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OMOLOGISMOquattro

Amici, ho ricevuto alcune settimane, fa quale gradito omaggio, una interessante pubblicazione dal titolo “Omologismoquattro” del  Dottor Ferruccio Gemmellaro, contenente una mia poesia con sua Nota Critica. Ne sono onorata e felice e desidero condividere con voi sia la poesia che la nota critica. Altri interessanti articoli, liriche e recensioni fanno del pregevole volume un oggetto prezioso e nutrimento per la mia mente e per il mio cuore. Grazie carissimo, grazie infinite. 

 

 

omologismo

LA VIGNA ABBATTUTA

 

Ormai è solitario il campo che amasti

nel rito di parole cadute

come foglie rosse,al suolo.

 

Solo ora pesano i silenzi

e le parole non dette

volteggiano impazzite,

negli atri della memoria.

Passi titani

risuonano tra le mura

ad infrangere cattedrali

di reciproco egoismo;

a sconfiggere ombre

di presenze mancate.

 

Muraglie, le  parole taciute,

i gesti incompiuti,

la carezza non data

per eccesso di pudore.

 

Ma, troppo presto si compì

per te, la temuta profezia:

come tuono venuto da lontano

come folgore che si abbatte

d’improvviso.

 

Ti prego,cantami ancora Lily Marlen,

l’unica ninna-nanna

possibile dalla tua voce severa,

donami ancora corbezzoli rossi

preziosi come perle

ai miei occhi di bambina.

 

Soltanto al crocevia

mi permettesti di prenderti la mano

e percorrere al tuo fianco

l’ultimo tratto di vita,

sconvolgendo relazioni verticali

radicate nelle vene contadine.

 

E madre tua divenni,

terapie d’amore m’inventai,

per un lampo di luce nei tuoi occhi.

 

Tu, padre,

la quercia abbattuta

che riscattasti abissi di silenzio

pronunciando, con l’anima alla gola,

con ritrovato amore, il nome mio.

 

*****

In questi versi dedicati al padre “La vigna abbattuta” l’autrice Anna Marinelli elabora la fortuna di aver avuto quale genitore un contadino, figlio legittimo della madre terra, l’abbrivio dell’ideologia sorta dalla cultura, che a lei aveva fatto da bambagia, plasmata nella crescita, e che ha scolpito il suo essere donna di grandi pensieri.

Ferruccio Gemmellaro.

 

La lunga storia del Pane

Ricevo e volentieri pubblico, per la valenza della narrazione storico-sociale, il prezioso contributo sul pane, inviatomi dal nostro studioso Amico Ferruccio Gemmellaro.

L’articolo, che ho preferito pubblicare in due puntate, susciterà certamente il vostro interesse e la vostra curiosità.

maria scarpone

IL PANE DI CASA NOSTRA di Ferruccio Gemmellaro

Un’ amalgama di grezzi cereali pestati e cotto su pietre calde, questo è il pane ante litteram consumato all’alba dei popoli e ancor oggi in paesi africani.
La letteratura parla d’impasto ottenuto finanche con i granelli delle spighe di erbe selvatiche, vedi l’Hordeum spontaneum.
Furono gli egizi, poi, con la scoperta del lievito e con il miglioramento della coltivazione cerealicola a imprimere al pane un’inarrestabile evoluzione, ferma restando la tonalità scura; inizierebbe qui il trattamento nei campi di farro allo scopo di condurre quest’antichissimo frumento alla bontà edibile del grano.

La nascita del lievito naturale risalirebbe all’Antico Egitto, 2500 aC.
Sembra fosse stato scoperto per caso, quando una particolare piena del Nilo impastò della farina conservata in magazzino.
Al defluire delle acque, l’impasto crebbe, gonfiato da microrganismi.
Il composto non fu buttato ma mescolato con altra farina e così fu scoperto il “lievito naturale” o “lievito madre vivo”.

Ai tempi della campagna di Annibale, dunque, il pane divulgatosi nell’Apulia era di richiamo al moderno risultato esportato dai greci tra gli italioti, i loro discendenti stanziatisi sugli estremi lidi meridionali.
Gli Ellenici lo avevano valorizzato con la novità dell’aggiunta del latte, o miele o vino, e di appetibili essenze d’erbe, e poi con lardo, pepe, olio; in ogni caso, la sostanza base dava al pane ancora un colore affumicato, che i romani indicavano con cibarius, alquanto economico, o con autopyrus “non setacciato”.
Pare, però, che in seno al grossolano macinato cerealicolo di allora, si andasse a ridimensionare quell’inesorabile percentuale d’inquinamento, specie di polvere e sabbia.
Altra originalità greca dell’epoca era data dal costume di infornare nottetempo, acciocché al mattino si avesse il pane fresco; una convenzione che sarebbe stata adottata via via in Apulia e da qui per tutto lo stivale e oltre in Europa.
Dalla piastra litica e dai forni primitivi di pietre compatte, l’infornatore era passato alla tecnica dei vasi in terracotta posti a riscaldamento quanto bastava; indi, scostato il fuoco, li chiudeva ermeticamente con un idoneo ciottolo dopo che aveva introdotto i panetti, i quali, così, si cuocevano nella corretta misura e nel tempo previsto secondo la loro consistenza.
Negli anni in cui ci riferiamo, però, i forni avanzati avevano già assunto la conformazione bicamere, dove in una si accendeva la legna e nell’altra si adagiavano le forme di pane, le quali sarebbero state tolte a cottura giusta; insomma è la nota tecnica dei forni a legna.
Nel periodo postbellico punico, si sarebbe oltremodo diffusa la farina romana, vale a dire quella bianca ottenuta dal grano tenero, assieme a un più deciso impulso alla disposizione dei forni pubblici, già prerogativa greca, questi ancora ben frequentati dai nostri diretti ascendenti nel secolo scorso.
In una coincidenza storica, il pane di farina bianca, il siligeneus, col quale i romani vittoriosi avevano fatto familiarizzare le genti delle regiones meridionali, ricorda il pane bianco degli americani altrettanto vincitori, distribuito nel dopo guerra con il piano Marshall alle nostre disgraziate famiglie sopravvissute all’olocausto.
C’era, però, bianco e bianco; infatti, gli attributi di fine e finissimo del panis secondarius e del panis candidus, mundus sarebbero arrivati con l’egemonia e le cittadinanze capitoline, ma a beneficio, come il solito, degli abbienti.
Il termine Farina, così coniato dai latini, che sarebbe entrato nel vocabolario italico già durante le guerre puniche, mercé l’imponenza lessicale dei romani, è connesso con l’antico radicale indoeuropeo Bhars(1) donde il latino Farrem e l’italiano Farro; frumento che conterebbe millenni di dimestichezza da parte dell’uomo coltivatore, prima ancora della civiltà egizia, oggi rivalutato dopo anni di trascuratezza.
Insomma, il Farro è l’arcaico cereale, il primordiale che dopo secoli e secoli di rimaneggiamento agricolo è coltivato nei requisiti che oggi conosciamo, grano duro e tenero.
Infine, delle forme di pane associate a circa settanta qualità realizzate in Grecia, che cosa si panificava nel meridione; escludendo quelle precipue, modellate dagli italioti per devozione e offertorio, ereditate dalla madrepatria – ad esempio le achenas a figura di capra per la dea Demetra – il pane quotidiano non aveva particolari modelli.
La greca Demetra sarebbe stata omologata nella romana Cerere, la dea appunto dei cereali.
Il maggior consenso, tuttavia, spettava al pane cotto sul braciere, che per la propria tipicità era destinato a essere gustato intinto nel vino, verosimilmente quale unico pasto.
Si modellavano, per le occasioni, pani a guisa di fungo cosparso con semi di papavero, e poi a cubo, a filone, a fiore, a treccia… sagome queste ancora oggi mantenute con il pane a cassetta, con le baguette, le rosette e le trecce.

(1*) Si ricorda per una maggiore comprensione che il gruppo letterale BH, così come DH e PH, tutti indoeuropei, si sono svolti nel fonema italiano F.

Lusinghiera recensione sulle mie tagghjate

retrocopertina

il mio libro sulle nostre cave tufacee

il mio libro sulle nostre cave tufacee

AMICI, RICEVO E PUBBLICO CON GIOIA UNA “RIFLESSIONE” SULLE TAGGHJATE, RICEVUTA DALL’AMICO FERRUCCIO GEMMELLARO CHE RINGRAZIO.

Cara Anna,
stamane ho voluto finalmente arrivare a sfogliare le ultime pagine dei testi su “Le tagghiate”.
Non conoscevo affatto tale ambiente di risuono magnificamente meridionalistico, grazie.
Nessuno me ne aveva parlato e non avevo letto nulla a riguardo ma non mi stupisco; prima di iniziare a digitare pagine sulla pulzella, avevo fatto molti sforzi per conoscere attraverso amici e conoscenti pugliesi, anche in loco, particolari sulle specchie che non fossero in veste turistica.
Ecco il valore degli scrittori che raccontano delle loro terre; non mi annoio nel ribadire che essi sono tessere di un grande mosaico culturale, il quale non può mai essere accordato senza la loro opera.
Mi piace replicare, da un mio intervento pubblico a Silea (Tv), in un convegno sulle piccole case editrici, che per un buon riordino è inesatto indicare autore locale chi tratta storia, argomenti e fatti, presenti e passati, delle proprie terre.
Scrittore si è ma senza l’attributo geografico connesso alla sua figura artistica; Manzoni, allora, dovrebbe essere ricordato quale autore locale. Lo scrittore ha poco o nulla del cronista locale.

Dopo Jesi, ho vissuto i primi anni sino olla prima media a Grottaglie, per non tornarvi più, salvo brevi approdi, oggi sempre più rari.
Eppure soni stati anni che nella mia esistenza avevano affollato il mio cerebrale di ricordi, come se avessi trascorso buona parte della vita. Reminiscenze di una moltitudine di zii, cugini, compagni, luoghi, giochi, maestri… il suo libro me li ha espiantati dal letargo cerebrale e posti prepotentenmente alla coscienza.
Qui le tagghiate e lì le grotte nella gravine di S. Biagio, di Riggio, del Fullonese. Qui come lì i residuati bellici e un compagno maciullato (ne ho scritto una pagina nell’opera prima L’acchiatura del ‘76). Qui i fichi cucchiati e lì le fiche maritate. Qui la parete crivellata e lì le granate sul vicino aeroporto ed io trascinato da mamma sotto i bombardamenti verso il ricovero, la mamma, e solo una mamma può farlo, che era venuta ad agguantarmi e salvarmi mentre giocavo nel giardino della zia a vista dell’aeroporto.
E poi, qui come lì, tradizioni, costume, santi e patrimonio linguistico… un bagaglio che mi è riaffiorato e ne sono ringiovanito.
La magia del comporre la scrittura, o la musa come si preferisce, compie i suoi miracoli; e qui per incantevole opera della brava Anna Marinelli.

Ferruccio Gemmellaro