Archivi

Verdure di stagione

50434698_10217329573982201_1659755034541293568_n

50632866_2307272742890069_4290988163419078656_n.jpg

E’ cosa buona e giusta consumare le verdure, la frutta e i prodotti della terra nel loro tempo migliore, in modo tale da gustare tutte queste cose buone con tutte le loro caratteristiche, la ricchezza dei loro nutrienti, vitamine, sali minerali e zuccheri quando sono nel pieno della loro produzione.

In questo periodo la regina di tutte le verdure è la rapa cimata, al secondo posto ci sono i carciofi, almeno nella mia graduatoria preferenziale. Dalle mie parti è nevicato di recente e le colture a cielo aperto ne hanno sofferto notevolmente.  L’inattesa nevicata  ha fatto salire vertiginosamente il prezzo delle verdure di produzione locale che sul banco dei piccoli negozi di frutta e verdura non è raro trovare le cicorie, a 3 euro, i carciofi ad 1 euro cadauno e le rape a quasi 5 euro. Io vado ghiotta di queste ultime e nonostante il deterrente del prezzo ne ho voluto comprare almeno un kg.

Naturalmente ho buttato pochissime foglie, le foglie esterne le ho stufate, con quel sorriso di Dio che sono i miei peperoncini di produzione propria di cui vi ho parlato l’estate scorsa. Le cime, eh! le cime, quelle poche recuperate, le ho cotte con le favolose orecchiette pugliesi, di grano Senatore Cappelli e condite con pane fritto con aglio e filetti di acciughe salate.

La fine del mondo.

Ma cosa ve lo dico a fare!!!

Annunci

Calamari ripieni

49199502_1169097066605888_1195262713844989952_n.jpg

Foto di Giusy Miccoli

Pulire i calamari dalle interiora, staccate  le teste ed eliminate gli occhi  e l’ossicino, intanto preparate il ripieno fatto con pane grattugiato bagnato e strizzato, al quale aggiungerete dei pezzettini piccoli di aglio e del prezzemolo tritato, fettine di olive denocciolate, filetti di acciughe, pepe, formaggio e un uovo o due, a seconda della quantità dei calamari. Riempire i calamari spingendo sul fondo della loro sacca un po’ di impasto. Chiudeteli di volta in volta con uno o due stuzzicadenti.

Intanto in un tegame soffriggete in olio extra vergine d’oliva  i ciuffetti dei calamari che avete pulito, aggiungetevi alcuni pomodori pelati, schiacciateli ben bene con una forchetta, fate cuocere il pomodoro  (che può essere anche fresco) e dopo qualche momento di cottura aggiungetevi i calamari ripieni, aggiungete delle foglie di prezzemolo tritato una spolverata di pepe, un pizzico di sale e lasciate cuocere un quarto d’ora. Con il sughetto si possono condire due spaghetti e consumare i calamari come secondo. Si consiglia un vino bianco locale. Provare per credere.

 

Mese mariano 2018

mese di maggio 2018.jpg

18519939_10212418691813216_4379990534736426080_n

18582483_10212418692133224_2165019799187239669_n(1)

Anche quest’anno la mia famiglia ha avuto l’onore di ospitare tra le mura della propria casa  l’Effige  sacra della Madonna, come da antica tradizione. Nei giorni precedenti ho stampato degli avvisi e li ho affissi, col consenso consueto, nei palazzi che circondano la mia abitazione, la quale, fortunatamente è una casa a piano terra, una casetta singola, senza l’assillo delle scale e degli ascensori.

Sul lato destro della casa si ergono tutta una serie di case a piano terra, e così è stato facile bussare e farsi aprire ed annunciare loro il Gaudio magno: Giovedì arriva la Madonna; Giovedì arriva la Madonna!!!

Nei giorni precedenti ho lavato il portoncino di casa, l’androne con la scalinata a chiocciola, ho tirato fuori dai ripostigli sedie mai usate, tirandole a lucido, ho pulito tutte le asticelle di sostegno delle sedie… Ho rinfrescato una delle più belle tovaglie da Corredo, di quelle che non si mettono mai, altrimenti ” si Sciupano”, ho salito dal giardino qualche vaso fiorito, per arredare l’ambiente, ho disposto una ventina di sedie in modo circolare, pari all’emiciclo del Bernini e quando tutto mi  è sembrato perfetto, mi sono seduta e ho preso una boccata d’aria. ERA TUTTO PERFETTO. Anche quest’ anno ce l’ho fatta. Ogni anno dico così “anche quest’anno ce l’ho fatta” e poi aggiungo” “Ringraziando la Madonna”. Ogni anno ho paura che non venga gente, ogni anno temo di non accogliere bene la Mamma. Invece le sedie non sono bastate e ho dovuto aggiungerne altre. 

Alle 17, durante la recita della famosa Coroncina del mese di maggio, abbiamo cominciato a sentire delle voci che si avvicinavano cantando” Evviva Maria e chi la Creò” L’effige della Madonnina veniva consegnata dalla casa di un’altra zelatrice presso la mia e vi resterà, circonfusa di fiori, gigli, rose, calle e orchidee e preghiere, fino a domani, allorquando io ed altre devote di Maria, la consegneremo ad un’altra zelatrice, la quale a sua volta la consegnerà ad un’altra zelatrice….fino alla fine del mese di maggio…il mese mariano per eccellenza. Maggio, il mese in cui la Madre diventa pellegrina, girando come una pellegrina di casa in casa…nelle case di coloro che zelano la sua devozione per portare le tanto sospirate grazie  che ognuno di noi desidera. Grazie Mammina mia bella!

 

 

Pepite nascoste

22368740_10213687589174857_374258375_o

22368823_10213687588774847_1216001418_o22323461_10213687590014878_1977290468_n22323738_10213688118308085_427564182_o

 

Soltanto pronunciando la parola Giuggiole la nostra mente fa un balzo grandissimo e ci riporta ai tempi  lieti della nostra infanzia, quando le giuggiole erano delle gelatine cosparse di zucchero, dall’intenso colore del pino silvestre Vidal… Sì, sì, anche il Pino Silvestre Vidal fa parte del nostro corredo di ricordi… ma le giuggiole, di un verde smeraldo, erano cose dolci, cose ambite, cose per tutti i bambini che si affollavano davanti ai trabiccoli di ‘Nciulinu o di Pippino Lu cumunistu i quali portavano sulla loro bancarelle viaggianti tutto ciò che poteva essere ambito e desiderato da noi bambini in età scolare. Era un piccolo emporio su tre ruote e ci trovavi le riffe, le cartine, le liquirizie, le mentine rotonde bianche…  le figurine Panini con le foto dei calciatori, dei ciclisti alla moda, delle città più belle del mondo. Si vendeva tutto sfuso… ma loro avevano una sessolina piccola piccola come quella con la quale si prendevano i paternostri quando si vendeva la pasta sfusa… Con un quadratino di carta ti facevano un piccolo cono ripiegato sul fondo e ti confezionavano le più belle cannarutizie del mondo.

A me fanno ricordare la mamma di mio marito, Nonna Lucia, la quale aveva sempre una scorta di giuggiole nei cassetti, ed erano considerate un toccasana  anzi un placebo per ogni occasione. Avevi mal di gola? Subito la nonna tirava fuori le sue giuggiole miracolose. Avevi la tosse? Le giuggiole te la facevano calmare!

 

pastiglie

E non si sbagliava poi tanto Nonna Lucia, infatti, le giuggiole vantano persino delle Proprietà terapeutiche e vengono utilizzate per  usi medici-fitoterapici:

in medicina orientale, le proprietà terapiche delle giuggiole sono sfruttate per alleggerire i sintomi legati a depressione, affaticamento fisico, astenia, irritabilità e nervosismo. Sembra che queste presunte potenzialità delle giuggiole, attribuite ai frutti dalle culture orientali, trovino un certo riscontro scientifico.

Mio padre buon’anima, quando mangiava le prugne le ciliegie, le pesche le mele cotogne… i kaki ..di nascosto da noi serbava i semi di quei frutti che mangiava ma la cosa non sfuggiva all’occhio attento di mia madre, la quale un bel giorno gli chiese cosa intendesse fare con quei semi… la sua risposta fu tanto inattesa quanto condivisa da tutti noi. Voleva nasconderli in un posto segreto affinché  le nuove generazioni li trovassero, li piantassero e ritrovassero i FRUTTI di una volta, giacché già si iniziava a sentir parlare delle colture OGM ovvero quelle colture e quei frutti Il cui Organismo è stato modificato artificialmente, variandone il patrimonio genetico. Ad esempio, ci sono oggi sul marcato dei pomodori che durano mesi senza che gli venga una grinza…restano sodi, duri come se fossero stati appena raccolti…

Mio padre forse anticipava un’idea di Tonino Guerra, che volle fortemente realizzare un “Museo dei sapori utile a farci toccare il passato”, ovvero, l’Orto dei frutti dimenticati   realizzato a Pennabilli nel 1990 dalle associazioni Mostra Mercato Nazionale d’Antiquariato, Amici della Valmarecchia, Pro Loco, in collaborazione con l’Amministrazione comunale.

Questo singolare Museo degli antichi sapori si trova in  una magnifica posizione nel centro storico, in un terreno abbandonato da decenni, già orto del convento dei frati missionari.

“Panoramica dell’Orto”

Esso consiste in una “raccolta” di alberi da frutto appartenenti alla flora spontanea delle campagne appenniniche, presenti nei vecchi orti delle case contadine ma che oggi, non essendo più coltivati, vanno scomparendo: svariate specie di mele, pere selvatiche, bacche e frutti di bosco che la moderna agricoltura ha allontanato quasi anche dalla memoria. Tra i più insoliti: l’Azzeruolo (piccole bacche rosse o gialle con grossi semi e poca polpa dal sapore di mela), la pera Cotogna, la Corniola (una sorta di ciliegia allungata), il Giuggiolo (che produce delle “olive” dolciastre), l’Uva Spina, la Ciliegia Cuccarina, il Biricoccolo (susina blu con la buccia vellutata come quella dell’albicocca).” ( Nota tratta dal web)

 

cala

Lungimiranza dei nostri vecchi, sapevano già che la natura delle cose  da allora  si stava lentamente modificando…Ora si trovano i Kaki mela…allora erano impensabili… e ci sono tante altre verdure e altri frutti che non sto qui ad elencare ma se volete fare qualche nome mi piacerebbe interagire con voi.

Pomodori “appesi”

 

pomodoricome-fare-i-pomodori-appesi-06-820x6152013-08-20 NATURA - RICETTE - POMODORI PINNULARI-IMG_2072.JPG2014-08-08 POMODORI PENNULARI DSCI1501.JPG2015-02-21 pomodori invernali.jpg2013-03-16 NATURA - RICETTE-pane e pomodori invernali

la-morte-migliore

 

 

In Puglia “insertiamo” (Fare dei serti, insomma delle collane), il pomodoro cosi detto “gialletto”, un pomodoro con una polpa rossa e molto soda, ideale per chi, anche durante la stagione più fredda, non sa rinunciare ad una bella fetta di pane e pomodoro (vi sembra poco?).

Commetterei un errore se non accennassi, a questo punto, al pomodoro principe di questa preparazione, il “pomodoro vesuviano del piennolo”, forse il più ambito tra i pomodori a filo.

Infatti, non tutti i pomodori sono adatti a questa conservazione. I pomodori raccolti nel mese di settembre dichiarano già una loro propensione a resistere nel tempo, hanno una buccia abbastanza dura, questa serve a conservare il prodotto integro, che spesso raggiunge la perfetta maturazione proprio dopo essere stato appeso.

Sabato sera, durante la serata dedicata agli antichi sapori e soprattutto alla riscoperta di un frutto antico, come le giuggiole, farò una dimostrazione di come si insertano questi favolosi pomodori.

Ah! Dimenticavo, al mio paese, proprio perchè sono appesi, li chiamiamo “Pinnulàri”

Il bisso tarantino

presepe nella conchigliail bisso

bisso

Questa sera sul Facebook un amico ha pubblicato una foto straordinaria che ha suscitato la curiosità di molti…Lui sornione come un gatto ha formulato un indovinello…alla fine abbiamo sciolto l’arcano e abbiamo scoperto che si trattava di Bisso, La Seta Marina che si produceva a Taranto, la mia Città Bimare. Nel Golfo di Taranto cresce tutt’ora sui fondali marini la “pinna nobilis “ o “ a parricedda una conchiglia bivalve a foggia di scudo che in latino dicesi perna. La voce deriva dal latino pàri-cella pel doppio guscio che serve di ricovero al mollusco ed al guardapinna, il granchietto che vive dentro.Nel mollusco si rinvengono sovente perle finissime, ed ha un bisso di lana grezza detto lanapenna o lanapesce o lana d’oro secondo San Basilio di cui , purificata con succo di limone e filata si fanno lavori mirabili ed il modo di prepararla e lavorarla è sola Arte ed industria privata delle signore tarantine. Il polipo ghiotto del mollusco si leva su stringendo nelle sue branche, una pietra per gettarla nello scudo per impedirle di richiudersi e così potersene cibare. Ma il guardapinna che nell’aprirsi lo scudo esce fuori a mo’ di sentinella scorgendo il pericolo rientra, la conchiglia con movimenti abili si richiude .La pinna si pesca dal fondo del mare con un particolare strumento di ferro  (dal vocabolario del dialetto tarantino di Domenico L De Vincentis). Grazie Pino, d’avermi fatto ritrovare questa vecchia ricerca e dotarla della tua foto straordinaria… la cosa assolutamente preziosa per me è che l’anno scorso ho ambientato il mio piccolo presepe, con le statuine regalatemi dal mio Amico Lino Agnini, artista di fama mondiale, proprio in questa “Pinna Nobilis”, credo che sia privilegio di pochi fortunati.

Li panarieddi

IMG_5725

panarieddi10330309_4272923358176_3798689056959613356_n[1]10410250_4287304117686_5880309352085381924_n[1]10419450_736771706361045_1581929174089544722_n[1]Paniere di pesche bianche10475458_942472205778281_4206625575228012078_n[1]

13507140_1099977236707155_6642004294609903112_n

Panarieddu di Vizzarropanarieddu Vizzarro

 

Negli anni passati quando mi trovavo a passare da Via Corsica, all’altezza della casa di Paskalina para-para, molte volte mi imbattevo nella figura di Cosimu Savinu, nell’atto di intrecciare panarieddi di tutte le misure. Non che Cosimu fosse un cestaio di professione, lui amava intrecciare cestini per puro diletto. Ed era particolarmente bravo nell’intrecciare canne e “vinchicieddi” ovvero Verghe tenere e duttili per poter realizzare il fondo e la parte superiore dei cestini. Accanto a sé aveva qualche semplice arnese come coltello, punteruolo,un piccolo seghetto e fasci di canne finemente tagliate tutte di una misura, come se le avesse misurate ad una ad una.
Qualche volta entrando nella casa della mia amica Palma vedevo sui mobili della cucina, in bella mostra tutta una serie di panarieddi piccoli, grandi e di altre misure, tutti messi in esposizione come suppellettili preziosi.
Questi semplici contenitori erano di grande utilità dovendo trasportare frutta deperibile, oppure quando si andava a funghi, quando il contadino doveva portare a casa qualche grappolo d’uva.

I frutti si depositavano nel paniere con molta delicatezza e così, respirando dalle feritoie, restavano freschi fino all’arrivo a casa.
Oggi sono pochi coloro che costruiscono i cesti anche perché l’uso delle materie sintetiche ne ha messo in crisi la produzione. Gli stessi contadini utilizzano, per la raccolta, cassette e contenitori di plastica al posto dei cesti.
Per fortuna però, dalle nostre latitudini si può ancora ammirare la certosina arte dei cestai. Durante la festa patronale dell’anno scorso ho avuto il piacere di vederne uno che si è lasciato fotografare volentieri, e lì, nel suo sguardo, ho potuto cogliere un lampo d’amore di questi artigiani in via di estinzione, verso le cose belle, umili e semplici, della nostra civiltà contadina.