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Alla Vergine del Carmelo

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ALLA VERGINE DEL CARMELO

A sciroccu, punente e tramuntana
tuttu lu munnu circundar vulìa,
pi sce’ truva’ Maria Carmelitana
quera c’aiuta e salva ogni cristiana.

Biatu quir’omu ca l’adora e l’ama,
no nni scurdamu mai ti l’abbitinu (1)
veni lu giurnu sua la sittimana
lu mirculitìa no lu ‘ncammaramu.

Sette Patri nostri e sette Avemmarie
e sette Gloria Patri recitamu
e ci pi sorta in purgatoriu sciamu
lucesce lu prima sabbutu matina.

Ci cu core nuje amu tittu la divuzione
Maria ni ‘saudisce e ni caccia fore.

TRADUZIONE

A Scirocco, ponente e a tramontana/ tutto il mondo circumnavigare vorrei/
per andare a trovare Maria del Carmelo/ Colei che aiuta e salva ogni cristiana

Beato quell’uomo che l’adora e l’ama/ non dimentichiamo mai lo scapolare/
viene il suo giorno della settimana / il mercoledì non mangiamo carne.

Sette Pater, sette Ave Maria / e sette Gloria al Padre recitiamo /
e se per sorte in purgatorio andiamo / farà luce il primo sabato mattina.

Se con cuore abbiamo recitato la devozione / Maria ci esaudisce e ci fa uscire
dal Purgatorio.

Li fichi ccucchiati

I “Fichi ccucchiati” sono fichi tagliati a metà dal picciuolo in giù senza staccare le due parti dal basso ed essiccati sui cannicci (cannìzzi) tipico oggetto della civiltà contadina fatto di canne sottili legate fra loro col fil di ferro, che permetteva ai frutti di ventilare e scolare attraverso le fessure il succo mieloso.
La fase di essiccazione era curata amorevolmente dalle donne, le quali giornalmente li giravano, ora da una parte ora dall’altra, rientrando i cannicci, tenuti sui terrazzi, ad ogni calare della sera. Si correva a rientrare i fichi, frettolosamente se si preannunciava qualche temporale estivo.

La pioggia avrebbe vanificato il lavoro e deteriorato i frutti. Quando la fase dell’essiccazione era perfetta per la massaia, i fichi venivano lavati, aperti e ripuliti da eventuali impurità, e successivamente farciti con mandorle tostate ed accoppiati, e disposti in bell’ordine nelle spase per essere infornati. Quando quest’ultima operazione avveniva, il profumo dei fichi infornati si espandeva per tutta la casa e invadeva anche gli orti e le case dei vicini.

Era un odore, un profumo che non si poteva assolutamente mascherare. L’odore penetrante e delizioso persisteva nelle case per diversi giorni.
Era una gioia semplice che rendeva felici soprattutto i bambini.

I fichi si conservavano nelle capàse, recipienti di ceramica smaltata di varie dimensioni, dove venivano introdotti ancora caldissimi e schiacciati con le mani per farne entrare quanto più possibile; su ogni strato di fichi tostati si disponevano foglie di alloro e qualche spolverata di polvere di cacao dolce, i più fortunati aromatizzavano i fichi con della cioccolata sbriciolata.

Ultimata la sistemazione dei fichi nella capàsa, le mamme li custodivano gelosamente affinché tale delizia casalinga potesse allietare le lunghe sere invernali di grandi e piccoli.

Mi è cara questa digressione di carattere alimentare: per non dimenticare i semplici gusti di una volta e riportare alla mente del lettore i profumi e i sapori semplici e genuini di un tempo passato, che la vita e lo stress dei nostri giorni tenta inutilmente di eliminare dal libro dei ricordi più belli e cari.

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Pagina tratta dalla mia pubblicazione “ L’ORO DEL TEMPO” Barbieri Editore, Manduria-2001 (raccolta di Detti, Proverbi e Preghiere della Tradizione Popolare sangiorgese)