Archivio | febbraio 9, 2015

Le pepite d’oro non finiscono mai!!!

Amici, qualche giorno fa mi è pervenuto un regalo davvero originale e impensato, Un piccone usato nelle nostre tagghjate. Usato da uno dei cavamonti ancora vivente. Ancora lucido, animato dalla fiamma dei ricordi.

Aveva ricevuto una copia del mio libro, Tagghjate: Scavando nella memoria, e lo aveva tra le mani. Sfogliandolo ho notato un certo numero di appunti, note, aggiustamenti…La cosa mi ha molto emozionata… Un piccone in regalo a me!!!!

Ma ve lo immaginate? Ed ora è giocoforza che io vi parli, o almeno vi pubblichi la pagina del libro dove si parla dei tufi, dei conci, delle misure dei “Piezzi”

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2006-11-21 SOLO IMMAGINI TAGGHJATE-sul luogo della memoria1 G.Carafa

8° CAPITOLO

  • qualità e diversità della pietra –

Siamo ancora indaffarati

a  esaminar conchiglie

come se fossero

tutto ciò che affiora

dal mare della vita     (Gibran)                                                                                

La pietra che si estraeva dalle tagghjate presentava diverse componenti e diverse tipologie di calcare che si distinguevano per colore, granulometria, omogeneità, grado di compattezza ed età.

Li zuccaturi definivano con nomi coloriti le diverse conformazioni della pietra, che si presentava ora dura e resistente, ora friabile e duttile o granulosa. Non era raro infatti, imbattersi nella presenza di frammenti di fossili e microfossili di fauna marina, che faceva acquisire alla pietra un ulteriore fascino e ricchezza geologica, come non era raro trovarvi strati di prezioso carparo che veniva richiesto ed utilizzato per decorare i portali (cornici) delle case di persone più abbienti.

Il carparo, affine alla pietra leccese, a motivo della sua duttilità e facilità di lavorazione, si prestava e si presta ancora oggi, agli impieghi più eleborati: dai rivestimenti per esterni ed interni, ai manufatti per l’arredamento.

Uno degli zuccaturi intervistati ricorda con lucidità e un malcelato orgoglio, che lui personalmente aveva estratto il carparo per fare la “cornice” di Villa E. Pomes, che ancora oggi si fa ammirare per la sua elegante sobrietà in via Lecce.

Tra questi nomi ne abbiamo ricavati alcuni molto singolari, che non trovano necessariamente un loro corrispettivo nella lingua italiana: granone (granuli di glauconite, quarzo, fosfati e altri materiali argillosi), raciddu, chiancarieddu, nuzzili (nodi di materiale durissimo) che l’intervistato definiva come di cristallo…

Un’ulteriore particolarità delle tagghjate, e delle cave di calcarenite in genere, è la peculiarità del tufo di assecondare il cambiamento di luce, passando dal bianco giallognolo all’arancio, dal ruggine al rosa, dal grigio al nerastro, a seconda dell’esposizione alla luce, dell’ora del giorno e delle condizioni atmosferiche, aumentando così il fascino e la suggestione di questi luoghi.

Nelle tagghjate di San Giorgio Jonico era possibile rinvenire rocce di tufo (versu la zona ti lu fuessu), di pregevole qualità, che veniva utilizzato come se fosse gesso per intonacare gli interni delle case a motivo del suo puro biancore.

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“La misura dei conci” ( piezzi), variava a seconda delle richieste dei costruttori;

Il ”palmatico” lungo tre palmi della mano, all’incirca 65 cm.;

Lu curagnulu”  lungo dai 50 ai 55 centimetri corrispondente a 2 palmi e ½ ;

“Lu pizzottu “ concio  lungo circa 45 cm.

 

Tutte e tre queste misure di conci avevano basi quadrate con lato di cm.21-22.

Se durante l’estrazione il concio veniva danneggiato se ne utilizzava la parte sana per farne pezzi di spessori minori detti “fedde”.

 

Gli zuccaturi  più scaltri realizzavano un suppletivo guadagno vendendo il tufo che si formava durante il taglio della pietra, richiesta dai muratori per preparare la malta,

 

(San Giorgio Jonico e paesi di area tarantina.- Cosimo Quaranta)

 

A proposito della tufina prodotta dall’estrazione dei conci, dall’ascolto delle registrazioni in mio possesso si evince chiaramente che tra le tagghjate non era raro sentire profumo di donna, in quanto anche alcune di esse hanno trovato nelle tagghjate l’unica e generosa fonte di sostentamento per sfamare i membri della propria famiglia.

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