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Gemme, recensione

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Specchio

Ed ecco sul tronco
si rompono le gemme:
un verde più nuovo dell’erba
che il cuore riposa:
il tronco pareva già morto,
piegato sul botro.

E tutto mi sa di miracolo;
e sono quell’acqua di nube
che oggi rispecchia nei fossi
più azzurro il suo pezzo di cielo,
quel verde che spacca la scorza
che pure stanotte non c’era.

Salvatore Quasimodo

 

Scrivo dal mio scrittoio in una giornata di Primavera. La prima. Quella delle rondini che stanno per arrivare; quella del cielo lucido che si tinge di toni pastello all’imbrunire; quella dell’aria frizzante che quasi berrei per dissetarmi dall’arsura di un gelido inverno senza vita; quella dei ciliegi e dei peschi in fiore del mio giardino. Scrivo della primavera ma mai avrei pensato di farlo.

Gemme della poetessa sangiorgese Anna Marinelli ne è il motivo.

In questi giorni sul mio comodino questo piccolo opuscolo mi ha fatto compagnia. Le mie sere sono state allietate dalla lettura profonda dei componimenti di questa artista dell’immagine tradotta in parola. La silloge è composta da venti brevi “frammenti d’aria/lucenti come schegge” che si lasciano gustare tutto d’un fiato, come un buon calice di vino bianco frizzante e fresco.

 

La signora Marinelli tratta con estrema maestria un tema molto difficile: quello del tripudio per l’arrivo della Primavera. E’ un tema difficile perché è uno dei più cari ai poeti di tutti i tempi che ne hanno cantato nei secoli la crucialità. Perché i poeti parlino di Primavera è un interrogativo legittimo, perché la signora Marinelli parli di Primavera è un interrogativo che ci porta a muoverci con delicatezza tra le parole e i sentimenti che il cuore e la penna della Poesia hanno prodotto.

La risposta non si fa attendere troppo. Il primo dei venti componimenti, quello che dà il titolo alla silloge svela già parte del mistero.  “Gemme appena schiuse/vestono le ramaglie/ della mia anima/che anela Primavera.

La poetessa con estrema grazia ci parla della sua anima, di quanto le sia necessaria la Primavera, di quanto le appartenga il ritmo delle stagioni, di quanto la rinascita la compenetri in maniera profonda.

Rinascita, alternanza tra la vita e la morte, mistero dei misteri che la nostra poetessa custodisce come una sentinella, sempre pronta, sempre all’erta, sono alcuni dei temi che riconosco come focali nella silloge.

Nello scorrere le pagine, leggendo, non si può non fare attenzione alle diverse immagini di alternanza tra il giorno e la notte, tra l’inverno e la Primavera, tra la vita e la morte. Spesso queste immagini sono nascoste nella metafora dell’anima che desidera il rinnovamento continuo, così come la Natura si rinnova di stagione in stagione. In questa danza di “setosi petali(Turbinio) e di Petali sul volto, ogni parola ha un peso e una consistenza che vanno al di là del semplice tripudio per l’arrivo di questa stagione amata.

Nel profondo delle immagini delicate della poetessa, io scorgo un anelito di immortalità, un desiderio di resurrezione, un panorfismo mistico che lega il corpo del poeta al corpo della Natura e ai suoi indefinibili misteri.  La Poesia con i suoi “poveri versi” canta la “fame d’Infinito” (Fame), di cui questa Primavera Bramata diventa universo al quale protendere.

Grazie Anna per la meraviglia donata agli occhi di chi legge. E’ un dono prezioso, un cofanetto di Gemme che ciascuno di noi dovrebbe custodire nel profondo del proprio cuore.

Emanuela D’Arpa

 

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L’identità

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L’Identità

 

Fruscìo

d’autunno

che avanza,

indossa abiti di porpora,

avanza con passo cauto,

sul tappeto di foglie

accartocciate.

Si ode un lamento

appena accennato

di una foglia ancora verde,

che, tenace, insegue

con occhi di clorofilla

il volo alto e libero

di un gabbiano

verso il regale ponente.

 

E mi chiedo

ch’io sia.

 

foglia verde caduta

dal ramo,

o gabbiano,

alto, verso il sole?

 

1/12/1990

E naufragar m’è dolce..

 

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La Baia dei Pescatori

Per un dipinto dell’Artista Giuseppe La Sorsa

 

Piccola baia

che il mare lambisce e talvolta flagella,

in te, rare barche incrostate di salsedine

cercano rifugio e ristoro.

Ogni sera al crepuscolo ambiscono

al tuo abbraccio ospitale,

in te l’alveo antico dove poter riposare.

Case piccole, forti come rocce,

ospitano anime grandi

con il loro bagaglio di sudore e fatica.

Anime sospese a fior d’acqua,

mentre gli sguardi, penetrando fondali

sono alla ricerca di una pesca miracolosa.

La piccola baia non è mai sola,

come la ritrasse l’artista,

dall’alba al tramonto è frequentata

da ciarlieri gabbiani

e da uomini scolpiti dal sole

che hanno dimestichezza con il mare

più che con le stanze delle loro case…

Il mio sguardo si perde

dietro una cordigliera di nuvole

che si fonde al biancore seducente delle onde,

e mi avviluppa come una morsa

“ E il naufragar m’è dolce”

In questa tela di Giuseppe La Sorsa.

 

Anna Marinelli

Le strade ( incipit d’Autore)

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Le strade

Quello che sono e sono stato

domandatelo alle strade

dei paesi della sete.

Tufi lucertole spine,

bell’uva sulle colline

dove fui ladro di galline.

Strade di cenere e pomice

lavorate dallo scorpione.

Dove ramingo io vissi

la cicala ancora muore.

(Raffaele Carrieri)

Quella che io sono e sempre sarò

chiedetelo alla luna agostana

quella che sembra in disparte dalla Vita

ma sbatte il suo sguardo intrigante

sulla mia persiana stupita.

Chiedetelo ai muretti

di pietra

muti testimoni d’anime

in silenzi di controre costretti.

Chiedetelo alle silenziose stelle

sorelle rilucenti

di lacrime cristallizzate,

custodi fidate di donne tarantate

dai moti del cuore asfissiate.

Chiedetelo alla fontanella

del piccolo slargo di paese

dove mi recavo, fanciulla,

con la giara pesante

d’acqua gocciolante.

Paese senza “acchiature” di sorprese,

panni stesi a forconi di ristrettezze ereditate,

e menta e ruta fiorenti

da muretti di selce recintate.

Quella che io sono e sempre sarò

chiedetelo alle case addormentate,

chiedetelo alle strade,

perché io ciò che sono e ciò che sarò,

ancora non lo so

.———————————————*

Raffaele Carrieri nacque a Taranto nel 1905.*Muore a Camaiore nel 1984″

Sarà forse Poesia?

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Sarà Forse Poesia?

Quale nome ha il vento
che mi possiede, che mi flagella
le vele dello spirito
statiche/ stanche / di evasioni antiche?
Quale nome ha il sole / che m’infuoca/ le vene contadine
e m’innamora dei campi di giugno
allagati di sanguigni papaveri di sogno?
Quale nome ha l’azzurro
che mi seduce di spazio
per voli da effettuare
oltre il confine avìto,
dove mille occhi ti scrutano, e nessuno ha visto,
ma tutti conoscono il tuo segreto di piazza
steso come manifesto di sole su un paesaggio siderale?
Quale nome dare a questa terra fasciata di luce
dove i versi dei suoi poeti
restano sicomori sterili, nel silenzio?
Sarà forse Poesia
il nome che il labbro sospira,
che il cuore riscalda
e sospinge le vele del pensiero
oltre le colonne del consueto?