Noi che lasciammo il sole

Amici, domani sarò intervistata da Sal Palmeri dalla lontana America, sono in fibrillazione per l’eccezionalità del fatto… io, nel frattempo, ho rispolverato questa poesia scritta negli anni ’70, per dedicarla a tutti gli emigranti italiani in ascolto. Chissà se avrò il tempo di leggerla. Intanto la pubblico qui, sul mio profilo.

Noi che lasciammo il sole.

Noi che lasciammo il sole
per garantirci il pane ed un futuro meno pieno d’incertezze;
noi che non conoscemmo altro sangue
se non quello dei grappoli maturi; altra carne
se non quella delle spighe ridenti;
che non conoscemmo altra terra se non quella dei padri:
noi ora siamo qui, sradicati come l’ulivo dalle zolle.

Noi che lasciammo il sole e le case imbiancate
per servire una patria senza connotati
se non quello dello “stivale” che ci impressero nella fanciullezza;
noi, ora, guardiamo senza vedere
le cime di questi monti ammantati di neve,
mentre laggiù ancora si vendemmia, cantando.

Noi che lasciammo il sole
e l’abbraccio materno
senza più avere per mano la valigia di cartone,
noi, con gli occhi abbagliati
di mandorli in fiore,
guardiamo con sgomento questa neve,
mentre laggiù
qualcuno sta essiccando i fichi al sole,

al caldo sole del profondo Sud.

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