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tuttu vène e tuttu passa…

carnevale in famiglia

Tuttu vène e tuttu passa
passa ‘sta vita
e no’ torna cchiù
Lu carnevale sempre vène
pi ‘ngannà la gioventù.

Eccovi, amici, una vecchia filastrocca che diceva sempre mia nonna in tempo di carnevale. La saggezza degli anziani, i loro “ditterii”, le loro raccomandazioni intrise di una pedagogia non dichiarata, mi tornano alla mente in questo ultimo scampolo di carnevale…
Tutte le usanze in uso nei nostri paesi le ho descritte in questo stesso sito qualche anno fa…non mi ripeto.
https://saporidelsalento.wordpress.com/2012/02/19/carnevale-e-quaresima/

Vi lascio questa filastrocca che è pregna di significato, e sono certa che voi saprete apprezzarla e arricchirla con le vostre considerazioni.

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Carnevale e Quaresima

 

Negli anni 50/60 in questo periodo, molto atteso dalla gioventù, si organizzavano  serate danzanti nelle famiglie ( “festini”),  durante le quali era possibile divertirsi anche nei nostri paesi del Sud.

Si ballava al suono di qualche raro grammofono, oppure, per l’occasione, si invitavano le persone che possedevano qualche strumento musicale e si improvvisava una piccola orchestrina .

Le serate danzanti erano allietate anche da piccoli bicchierini di rosolio fatto in casa, o da un buon bicchiere di vino, serviti dai padroni della casa ospitante.

Le donne non partecipavano mai da sole, ma vi era l’obbligo d’essere accompagnate da un “capo”, vale a dire una persona conosciuta dalla famiglia che garantiva per ogni persona mascherata che si presentasse alla festa. Si scongiurava in tal modo, l’intrusione di individui mascherati indesiderati. Le donne usavano indossare per i loro travestimenti vecchi abiti nuziali o rari abiti da cerimonia conservati nei bauli della nonna.  Al termine del carnevale, ovvero l’ultimo Martedì grasso, i festini culminavano con un falò durante il quale veniva bruciato un fantoccio che impersonava il Carnevale.

Il periodo del carnevale si comincia a contare dalla festa di Sant’Antonio abate ( 17 Gennaio) e si conclude con il Martedì grasso, ovvero l’ultimo giorno nel quale si poteva mangiare la carne, fare baldoria e abbandonarsi ad ogni sorta di azione carnascialesca.

L’etimologia della parola viene dal latinismo “carnem levare” della quale si trova traccia nel Vocabolario degli Accademici della Crusca, fin dalla prima edizione 1612 e pare che non si trattasse esclusivamente di bandire dalla tavola il prezioso alimento della carne, giacché questa era prerogativa delle classi sociali più abbienti, ma si riferisse anche all’astinenza di rapporti sessuali e di ogni piacere fisico.

Il Mercoledì che seguiva l’ultimo giorno di carnevale, che finisce sempre di Martedì, è detto delle ceneri, infatti, aveva inizio la Quaresima, tempo di penitenza e di astinenza dalle carni, tempo favorevole per la nostra salvezza, come dice San Paolo, che durava 40 giorni.

Quei 40 giorni sono similitudine dei 40 giorni di Gesù nel deserto. Anche Cristo, infatti, si è sottoposto alla penitenza, patendo la fame e la sete e finanche le tentazioni di satana.

Questo giorno è caratterizzato da un rito penitenziale, che è anche un sacramentale, consiste nella sottomissione dei fedeli che si avviano processionalmente verso l’altare per l’imposizione della cenere.

Nei tempi passati il sacerdote, nell’imporre una piccola quantità di cenere sul capo dei fedeli, pronunciava la famosa formula di rito: ricordati, uomo, che cenere sei e cenere ritornerai nella formula latina Pulvis es et in pulverem reverteris.

La cenere, infatti, ricapitola in sé il tragitto umano di ogni vivente, per questo non è la quantità di cenere che si riceve ma il simbolismo e il significato che rappresenta che è la Morte.

Oggi La Chiesa ha limitato l’astinenza dalle carni ai soli Venerdì di Quaresima e al Mercoledì delle ceneri e il digiuno al Venerdì santo e al Marcoledi delle ceneri.

Nei tempi passati,  in quelle lunghissime settimane, la donna di casa si doveva industriare per rispettare questa severa regola, ciononostante  sapeva preparare cibi nutrienti e semplici non potendo disporre giornalmente di pesce.

Le uova sode, le polpette di uova, le frittate, i carciofi e i cavolfiori (nel loro tempo migliore), il baccalà, i “lampascioni”, la ricotta, le patate, le orecchiette e cime di rape, e i legumi fornivano a tutti i componenti della famiglia le proteine e i carboidrati necessari per il sostentamento di grandi e piccoli.