Archivio | novembre 2016

Lu rigalu cchiù beddu

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La Maestra Mimma mi chiede una poesia in dialetto per i suoi piccoli…

Ho preparato in fretta in fretta questa poesiòla…cosa ne dite? può andare bene?

 

 Sobbra llu cielu brilla nna stella

cu la coda longa e bella

‘ntra nna povera capanna

ston’a  cantunu ninna nanna

‘ntra la stadda nnu beddu piccinnu

biancu e russu e ricciulinu

 

 la Matonna lu pigghia e lu mbrazza

san Giseppu pripara la fassa.

 Mo arrivunu li massari cu llu latte

li tre remmaggi cu rigali beddi fatti

iu ca so piccinnu e no tengu niente

ti do lu cori mia e ti fazzu cuntente

 

 

 

il debito della vita

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Oggi, 30 Novembre 1997, primo giorno d’Avvento, un avvento che sento lontano, sono lontana da me mille anni luce, sono lontana dal varcare la soglia del terzo millennio, chiusa come sono in un bozzolo di nebbia interiore e d’ombra esteriore.

30 Novembre, come suona lungo e greve questo giorno, l’ultimo di un lunghissimo mese durante il quale mia madre ha avuto fortissime manifestazioni di arteriosclerosi. Il fatto ci ha colti di sorpresa tutti; me, mia sorella, mio marito, i miei figli.  Tutti.

E’ difficile fronteggiare questa condizione di mamma. Tenere testa alla sua dissociazione, al suo Smarrimento, alla sua alterazione della realtà spazio-temporale.

Questo mese lunghissimo e doloroso l’ho vissuto anch’io fuori di me,

l’ho vissuto come spettatrice ed interprete.

 

Un mese, una situazione che il mio subconscio sembra allontanare dal sé pensante e vivente.

Siamo al 30 Novembre, Domenica, primo giorno d’Avvento, e la scala da salire sembra allungarsi all’infinito, la strada da percorrere si aggiunge ad altra strada e la strada è inframmezzata da tunnel tenebrosi che non lasciano intravedere sbocchi di luce a breve termine.

Non ho vissuto questo mese nella mia realtà  personale, ma come se io e mia madre fossimo un’unica persona, io e lei in un’osmosi inesplicabile, in una unità ancora placentare.

 

Questo mese l’ho saltato. E’ stato come se avessi avuto il potere di librarmi in volo su un ponte di tempo. Al di là dei miei giorni; come se mi fossi ibernata, addormentata, mentre il tempo, i giorni, le ore, i minuti di questo mese mi avessero risparmiato ogni dolore, ogni giorno, ogni notte; le tremende notti passate al fianco di mia madre, nel letto di mia madre. Mi sono state risparmiate le sue allocuzioni notturne, astratte, assurde, incomprensibili.

 

Mi è stato risparmiato il suono della sua voce, che tocca altezze impensate.

Mi è stato risparmiato il suo verso monotono, il suo lamento, che fa parte di    un suo   rituale del sonno

che fa addormentare lei e fa impazzire me, e che allontana dai miei occhi quel sonno tanto atteso. Atteso quale misterioso e silenzioso liberatore, quale angelo che viene a spezzare invisibili catene; sonno come l’Angelo di Daniele, l’Angelo di San Pietro. L’Angelo consolatore che non viene ancora.

 

Ma ecco, quando finalmente viene e le pupille sembrano farsi di granito, un gemito, un fiato, un lamento lo infrange, lo sbriciola, lo dissolve in polvere di sabbia. Ora bisogna ricominciare tutto daccapo.

 

Ritentare di riannodare le fila di un discorso interrotto. L’orologio digitale sul comodino è l’unico strumento lucido e razionale. Non c’è verso che sgarri di un minuto.

 

Scorre imperturbabile contro ogni mio desiderio. In fondo, non so’ più se desidero che esso vada più svelto o rallenti la sua corsa per darmi un ultima possibilità di riallacciare  quel filo di sonno perduto,

di tempo perduto, di sonno perduto, di vita perduta inesorabilmente.

 

Sembra quasi che il debito della vita che debbo a mia madre io lo stia pagando in rapporto di 100 a 1’000’000. Discorsi vacui, da sonnambula, ne sono certa, o forse, ecco il dubbio mi assale violentemente, senza nessuna ragione apparente o di rapporto credito/debito, forse proprio questo mio

tempo, questi miei giorni, queste notti, questi attimi vissuti accanto a mia madre rappresentano l’unico tempo vissuto pienamente?

 

Sia il solo che abbia avuto valore? Sia il solo, come dice Hesse, che sia stato capace di imprimere nella mia vita un solco, una traccia, una memoria tanto “pesante“ che nessun altro tempo, mai, potrà cancellare dalla mia vita e tutti gli altri eventi, avvenimenti, che verranno, se verranno mai per me giorni lieti e leggeri, vissuti o soltanto sognati, anelati con grande nostalgia spirituale, potranno scalfire il ricordo, la via crucis dolorosa che dura da

otto anni di questo immobile tempo.

 

Ero come un albero in fiore dieci anni fa, ora mi sento spogliata di ogni diritto personale, di ogni capacità di autonomia, di ogni libertà. Ogni diritto e’ stato sacrificato sull’altare del dovere.

 

Quell’albero in fiore ora appare, anche suo malgrado, agli occhi di tutti come un tronco spoglio di tutte le sue attrattive. Senza più rami, foglie, gemme, fiori e frutti. Senza più alcuna bellezza. Sento nel mio corpo tutto il peso dell’età di mia madre.

Sento in me tutte le limitazioni fisiche dei suoi 85 anni.

Il suo esile corpo e’ pervaso da una autorità, da una forza interiore che sconcerta a qualche volta lascia ammirati.

Lei risorge sempre dalle sue ceneri, come l’araba fenice, ed ora che la veemenza senile sembra accrescere la sua energia, noi tutti, suoi sudditi, giriamo vorticosamente come trottole ad ogni suo comando.

 

Quando, raramente, viene colta da attacchi di insperata dolcezza e premura materna,  questo basta per garantirsi il nostro incrollabile amore e la nostra dedizione filiale, messa a dura prova.

 

Talvolta mi appare in tutta la sua vulnerabilità, ridotta ad ossa e pelle ed occhi. Occhi grandi, vivaci, penetranti, irati, sorridenti. Ci tiene tutti in pugno. In quel suo pugno ridotto a scheletro, dove le nocche delle dita sono sporgenti e bianche, dove si possono vedere tutte le ramificazioni venose ed arteriose.

 

Mani che un tempo hanno lavorato, fatto bucati, impastato pane, raccolto il grano, tagliato grappoli d’uva, cucito abitini, rammendato calzini. Ed ora io sto a misurare il mio tempo, il mio lavoro.

 

Inevitabilmente sono paragoni che non reggono, non possono reggere il confronto, non posso valutare obiettivamente. Adesso il mio discorso sarebbe troppo di parte. Il debito della vita ricevuta non si estingue mai.

 

Guardo mia madre e per effetto speculare vedo me, vecchia e bisognosa di cure, di premure, di assistenza, di affetto filiale. Ed e’ inevitabile la domanda che sale dai bordi del cuore: “quando il mio Tempo verrà, chi mi sarà vicino a stringermi le mani?”

 

A vivere con me e per me la sua Storia D’amore?

 

 

 

Post  scriptum:  mia madre è vissuta  92 anni. Ho varcato con lei il terzo millennio e  ne ho condiviso  due anni. ero sola con lei, quando ho raccolto il suo ultimo respiro. Mi lasciò il 4 aprile del 2002. era un venerdi, alle ore 17, 56. Si addormentò come un passerotto, senza dirmi una parola di addio.

 

 

 

Questa voce è stata pubblicata il novembre 27, 2016, in varie. 2 commenti

Le pettole di Santa Cecilia

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Amici, a tarda sera, ormai le pettole si sono finite in tutte le case, in tutti i panifici, in tutte le viuzze di Taranto vecchia e nuova…ecco che la Musa mi ha baciata…e mi ha fatto un bel regalo che desidero condividere con voi che mi seguite da tanto con assiduità e attaccamento…anche se non commentate…vabbè, cosa ci posso fare!

Santa Ceciglia e li péttele

 

Lu uègghiu friscu friscu ti trappito

Ste fuma ‘ntra nna vecchia frizzalora,

maritima ste gira ‘nturnu ‘nturnu

cu si li mancia no’ ste vete l’ora.

 

La prima frizzulata si n’ha sciutu

Lu tièmpu cu li possu zuccarare

Quist’otri tunni tunni ònu vinutu

Ndorate sia ca sontu nnu villutu.

 

Comu cuscini di mele e di farina

Intra pare sia ca ste vammàce

Cu llu pinzière l’offru allu Mamminu

E Iddu nqualche grazzia cu nni face.

 

Li lurtimi so’ picca picca asckuate

E io lu sacciu ca tòccunu a mène

Mò mi li ssuppu ti vinu cuèttu e mèle

Santa Ceciglia nna vota all’annu vène.

Desiderata

desiderata

 

Figlia mia, mentre di giorno sorveglio i tuoi primi passi,
mentre di notte ti guardo addormentata,
sorrido al cielo grata, perché non ci fu mai al mondo
creatura, che come te, sia stata da una madre tanto amata.
Tu, sole che scalda, tu, acqua che disseta,
tu, cielo che illumini i giorni di mia vita.
Tu, gioia infinita, germoglio di carne danzante
spuntato dalle mie viscere affannate.
Tanto ti ho attesa,
tanto le mie braccia ti hanno sognata,
tanto i miei occhi
hanno desiderato di incontrare i tuoi,
che sono spicchi di cielo.
Vita della mia vita tu sei, Francesca Pia,
sangue del mio sangue, carne della mia carne,
fiore della mia terra, bocciolo spuntato
sul ramo del mio cuore.
Come diadema regale, come corona lucente
le tue braccia mi cingono il capo
e mentre, appagata e felice, ti stringo e ti canto,
ti guardo e ti bacio,
penso che i tuoi sorrisi saranno il pane mio
negli anni che verranno.
Sorrido al cielo grata perché non ci fu mai al mondo
creatura quanto te, desiderata.

I diritti del bambino

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Amici, domani sarò negli Studi di Radio Puglia Stereo, ospite del Prof. Lino Carone, per declamare alcune delle mie poesie dedicate ai bambini in occasione della Giornata Universale Dei Diritti dei Bambini.

Domani, infatti, 20 novembre è l’anniversario della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo (UNCRC), approvata nel 1989. L’adozione della convenzione internazionale è stata una pietra miliare per i diritti dei bambini. Per la prima volta i bambini non sono stati visti come oggetti passivi che dovevano essere assistiti, ma piuttosto come persone che partecipano attivamente alle decisioni da prendere.

Vi aspetto in molti, la trasmissione avrà inizio alle ore 10,30 e terminerà alle 12 esatte, per dare spazio alla preghiera dell’Angelus!

Non saranno prese telefonate durante la trasmissione, ma sarà riservato l’ultimo quarto d’ora della trasmissione alle vostre chiamate in diretta, ai seguenti numeri:
099 592 11 27 / 099 590 02 41

www.direttaradiopuglia.it Ebbene sì, siamo on air

l’oro del tempo

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È diventato tutto d’oro l’albero delle giuggiole… come l’albero dei nostri anni… come l’albero dei nostri ricordi.