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Racemi d’anima

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Vengo da te, di notte

come una ladra dal passo felpato,

vengo alle tue vigne di nuvole e rondini…

Passo da  te di notte

nel dormiveglia della città.

Aggrappata all’areopago della luna di Ottobre.

Quella sempre gravida di luce e follia

Quella pagnotta di luce e sogni.

Vengo da te di giorno

quando le meridiane sonnecchiano

d’intonaco e rose.

Vengo da te. Furtiva!

A spigolare acini di uvaspina, a rubarti…

racemi d’anima…

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Passato/presente

E, quando il mio tempo sarà avaro di raccolti
me ne verrò, come viandante,
tra i tuoi filari, o terra.
Me ne starò pensosa sulle tue rovine,
come dinanzi a vetuste cattedrali disertate dalle rondini.

Piangerò sulle tue radici, propaggini d’abbandoni:
raccoglierò i pampini superstiti,
come guerrieri che tornano sconfitti da impari battaglie.

E, forse, udrò ancora il canto delle vendemmiatrici
spargere armonia tra i vigneti,
e voci e risate riudrò salire verso le mute colline,
che un giorno profumarono di timo e di mortella.

Come vecchi turiboli arrugginiti,
spanderanno incenso i miei ricordi:
forse udrò ancora mio padre,
chiamare per nome ogni ceppo,
e trionfante donarmi il primo grappolo
che tagliava il traguardo contro il sole.

E, forse, vedrò ancora mia madre,
coi capelli serrati in ruvide guardiole di cotone,
trattenere rivoli di sudore
pregno di fatica e dignitoso lavoro
quando, con acque di sorgenti avìte,
in calici di mani innocenti dissetava arsure.

Allora cercherò un appiglio per non cadere:
mi smarrirò in un dedalo di ricordi,
troppo dolci, troppo amari,
troppo “presenti”,
per definirli “passato”