Ricevo e pubblico

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.. di ‘mmàtriculata
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Carissma Anna, sembra proprio che col passare del tempo ogni ricordo di azioni, cose dette o ascoltate e quant’altro venga sempre più prepotentemente alla nostra mente e nel nostro cuore, quasi un riconoscersi ora in eri; a ben pensarci, non potrebbe essere diversamente,ognuno di noi, in fondo, è quello che è stato, è il risultato di una lenta, impercettibile ma obbligata costruzione (sto estremamente sintetizzando, rischio di essere frainteso!). Quello del passato, della coscienza del passato, è l’esperienziale che si fa identità di sè. Per altro verso, però, è pur vero che l’oggi, il presente, ogni presente, costruisce il futuro che è, poi, il frutto delle azioni dell’oggi, della condizione odierna – la condizione propria ad ogni odiernità -, quell’oggi che sarà passato, un passato prossimo rispetto a quello cui qui si fa riferimento (forse, ora ho allontanato un po’ il rischio di un possibile fraintendimento!).
Nella nostra amatissima Sangiorgio della memoria in cui ci riconosciamo – tanto per la singolarità della personale “stagione della vita” che per una altrettanta singolare congiuntura storica di cui siamo stati inconsapevoli ma fortunati diretti testimoni: la transizione da un mondo quasi esclusivamente rurale (fatto di religiosa laboriosità, di semplicità di gesti e sentimenti, di altruismo incondizionato, di schiettezza di espressione e sincere relazioni di buon vicinato e paesanità) ad un mondo più modernizzato (sic!) – possiamo rinvenire una immensa ricchezza conoscitiva e valoriale tanto più necessaria quanto più l’imperativo etico, morale, sociale e culturale di tramando alle nuove generazioni di un segno identitario originario di appartenenza al proprio territorio.
Senti un po’ di cosa ti voglio parlare.
Da bambini e comunque fino ad una parte significativa della nostra giovinezza abitavamo nella stessa zona del paese, tu sobbra alli Kastriòta ed io nella adiacente Via Corsica; condividevamo, seppur indirettamente, le stesse familiarità parentali e di conoscenze ma la cosa che qui ora mi preme è riferita a quel tessuto linguistico, spontaneo, immediato e pregnante quasi come una freccia scoccata al momento giusto nel punto giusto. Mi spiego, da giorni per la mente mi riverbera la dolce voce di mia madre quando nella sua semplice e continua verace spontanea paesanità mi citava spesso dei nomi, dei soprannomi. Io, a dire il vero, in famiglia le ho sempre sentite tali denominazioni: Gysèppu di Kaskkavèdda, Scuàsciacapasùni, Totòru Mulòni, e ecc. Ma di fatto non ho mai avuto l’opportunità di associare questi soprannomi alle corrispondenti concrete persone anche perchè la vita di un ragazzo del tempo (anni ’60) era tutt’altro che interessata ai vari legami che tali espressioni linguistiche potevano assumere per il più diretto sè relazionale, magari qualche personaggio specifico lo si ricorda perchè più direttamente connesso con attività sociali, pertanto, più visibile, come può essere, per esempio, il caso di Mimìnu di la Kàvici, o dei Kaskkavèdda, quest’ultimi così ripartiti tra camionisti, meccanici e il nostro citato Gysèppu che con una bici già sovraccarica di un sacco di juta continuava ad acquistare privatamente olive tra le varie famiglie. Memorabile, ricorderai, era il suo percorrere le vie del paese corredato di un suo originalissimo fraseggio cantato di richiamo sociale a forte cadenza ed inflessione arabeggiante – tanto tipico delle nostre terre, quasi a memoria dell’Oriente che è in noi e che a noi, giovanetti di
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allora, suonava quasi oggetto di scandalo per la ormai presunta invadenza di una spazialità sociale altra -. C’è da dire, però, che, comunque, eravamo anche attentissimi, perchè incuriositi ed interessati a comprendere il significato tanto dello svolgersi dell’azione socio-commerciale che del genuino, autentico, immediato e diretto frasario espressivo-relazionale nell’eventuale contrattazione che di fatto rendeva concreta l’azione del Signor Gysèppu (mi pare, infine, di ricordare vagamente del suo agevole utilizzo di una bilancia a spalla a Stadella (Stadera) che pur se di minute dimensioni e precario assetto posturale assolveva egregiamente allo compito). Da vero cigno etnico, l’enigmatico dolce canto – del nostro orgoglio – risultava ancora melodiosa materializzarsi in un:
“ci ti è l’alìe, ci ti è l’alie!”
– forse, meglio, perchè più prossima alla percezione sonora: “ci tiè l’alìe, ci tiè l’alìe!” (alla lettera: “chi ha le olive, chi ha le olive!” – ovviamente, da intendersi interrogativamente: “chi ha da vendere olive?”).
Cara Anna, poi, non ti dico, da ragazzi di scuola media avevamo conosciuto Cìcci di lì càni – (era, questo, un nostro modo di gruppo di identificare un vecchietto, vedovo, che viveva da solo nell’allora parte tronca di Via Belvedere (ultima propaggine del caseggiato paesano che dava sul Monte) laddove accedendo da Via Zingaropoli alla precaria scalinata di Via Verdi questa sulla destra menava in un non ben definito stretto sentiero di aggrovigliati pertugi, lamierati e rovi – non saprei -. Lì, il caro Cìcci viveva con moltissimi fedelissimi inavvicinabili cani randagi in una umiliazione unica, un’umanità segnata nei tratti fisionomici e fisici di un uomo curvo, raggrinzito ma pur sempre pronto ad attivarsi alla vita nel dare dialogo a chiunque gli avesse, anche involontariamente, rivolto un piccolo sguardo di attenzione. Che dire? Lo ricordo scendere per quelle scale in un equilibrio precario, chiuso in quell’unico cappotto di sempre, quasi pluristagionale, sulla cui asola di fustagno sgualcito erano stancamente posate medaglie e medagline nastrate, devozionali ma alcune sicuramente anche quali onorificenza di guerra, non saprei; e ancora, più in là nel tempo, rincontrarlo per le vie del paese trascinante i piedi in misere scarpe-pantofole o scarpe ginniche con in mano la sua solita sparuta busta di plastica della spesa quotidiana (…), mi si stringe il cuore! Eppure, il suo sguardo è sempre stato sorridente, fiducioso, ma mi chiedo, di che’? E’ proprio ciò, che di lui, ancora oggi, a distanza di tantissimo tempo, mi lascia una sconcertante enigmaticità l’immagine richiamata alla mente. Era vago nel parlare, non discorsivo, le sue erano parole appena accennate, dal contenuto per lo più oscuro da decodificare, un contenuto frammentario nella sua dimensione spazio-temporale; però, alcuni riferimenti alla guerra, la Grande guerra, quelli sì che erano ben circoscritti, anche se spesso era proprio il nostro immaginario giovanile a sollecitare, a richiesta, tali argomentazioni.
Quel Cìcci di li càni, cara Anna, tu lo conoscevi bene, lo conoscevi nel senso che per lo meno ne conoscevi l’identità poichè anni fa ho letto qualcosa di tuo in merito, parlavi di Cìcci di Teatòra, cioè, lo hai identificato col nome della moglie che sicuramente aveva più familiarità nella rete femminile paesana del tempo. “Teatòra” non è un nome nuovo nella memoria sonora che conservo di mia madre, sicuramente più di qualche volta l’ho sentito pronunciare da lei ma non saprei proprio a quale proposito, forse, esagerando un po’, sarebbe come dire: Egìdiu (l’infermiere) o Mattèu (il sarto), Quaquàglia (l’abbigliamento) o Mondìnu (l’elettricista) laddove, questi, erano tutti nomi a forte connotazione sociali nel piccolo contesto paesano, bastava evocarli per indicare uno specifica referenza di utilità del momento, quasi un’economia linguistica, di un’estensione di un intero pensiero operativo. .
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In apertura ti parlavo, genericamente, dell’usuale referente identificativo che nelle varie circostanze linguistiche della ordinaria vita quotidiane casalinga familiare, a forte connotazione materna, poteva ricorrere. Al momento, però, c’è un “Carneade, Carneade, chi è costui?” che mi sollecita.
Mi spiego.
il riferimento non è più al simpaticissimo Kaskkavèdda, nè, tantomeno, al tenero nonnino sociale Cìcci di li càni, – a suo tempo citati unicamente a puro titoli di esempio – bensì, al grillo d’identità riferito all’espressione verbale materna “… di ‘mmàtriculata” in accezione a cose, fatti o adempimenti da assolvere contattando forse diretta l’interessata (?) “… di ‘mmàtriculata”, (tipo, immaginando un po’: Va’ ppìgghja … do … di ‘mmàtriculata)
E, allora,
“… di ‘mmàtriculata” doveva essere una donna, sua contemporanea, di sua conoscenza e di sicura familiarità con la quale in qualche modo lei – mia madre (ma più in generale, il vicinato) – aveva legami? Ma di cosa si potesse trattare?
Questo nello specifico, ma più in generale quello “…. di mmàtriculata”, sembra trovare una sua logica in riferimento all’accezione di appartenenza dell’individuo a quello specifico gruppo familiare, magari, identificato proprio come “…. di mmàtriculata”, quasi a dire: “Tizio di ‘mmàtriculata” anche, eventualmente, riferendosi a qualche avo.
Ma il mio Carneade è ancora più esigente,
cosa può essere il nome ‘mmàtriculata? Dalla sua usuale declinazione sembrerebbe avere genere femminile. E, ancora, lo strano nome ‘mmàtriculata, poi, da dove potesse derivare? Potrebbe, forse, derivare da una delle infinite apostrofazioni della SS. Madre volgarizzatesi in qualche sintetica, sbrigativa traslazione fonetica (si pensi, ad esempio, all’uso del latino fattone dalla nostre mamme nelle preghiere e, se dovessimo proferir parola, anche oggi da noi stessi!). Della Santissima, sinceramente, non saprei proprio, quale potrebbe essere queso eventuale appellativo celeste. L’associazione intuitiva tra i termini immatricolata, ‘mmatricolata e poi ‘mmàtriculata potrebbe forse offrire qualche chiarimento in merito? E il significato, poi? Immatricolare! (è molto ampio e sfuggente nelle risonanze linguistico-sonore volgarizzabili). Può, tuttavia, mai esistere una Madonna dell’Immatricolata? L’interpretazione immaginifica ultima, mi pare certamente azzardata ma, comunque, avvincente, lascia tutto il sapore del nostrano, del semplice e allo stesso tempo del simbolico se non anche del mitico, una caratteristica, questa, tipica di quell’efficientismo linguistico popolare di cui non possiamo che averne ereditato l’alito di vita (leggi: identità)
Da parte mia, ritengo di essere stato sempre un sognatore, un sostenitore del possibile, dell’immaginazione, perchè sognare significa saper pensare anche un modo diverso di essere, di conferire una nuova veste di significazione a contenuti usuali; ciò, lo esige l’essenza più vera dell’uomo, la sua impronta vitale.
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E, intanto, la dolce voce materna continua ad accarezzarmi la mente e il cuore in un continuo infinito racconto familiare che parla di semplicità, serenità e amore.
Ringrazio Iddio di avermi dato, così come penso anche per te cara Anna e come per tantissimi altri sangiorgesi – specialmente dei tempi nostri – , quei meravigliosi genitori fatti di un lui così religiosamente silenzioso in quel suo umile, continuo e doveroso essere macchina da lavoro e di una lei instancabile moglie, madre ed educatrice in quel focolare domestico in cui le differenze di genere non venivano vissute come conflitto d’individualità ma esaltate come ricchezza di coppia proprio perchè: amore; ma questa è un’altra storia.
Abbracci. Oristano, 21 marzo 2019
Giovanni Carafa

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2 thoughts on “Ricevo e pubblico

  1. Che dire; all’apertura della consultazione del blog l’improvvisa comparsa della foto dell’amatissimo “Cìcci di li càni” mi ha profondamente commosso, è come se lo vedessi or ora, qui, tra noi. Grazie ancora Anna per aver condiviso questo forte senso di appartenenza.
    (Giovanni Carafa)

    • Cara Anna, come ti partecipavo successivamente in privato,
      un piccola ricerca mi ha permesso di confermare che
      effettivamente esiste la titolazione : Santa Maria “Matricolare” (anche, Madonna “Immatricolata”), un esempio ne è la dedicazione del Duomo di Verona.
      Nulla, comunque, toglie alla bontà dei contenuti cui al racconto sangiorgese che ora può avvantaggiarsi un ulteriore elemento chiarificatore.
      Saluti.
      GIOVANNI

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