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Guernica

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Guernica è il titolo di un dipinto di Pablo Picasso, realizzato per commemorare il bombardamento aereo dell’omonima città basca durante la guerra civile spagnola avvenuto nell’aprile 1937

Di notevoli dimensioni l’Opera più famosa di Picasso misura 3,49 di larghezza per 8 metri circa di lunghezza.

Si conserva nel Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid

Fu realizzata 26 aprile 1937–giugno 1937  Per incarico del governo repubblicano spagnolo, che compensò il pittore, fervente sostenitore dell’idea repubblicano-comunista, con 200.000.000 pesetas dell’epoca (oltre un milione degli attuali euro), il quadro era destinato a decorare il padiglione spagnolo durante l’esposizione mondiale di Parigi del 1937. Dopo l’esposizione, quando il governo repubblicano era ormai caduto, Picasso non permise che il suo dipinto più famoso venisse esposto in Spagna, dichiarando esplicitamente che avrebbe potuto tornarvi solo dopo la fine del franchismo.

Vi invito ad andare a cercarlo su quel pozzo di san patrizio che è internet…ne resterete affascinati anche voi…

Capirete perché ho scritto questa poesia… perché gli animi sensibili non possono restare indifferenti dinanzi alla ferocia distruttiva della guerra…

Come noi uomini e donne del nostro tempo, non possiamo restare indifferenti dinanzi alle innumerevoli situazioni di violenza, dinanzi agli attentati di Parigi prima e di Istanbul solo pochi giorni fa.

Domani sera la presenterò nella casa di Paco, in una serata di poesia!

 

Davanti alla tela di Picasso “Guernìca”

 

Udisti/udimmo
il grido degli oppressi.

Ti raggiunse/ci raggiunse
 l’odore della morte,
che in fiumi di sangue si dissetava,
scorrevano torrenti di caos ad inghiottire la Vita,
l’ordine, la convivenza tra gli umani.

Nell’ora del mercato, quando  pullulava

 la frenesia del vivere,
il pane si intinse nel sangue del fanciullo,
la madre  colpita d’inatteso sgomento,
fauci di fuoco, cavalli imbizzarriti.

Grida, grida si levavano al cielo
come colonne di fumo intriso di carne arroventata,
dinanzi alla pioggia di proiettili,
inermi mani si levavano al cielo quasi a fermare imprevista mattanza
  …teste di uomini e bestie rotolavano tra le macerie,
urla di vecchi e bambini stridevano con le voci stridule, strozzate nella faringe,
solo una madre leva un nitrito d’altissimo suono infuocato,
un fiume lavico di dolore incompreso,
tutto fu fatto per sterminare le mura della tua Città di pace e silenzi sonori,
attraversata fino ad  all’ora da un torrente quieto.

Ti  descrisse l’artista facendo appello
all’eco d’inchiostro che pervenne

fino al padiglione del suo orecchio/cuore.

Fin laggiù giunsero le voci dei disperati,

il fumo della falce che si abbatté furiosa di odio,

immensa falce, che non falciò grano di speranza

ma ti condannò alla fine senz’appello.
  Poi venne un uomo con strumenti policromi,

venne a te come pellegrino d’amore, altra falce sguainò,

altra arma e senza colpo ferire ti riedificò

su fondamenta azzurre, ti alitò un velo di colore

che ti ridiede la vita in pochi metri di tela,

e nessuno da allora potrà scalfire la tua identità immortale

che altri vanamente gettarono

nel baratro di  un CAOS senza fine. 

Guernìca vive in un perimetro d’Amore.

 

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Controra

 

 

“Controra”, magica parola che sprigiona memorie

e fa rivivere i meriggi assolati della mia adolescenza

svanita come il volo di un concorde, di cui solo il rombo persiste;

memorie roventi che gli affanni quotidiani non disperdono.

Controra: “Si dorme, bambine!”

E l’enunciato materno a me suonava come una preghiera, noi con il respiro sospeso nella stanza,

fissavamo le imposte, rese incandescenti dal calore.

Controra, magica parola che ritorna, oggi come ieri, a parlarmi di tempi felici,

carichi di teneri ricordi che paiono carezze al mio cuore,oggi  forse un po’ indurito.

Controra, magica parola.

Le fave da sbucciare e l’umile sonoro lavoro materno.

Le fave… potente ricordo che mi giunge,

frammisto a un sapore irripetibile.

Il desco serale arredato con i piatti di ceramica

della vicina Grottaglie, col galletto centrale

decorato a mano:

“Chi lo scopre per prima sarà più fortunata”

diceva mia madre per incitarci a mangiare,

quando tutti intingevano il pane nel piatto grande,

quel pane che sapeva di grano e di fortuna.

Controra, magica parola, e solari silenzi di allora,

frantumati dai carri che tornavano dai campi,

col contadino quasi sempre appisolato.

Il cavallo conosceva la strada… l’automobile no!

 

Controra, magica parola, e affioranti ricordi

di calzine corte e pudici rossori sulle guance innocenti:

“ le treccine oggi non le voglio fare” e già la donna faceva capolino.

 

Controra. “Si dorme bambine!” e noi a programmarci il futuro

scrivendo appunti su foglie di pannocchie,

custodite dentro il materasso.

“E’ pomeriggio bambini, vorrei che riposaste!”

 

Mi scopro a dire le cose di mia madre.