Archivio | aprile 20, 2020

Avaro fino alla fine

moribondo

 

Avaro fino alla fine.

 

C’era un fattore che aveva sotto di sé una mezza dozzina di contadini i quali avevano ciascuno un compito da svolgere nella bella fattoria di Patrunu Peppu.

Il fattore si chiamava Frangišcu e tineva nnu carattere trištu, cioè, mi spiego meglio, era un tirchio di prima categoria. Era tirchio con la moglie, era tirchio con i figli, era tirchio con i nipoti, era tirchio con i suoi dipendenti, era tirchio con il mondo intero. Era tanto tirchio che a volte non evacuava per non dover sentire i morsi della fame e dover mangiare nuovamente.

Il suo datore di lavoro, invece, era molto generoso con lui. Annualmente gli forniva una buona provvista di fave, di ceci, di fagioli, di grano e di farina perché potesse vivere senza restrizioni per un anno intero.

Frangišcu però era nato tirchio e non poteva sottrarsi alla legge imposta dal suo carattere. Quando la povera moglie, di tanto in tanto faceva il pane, ne faceva dieci panetti alla volta, sì che i figli e loro stessi dovessero consumare il pane, fresco nei primi tre giorni, ma che in seguito sarebbe indurito di brutto, e la qual cosa era necessaria, affinché la provvista del pane potesse durare almeno un paio di settimane.

Quando si sedevano a tavola, al tramonto dopo una giornata di duro lavoro, egli soleva dire: “Fili mia, manciate e biviti, pani moddi no tuccati, pane friscu no rumpiti, fili mia manciati e biviti”.

E che dovevano mangiare poveri lavoratori, se erano costantemente sotto lo sguardo guardingo dell’avarissimo padre!

E che cosa dovevano bere se l’avaro padre mesceva egli direttamente mezzo bicchiere di vino a testa ai suoi sfortunati figli?

Col passare degli anni però, ad uno ad uno i figli lo abbandonarono, formando essi stessi una famiglia, e con il lavoro delle loro forti braccia potevano mantenere i propri figli, avendo a cuore la loro salute e soprattutto la loro alimentazione.

Il vecchio fattore avanzava negli anni, così inesorabilmente arrivò per lui la vecchiaia e con essa le malattie.

Siccome non voleva spendere i suoi denari per comprare le medicine per curarsi e guarire, arrivò in punto di morte. Da giorni aveva un respiro affannoso, era entrato in uno stato precomatoso. Il suo padrone, cioè il figlio del Fattore Peppu, anche lui passato a miglior vita, pensò bene di chiamare il curato per fargli somministrare l’estrema unzione. Con molta sollecitudine il curato si recò al capezzale del moribondo il quale  rispose con molta difficoltà e con un filo di voce alle sue premurose domande e alle sue devote preghiere. Ma quando il malato vide che il santo sacerdote estraeva dalla sua valigetta un piccolo orciuolo di olio benedetto, il malato chiamando a sé le sue ultime energie esclamò: “Ma chè si paga?” E alla risposta negativa del sant’uomo rispose: “E allora, Ungimi tutto!”.

Da allora questo detto si sparse in tutto il paese e travalicò persino i confini della provincia, giungendo fino a noi.

 

Libera interpretazione dai detti popolari pugliesi.