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Lusinghiera recensione sulle mie tagghjate

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il mio libro sulle nostre cave tufacee

il mio libro sulle nostre cave tufacee

AMICI, RICEVO E PUBBLICO CON GIOIA UNA “RIFLESSIONE” SULLE TAGGHJATE, RICEVUTA DALL’AMICO FERRUCCIO GEMMELLARO CHE RINGRAZIO.

Cara Anna,
stamane ho voluto finalmente arrivare a sfogliare le ultime pagine dei testi su “Le tagghiate”.
Non conoscevo affatto tale ambiente di risuono magnificamente meridionalistico, grazie.
Nessuno me ne aveva parlato e non avevo letto nulla a riguardo ma non mi stupisco; prima di iniziare a digitare pagine sulla pulzella, avevo fatto molti sforzi per conoscere attraverso amici e conoscenti pugliesi, anche in loco, particolari sulle specchie che non fossero in veste turistica.
Ecco il valore degli scrittori che raccontano delle loro terre; non mi annoio nel ribadire che essi sono tessere di un grande mosaico culturale, il quale non può mai essere accordato senza la loro opera.
Mi piace replicare, da un mio intervento pubblico a Silea (Tv), in un convegno sulle piccole case editrici, che per un buon riordino è inesatto indicare autore locale chi tratta storia, argomenti e fatti, presenti e passati, delle proprie terre.
Scrittore si è ma senza l’attributo geografico connesso alla sua figura artistica; Manzoni, allora, dovrebbe essere ricordato quale autore locale. Lo scrittore ha poco o nulla del cronista locale.

Dopo Jesi, ho vissuto i primi anni sino olla prima media a Grottaglie, per non tornarvi più, salvo brevi approdi, oggi sempre più rari.
Eppure soni stati anni che nella mia esistenza avevano affollato il mio cerebrale di ricordi, come se avessi trascorso buona parte della vita. Reminiscenze di una moltitudine di zii, cugini, compagni, luoghi, giochi, maestri… il suo libro me li ha espiantati dal letargo cerebrale e posti prepotentenmente alla coscienza.
Qui le tagghiate e lì le grotte nella gravine di S. Biagio, di Riggio, del Fullonese. Qui come lì i residuati bellici e un compagno maciullato (ne ho scritto una pagina nell’opera prima L’acchiatura del ‘76). Qui i fichi cucchiati e lì le fiche maritate. Qui la parete crivellata e lì le granate sul vicino aeroporto ed io trascinato da mamma sotto i bombardamenti verso il ricovero, la mamma, e solo una mamma può farlo, che era venuta ad agguantarmi e salvarmi mentre giocavo nel giardino della zia a vista dell’aeroporto.
E poi, qui come lì, tradizioni, costume, santi e patrimonio linguistico… un bagaglio che mi è riaffiorato e ne sono ringiovanito.
La magia del comporre la scrittura, o la musa come si preferisce, compie i suoi miracoli; e qui per incantevole opera della brava Anna Marinelli.

Ferruccio Gemmellaro

La festa dell’Immacolata

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CHIESA MARIA SS.MA IMMACOLATA
Edificata tra il 1891 ed il 1930, la Chiesa di Maria SS. dell’Immacolata Concezione, in pieno stile neoclassico, presenta l’ interno a tre navate e abside semicircolare.
La storia di questa Chiesa ha inizio nel 1859, quando il nobile benestante del posto, Luigi Biasco, con atto notarile, lasciava il suo patrimonio da destinarsi all’edificazione di un tempio in “onore della Vergine Immacolata”.
Il lascito però si rivelò insufficiente a coprire le spese della costruzione e l’opera sarebbe stata interrotta se alcuni cittadini benestanti, insieme alla nobildonna Rosa Robaud,non fossero intervenuti a sostenere economicamente tutte le spese fino alla sua completa rifinitura.
Sulla sinistra dell’Aula liturgica si trova la Cappella del Ss.mo Sacramento, dove viene riposta L’Eucarestia al termine delle celebrazioni. Da molti anni la Cappella viene addobbata sontuosamente per la Reposizione Eucaristica il Giovedì Santo. La sacra particola viene esposta all’adorazione dei fedeli in un importante e pregevole Ostensorio realizzato dall’Artista sangiorgese Lino Agnini, autore, tra l’altro, dei bassorilievi in bronzo che si trovano sul portone centrale raffiguranti alcuni Sacramenti.

Nel novembre del 2012, dopo alcuni mesi di restauro, è stata restituita ai fedeli nel suo originario splendore.

Nota: (I lavori di ristrutturazione l’hanno privata però della Cappellina del Santissimo, che attirava a sé moltissimi fedeli che sostavano genuflessi davanti a quella suggestiva e sacra nicchia.)

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la scannedda ti li ricchiAntico Box per custodire i bambini fasciati, risalente all'inizio del secolo scorso,

Nella prima foto è ritratto l’antico Box per custodire i bambini fasciati, risalente all’inizio del secolo scorso, esposto nella rassegna di artigianato e manufatti femminili, presso l’Associazione Lino Agnini di San Giorgio Jonico.
In seguito all’esposizione di questo CIMELIO ho riscoperto una filastrocca popolare in dialetto nella quale viene menzionato il suo nome. “la scannedda” .
Solo le famiglie abbienti potevano permettersi un simile oggetto,
munito anche di ruote consentendo alla madre di spostare il bambino da una stanza all’altra mentre sfaccendava.

Le famiglie povere intrattenevano il bambino strettamente fasciato, in una sedia capovolta, come si evince da questo documento fotografico di grande suggestione che ho rintracciato.

NINNA NANNA TI LA SCANNEDDA

Iessi, iessi soli
ca mammita ti voli
ti voli alla Scannedda
cu ti faci munachedda

Munachedda ti santa Chiara
Iessi ‘ntra lu uertu mia
Munachedda ti santu Roccu
Iessi iessi ca no ti toccu

Iessi, iessi soli
ca mammita ti voli
tè ccattatu lu scannitieddu
cu ti ssietti beddu beddu

E nnedda,e nnedda,e nnedda
si nni vola ti la scannedda
e la mamma la sicutava
prestu prestu l’arrivava!

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Per la filastrocca si ringrazia la Signora Crocifissa Stasi Rubino
per questa perla della tradizione orale salentina