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Cose d’altri tempi

battesimo

 

La cummare vera e la cummare ti l’ogne

Il bambino veniva al mondo con l’aiuto della “mammara” l’ostetrica comunale che aveva in cura la donna incinta e la seguiva fino al parto e ancor di più fino alla caduta dell’ultimo residuo di cordone ombelicale del nascituro. La levatrice, come si chiamava una volta, si recava quotidianamente in casa della neo mamma, aiutandola a fare il bagnetto al neonato e consigliandola nei piccoli problemi post partum che si dovessero presentare .

Si battezzava il neonato quanto prima e i padrini e le madrine dovevano essere necessariamente scelti tra i testimoni di nozze, almeno per quanto riguardava il primo figlio. Tagliare la prima volta le unghie al neonato era un privilegio “minore” affidato ad una persona amica, una vicina o una parente.

Era un rito semplice e simpatico: per tagliare le unghie al piccolo il quale quando piangeva e frignava si graffiava tutto il visetto con le unghie affilate come lamette, si prendevano delle forbicine sterili e si procedeva al taglio delle unghie. Fatto ciò la “cummare ti lògni” regalava al “sciuscètto” una piccola somma di denaro o altro oggetto prezioso.

Fino ad un anno e oltre, il bambino veniva fasciato con una fascia stretta tessuta al telaio da abili tessitrici… e restava fasciato fino al raggiungimento del primo anno. Poi a grandi passi il figlio cresceva, si metteva a scapolare nel girello, un rudimentale strumento di legno nel quale si introduceva il bambino per lasciarlo scorrazzare in casa e sollevare finalmente la madre dal suo dolce peso.

E poi c’era la “Scannedda” un seggiolino port-enfant ante litteram; la nàca (la zana, di pascoliana memoria), una  culla rustica di legno a forma di cesta ovale, che poggiava su due supporti a base convessa, da potersi far dondolare col piede. E poi si usava cantare le ninne nanne, “nazzicando” il bambino seduti su una sedia di paglia… nel cuore della notte, perché “lu tàta èra scè ffatià”!

zana