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Le frittelle di Natale

pettole

Dice lu Pruvèrbiu: Lu riccu quannu vo’ e lu pòviru quannu po’! osci l’agghju putùtu fa ìu nna francatatedda di pèttili.

E, visto che non passa giorno che dalla mia bacheca non giungano visitatori alla ricerca delle “Frittelle di Natale, vi do la mia ricetta facile facile.

Mezzo kg. di farina per pane e focacce
1 lievito di birra
due cucchiaini di sale fino
olio extravergine d’oliva.
acqua tiepida per impastare.
Non serve la spianatoia, perché si farà l’impasto in una ciotola di plastica abbastanza larga.
Versarci la farina, il lievito sbriciolato, e i due cucchiaini di sale.
Aggiungere acqua tiepida e impastare, sciogliendo bene il lievito, cercatelo nell’impasto e schiacciatelo tra le dita…
Deve venire un impasto molle; quando lavorate gli ingredienti devono apparire le bolle. Ci vuole un po’ di energia per lavorare la pasta che si fa rigorosamente a mano, come lo facevano le nostre mamme.
Io per accelerare i tempi della lievitazione ho acceso un po’ il forno e l’ho fatto riscaldare qualche minuto. Ho spento e vi ho messo a riposo l’impasto. Dopo un paio d’ore la mole della pasta si sarà duplicata.
Mettete l’olio quello buono di frantoio di fresca molitura sul fornello a riscaldare e quando è abbastanza caldo ma non Fumante, vi immergo la prima cucchiaiata di pasta e “assaggio” di sale, se occorre aggiungete ancora qualche pizzico di sale fino nell’impasto. Proseguite la frittura abbassando un po’ la fiamma del fornello altrimenti le frittelle si “Avvampano” da fuori ma restano crude di dentro. Scolare di volta in volta disponendo le frittelle sulla carta del panettiere e lasciate scolare i residui di olio. Ultimata la cottura togliete quella carta e mettete sul fondo della coppa dei tovaglioli di carta pulita e servite o al naturale o spolverando le frittelle con abbondante zucchero. Non zucchero a velo, quello lo utilizzerete per i sofisticati Pandori tanto reclamati dalla televisione.

Ah! dimenticavo, da noi le frittelle di Natale si chiamano Pettole!

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Santa Cecilia e le pettole

Il 22 Novembre, giorno di Santa Cecilia, si avverte nell’aria che il Natale è vicino.
Questo giorno è il primo, vero, segnale di tromba che si espande impercettibile nell’aria, eppure lo senti anche se sei sordo!
Se abiti a Taranto, poi, non puoi non sentirlo, perché sia nella città vecchia, sia nel martoriato quartiere Tamburi, sia nel rione più abbandonato come Paolo VI, di buon mattino sarai svegliato dal suono delle pastorali dei compositori locali, Ippolito, Lacerenza, De Benedictis, e la Novena di Paisiello, il più grande tra i musicisti tarantini, eseguite dalle bande che si avvicendano per le strade silenziose e buie fin dalle prime ore dell’alba.
La gente esce da casa alle tre, alle quattro del mattino, perché sa che il tale panificio, la tale trattoria prepara le pettole (dal latino pitta, ovvero piccola focaccia) e le offre gratis alla cittadinanza!
E’ un rito, come pochi altri, al quale i Cataldiani tengono moltissimo, che amano quasi quanto i Riti del triduo Pasquale.
Anche nei paesi del circondario, nei paesi dell’area tarantina come il mio, San Giorgio Jonico, la festa di questa santa, martire del V° secolo d.C. è molto sentita.
In questi ultimi anni si è celebrata questa ricorrenza con diverse iniziative culturali, fatte di musica, di pastorali e di degustazione di vino novello e di pettole, le tipiche frittelle del Natale, molto care alla gente jonica.
Di Musica sacra, sì, perché la tradizione vuole, e il Martirologio romano ce lo dice,che questa Santa sia la protettrice dei musicisti e dei cantori delle “Schola Cantorum”.

Ma veniamo alle pettole, molti infatti accostano la festa di santa Cecilia esclusivamente alla pettole, in realtà queste semplici, umili e gustose frittelle sono solo un simbolo, un gradito simbolo, un campanello che suona nei padiglioni dell’anima, passando dalle pareti gustative e olfattive, che ci annuncia la lieta novella che il Natale del Signore è vicino.

Usanza vuole che le mamme quest’oggi si levino di buon’ ora e impastino la farina con acqua, sale e lievito, e lo lascino riposare qualche ora.
Prima che i bimbi si alzino per andare a scuola la prima “frizzulata” sarà già pronta perchè essi le possano gustare ancora belle calde e fragranti.

Ai miei tempi mia madre le faceva di sera, prima che mio padre tornasse dall’arsenale, condite con zucchero, oppure salate, bagnate di miele o con il vincotto, con il cavolfiore bollito o con piccoli pezzi di baccalà.

Appena aperta la porta si veniva investiti da una folata d’aria impregnata di olio forte, e nuvole di fumo si aggrappavano testardamente al soffitto e al lampadario della cucina fino a infiltrarsi nelle altre stanze accuratamente chiuse.

La casa si affumicava tutta perché la frittura esigeva che l’olio fosse fumante affinché si formasse subito la crosticina dorata. Anzi dirò di più!

Per santa Cecilia si regalavano ai vicini e ai parenti delle bottiglie di olio fresco di molitura, accompagnandole con la frase, “Nà, fatti li pett’li cu l’ogliu nuevu”

Ormai era un rito: mio padre entrava e diceva: “Quanta fumu”!!! E mia madre rispondeva: “Megghju fumu ti cucina ca vientu ti marina” ma poi, appena cominciava a mangiarne qualcuna dimenticava tutto, il fumo, l’odore dell’olio e la fame che si portava appresso dopo una giornata di lavoro.

Oggi le pettole si fanno piccole, tonde come arancini e spesso la pasta interna non riesce a cuocere bene, ma nei tempi di mia madre le mamme tutte, non solo la mia, aprivano con le mani una porzione di pasta e la allungavano, facilitando la cottura della pasta anche all’interno della frittella.

In questo caso esse sortivano anche la magia delle forme: ora una papera, ora un cavallo, ora un coccodrillo, ora un gallo.

E i bambini si tuffavano ricchi della loro fantasia e appagati nella loro golosità in queste grandi coppe di ceramica piene di calde, soffici e gustose frittelle che avevano anche il pregio di aprire le porte al santo Natale.

Sì, perché era Natale sia nelle case dei ricchi che in quelle dei poveri. Infatti, nonostante il semplice tenore di vita e la ristrettezza economica, in nessuna casa mancava un pugno di farina, un orciuolo olio e tanto amore, per le attese pettole di santa Cecilia.

Il rito delle pettole si ripete nei giorni di vigilia, in occasione della festa dell’Immacolata, e per la vigilia di Natale, durante i giorni della Novena al ritorno dalle messe mattinate, e quando ci si ritrova con gli amici a giocare alla tombola nel lungo periodo di feste natalizie.

Sì, perché senza il profumo e il sapore delle pettole il Natale che Natale sarebbe?