Lu còfunu ( il Bucato di una volta nel basso salento)

Tra le svariate attività domestiche che la donna svolgeva nel passato, c’ era “Lu Cofunu” (Il Bucato).

Quotidianamente si lavavano cose “minute” come fazzoletti strofinacci, calzini, “mienzi fazzulietti” e altro…

ma una volta alla settimana si faceva il bucato più pesante e impegnativo.

Molti non sanno che a quei tempi non si lavava spesso come ora e, pertanto,

era duro aver ragione dello sporco di camicie, mutande, e maglie di lana usate per molto tempo.
Si iniziava a mettere in ammollo la biancheria sporca con una insaponatura generale.

( vi ricordate l’indimenticabile sapone LO FARO?)

L’indomani mattina la donna metteva un pezzo di tavola robusta, alta ottanta centimetri e larga trenta,

(Stricatùro)con un lato piano e l’altro dentato nella tinozza e cominciava a sfregare ritmicamente la biancheria contro la tavola.

Dopo la prima passata, si cambiava l’acqua, s’insaponava e si ricominciava.

Questa volta nell’acqua e cenere. Prima di versare la cenere nella tinozza, la donna vi stendeva sopra un panno bianco(Cirnatùro)

tessuto al telaio a mano, che aveva la funzione di filtro; mentre l’acqua andava giù, la cenere rimaneva sul telo.
insieme alla  cenere si metteva  un ramoscello di alloro o di mortella, arbusti molto diffusi nella macchia mediterranea

che trasmettevano il loro profumo  attraverso l’acqua che sgocciolava, rendendo più gradevole il bucato.

Ai tempi delle nostre nonne non esisteva la Candeggina, né sbiancante di nessun tipo, né ammorbidente.

Ricordo che l’acqua bollente si versava sei o sette volte, solo dopo l’ultima caldaia

di acqua calda si era sicuri che il bucato venisse di un biancore abbagliante.

Le nonne raccontano che sul fondo della Crasta si mettevano i panni delle donne macchiate dal mestruo.

Dalla parte bassa della CRASTA c’èra un foro di scolo  che si sturava per favorire la fuoriuscita dell’acqua.

Poi si tappava nuovamente con un grosso tappo di sughero e si versava la seconda acqua…

dopo alcune ore, prevedendo già che l’acqua si fosse raffreddata, si sturava la crasta, che era situata sopra uno sgabello,

e si lasciava sgocciolare la lisciva, la quale veniva raccolta per ulteriori operazioni di lavaggio.

Le donne ne approfittavano per lavarsi i capelli tenuti in crocchie sulla nuca.

In tempo d’estate, dopo giornate di duro lavoro, il sudore si annidava nelle loro trecce e nel “Tuppo”

tenuto stretto con delle forcine di ferro o di osso di tartaruga.

La terza acqua si lasciava tutta la notte. L’indomani si procedeva al versamento di diverse caldaie di acqua pulita

per l’operazione di sciacquatura, lo strizzamento dei panni a mano, e la loro stesura ai fili di ferro,

tenuti alti da impalcature di grossi pali di vigna, impiantati e solidamente legati

sopra le terrazze o negli ampi orti di casa.

Talvolta il Bucato restava sul terrazzo tutto il giorno  e si ritirava nel primo pomeriggio, prima che scendesse l’ umidità,

perchè altrimenti la biancheria Puzzava Ti Malicieddu, un odore nauseante che l’umidità conferisce ai panni stesi fino a tarda sera.

Un lavoro faticoso e impensabile ai nostri giorni che ci fanno apprezzare ancor più gli sforzi e le fatiche quotidiane delle donne

di un tempo.

Un tempo lontano dalle nostre  abitudini, del quale percepiamo un vago odore di nostalgia.

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