti la luna” sapevano e tramandavano ai figli il fatto straordinario che associava i venti di tramontana o di scirocco di luglio e li collocava ” quinnici giùrni prima o quinnici giurni dopo la Matonna ti Lu Carminu” .

La frisella è una cosa seria

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friselle mimma<a caitanagildaNATURA - RICETTE - frisella e non solo

La frisella è una cosa seria.
È scoppiata la frisellomania, ma non di friselle normali, quelle condite frettolosamente, tanto per appoggiarsi lo stomaco, per utilizzare una frase trita e ritrita. La frisella è una cosa seria perché nonostante essa ci faccia ricordare il nostro passato e le cene frugali delle sere d’estate, la frisella assurge in questo tempo, ridondante di fast food di siti di cucina, di trasmissioni televisive, di blog di buongustai, a un mangiare sano, di gusto e di classe. Preparare la frisella diventa una gara di fantasia, di ricchezza di condimenti, di modi “degni” di questo antico formato di pane, cotto due volte, dorato e croccante.
Con piacere vi posto alcune friselle preparate da amici veramente cannaruti.. la FRISELLA CAETANA, preparata da un amico monteparanese ma residente a Bergamo e quella di Ermenegildo Acquaviva …martinese residente a Milano, che gli amici del Gruppo Facebook “Comu si mangiava nna vota” ha definito simpaticamente ” Scandalosa Gilda”, per la presenza conturbante di un bellissimo peperoncino Piccante…

Premiazione Altari votivi

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CENTRO CULTURALE SAN GIORGIO

CERIMONIA DI PREMIAZIONE ALTARI VOTIVI FESTA PATRONALE 2014

Si è svolto lunedì scorso, alle ore 19, presso il «Centro Culturale San Giorgio» in via Vittorio Emanuele 23/25, la cerimonia di premiazione degli altari votivi allestiti in occasione della festa patronale 2014. L’iniziativa di allestire altari votivi lungo il percorso processionale nata in seno al Comitato festeggiamenti patronali, fu fatta propria dal Centro Culturale San Giorgio, nella persona del presidente Prof. Pasquale Veneri. E’ nota infatti la sua devozione e il suo interesse per quanto riguarda il Santo Patrono San Giorgio Martire, che lo ha portato nel corso degli anni a collezionare oggetti d’arte raffiguranti il Santo fino a mettere su un notevole numero di opere fino quasi a farne un mini museo privato.

Alla cerimonia hanno preso parte le famiglie che hanno realizzato e allestito gli altari votivi alle quali è stato consegnato un attestato di partecipazione. Così come è stata consegnata una targa premio all’altarino più votato dagli iscritti del Centro Culturale San Giorgio che quotidianamente visitavano il Gruppo Facebook esprimendo le loro preferenze.

L’altarino premiato in questa edizione del 2014 è stato quello sontuosamente allestito dalla Signora Lucia Sibilla lungo via Immacolata. Quest’anno il “Centro” ha voluto assegnare un Premio Speciale intitolato alla memoria dell’indimenticabile Professor Romeo Leo recentemente scomparso e all’altare allestito dal Mobilificio Caiazzo, sulla centralissima Via Lecce, nei pressi di Villa Parabita.

La bella serata culturale, condotta da Mario Montanaro e allietata dal contributo musicale di Giuseppe Curci, si è svolta, come da tre anni a questa parte, nell’accogliente giardino del Centro, impreziosito dai dipinti degli artisti locali Mino Greco, Cataldo Bicchierri e Carmelinda Petraroli. L’ arredo floreale è stato realizzato dalla florista Cristina Parabita, titolare di” Un fiore per”
Sono stati declamati versi di Antonio Bicchierri e Nunzia Piccinno. Anna Marinelli ha declamato la “Leggenda popolare di San Giorgio”, di autore ignoto e il Prof. Lino Carone ha parlato della tradizione e dell’origine della devozione popolare, spaziando (con la maestria che lo contraddistingue), tra il sacro, il profano e i suoi ricordi personali. Presenti alla cerimonia il vice sindaco Dottoressa Mina Farilla, e Don Giancarlo Ruggieri, i quali rappresentando le autorità civili e religiose della comunità Sangiorgese, hanno espresso il loro encomio al presidente del Centro Culturale, Prof. Pasquale Veneri, e il loro auspicio di perseguire sempre maggiori iniziative e successi Culturali a favore della nostra cittadina.

Infine, un sentito ringraziamento va agli amici Cosimo Baldaro e Vito Fabbiano per i dettagliatissimi servizi fotografici della serata che hanno incantato tutti i soci del gruppo Facebook del CENTRO CULTURALE SAN GIORGIO che ormai sta raggiungendo velocemente i 500 iscritti .