Gibran, parlaci dell’Amicizia

la gita

 

Gibran

E un adolescente disse:
Parlaci dell’Amicizia.

E lui rispose dicendo:
Il vostro amico è il vostro bisogno saziato.
È il campo che seminate con amore e mietete con riconoscenza.
È la vostra mensa e il vostro focolare.
Poiché, affamati, vi rifugiate in lui e lo ricercate per la vostra pace.

Quando l’amico vi confida il suo pensiero, non negategli la vostra approvazione, né abbiate paura di contraddirlo.
E quando tace, il vostro cuore non smetta di ascoltare il suo cuore:
Nell’amicizia ogni pensiero, ogni desiderio, ogni attesa nasce in silenzio e viene condiviso con inesprimibile gioia.
Quando vi separate dall’amico non rattristatevi:
La sua assenza può chiarirvi ciò che in lui più amate, come allo scalatore la montagna è più chiara della pianura.
E non vi sia nell’amicizia altro scopo che l’approfondimento dello spirito.
Poiché l’amore che non cerca in tutti i modi lo schiudersi del proprio mistero

non è amore,
Ma una rete lanciata in avanti e che afferra solo ciò che è vano.

E il meglio di voi sia per l’amico vostro.
Se lui dovrà conoscere il riflusso della vostra marea, fate che ne conosca anche la piena.
Quale amico è il vostro, per cercarlo nelle ore di morte?
Cercatelo sempre nelle ore di vita.
Poiché lui può colmare ogni vostro bisogno, ma non il vostro vuoto.
E condividete i piaceri sorridendo nella dolcezza dell’amicizia.
Poiché nella rugiada delle piccole cose il cuore ritrova il suo mattino e si ristora.

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3 thoughts on “Gibran, parlaci dell’Amicizia

  1. L’Unificazione poetica e Gibran

    Cantami o Diva del Pelide Achille
    l’ira funesta, che infinite addusse \…\
    Questi noti endecasillabi omerici, d’apertura al poema Iliade, già fomentano una vasta traduzione, intendendo l’insiemistica delle interpretazioni logiche, che ogni generazione ha dato nel contesto dei tempi, degli spazi e dell’educazione ricevuta; parametri interattivi, questi, donde è sempre venuta la forgia di quelle convinzioni ideologiche, moralistiche, religiose… la quale, oggi, grazie alla proprietà di sintesi che la scienza ha imparato dal linguaggio poetico, è definita Super-Io.
    La Diva, infatti, era la Musa ispiratrice dei cantori – in tempi e luoghi greco-romani gestiti dal volere degli dei, una figura del misticismo pagano, che nella concezione del monoteismo si sarebbe trasfigurata nell’anima mossa da Dio; il cattolicesimo ha infine favorito una costellazione di santi, tra i quali ognuno può ritrovare il suo protettore, poeti compresi.
    Nel mondo ad educazione islamica, sorta con Maometto (570\632), le genti, discostatesi dalla ebraico-cristiana, alla lettura di questi versi, omologherebbero la Diva alla dottrina coranica, alla quale ogni cosa dovrà essere ispirata, sottomessa, espressionismo poetico compreso; il rigore spirituale della fede vieta, tra l’altro, ogni simulacro, perciò anche nell’arte non esisterebbe l’idea fisio(g)nomica della Diva, come accadeva nel paganesimo e come accade nell’agiologia.
    I seguaci dell’induismo – o brahmanesimo – vi riconoscerebbero la filosofia sorretta dalla loro fede politeistica, guida alla vita sociale, all’arte, alla poesia.
    Lo scintoismo giapponese, seconda confessione politeistica al mondo per numero d’adepti, non giungerebbe a metaforizzare nella Diva la fonte ispiratoria della morale comportamentale, tantomeno poetica, avendo come tema centrale d’insegnamento l’autocontrollo ed una serie di rituali utili alla ricerca della purezza fisica.
    Altra religione filosofica è il confucianesimo della Cina, il cui fedele vedrebbe nella Diva la potenza ispiratrice che guida l’uomo, sia nei rapporti con il prossimo e sia verso gli antenati, al fine di armonizzarlo in un ordine che implica un’esistenza nobile, inclusa la sua poetica.
    Il Buddismo, infine, il cui caposcuola è vissuto nel VI secolo aC, avendo dato grande impulso alla psicologia – è così sfatato quel mito che vorrebbe la psicologia sorta in occidente – è il più vicino alla concezione di Diva assunta nel moderno laicismo occidentale (Io e Super-Io); una fede psicoterapeutica che insegna all’individuo di non ricercare il ruolo del Divino, ma a adoperarsi per risanare l’umanità dalle sofferenze e dalle angosce. La Diva, quindi, si raffigurerebbe nella positività, ispiratrice dei diritti e doveri naturali dell’uomo, che va così a riscattarsi dalle convinzioni imposte dai persuasori occulti, che hanno sempre utilizzato strumenti d’induzione educativa, ideologica, moralistica, religiosa, consumistica, esclusivamente per un ordine di sudditanza generazionale, poeti inclusi.
    Non può allora essere un caso che oggi il cristiano sente di potersi avvicinare al buddismo senza peccare, senza rinnegare il bimillenario Verbo.
    Una geminazione che ci porta, all’abbrivo del terzo millennio, a credere finalmente nella possibilità dell’unificazione poetica, una proprietà che andrebbe ben oltre la sua universalità.
    La tecnica adottata è sempre in forte contrapposizione sia alla prima sia alla seconda utopia ed in essa la rima è oltremodo agguerrita, strettamente legata alla lingua originale, più della metrica e del ritmo accentuativo od altro, i quali un buon traduttore riesce a fronteggiare, o almeno a contenerne i guasti traslitterativi.
    Oggi, il poeta del tecnicismo vuole rinunciare alle rime, considerandole del tutto scontate, ricorrendo ad altre figure, come l’allitterazione, dove crede di poter scoprire delle originalità; il poeta retorico, invece, s’avventura nei percorsi lemmatici, alla ricerca di metafore ed allegorie mai adoperate, nascoste nel linguaggio corrente, che lo immortalerebbero.
    L’Omologismo, con le sue rime risonanti, d’attinenza o di pertinenza, va a contribuire ad una universalizzazione tecnicistica della poesia – in qualsiasi lingua questa è tradotta, la rima permane comprensibile – resta tuttavia l’arduo impegno per la sua unificazione interpretativa.
    Avevamo affrontato prioritariamente il logismo religioso della poesia, certamente perché il più diffuso e variegato al mondo, la cui unificazione, si è compreso, non può che dipendere dalla globalizzazione delle confessioni.
    Il logismo sentimentale, emozionale, psicologico… dei poeti assume geneticamente molteplici aspetti, individuali e spaziali, i quali appaiono irriducibili a qualsiasi manipolazione egemonica; è vero che il tempo può lavorare a favore delle mutazioni, ma, anche in questo caso, il tutto dipenderebbe da una globalizzazione sociale delle nazioni, diversamente si otterrebbero ancora delle mutazioni esclusivamente territoriali.
    L’umanità era nata unificata, ma di quella proprietà, andata smarrita attraverso i tempi del suo cammino dagli albori della storia, rimangono gli archetipi sprofondati nell’abisso dell’inconscio collettivo, uguali per tutti.
    I poeti, qualora riascoltassero queste pulsioni, riuscissero collettivamente ad appropriarsi delle naturali fonti ispiratorie e le ristrutturassero in armonia all’architettura del terzo millennio, compierebbero già un fenomenale servizio unificatorio.

    È noto che è l’universalità d’interpretazione – di comprensione – della poesia a rendere grande il suo autore e prendiamo ad emblema Neruda e Gibran.
    Le moderne metafore del cileno, oltremodo quelle d’amore, hanno toccato l’Europa, infondendo nel lettore comune conati emozionali, simili alle connotazioni che lo stesso poeta e la sua gente d’oltreoceano avevano voluto assegnare. Ma l’Europa è la madre culturale e linguistica di quel paese – peraltro climaticamente vicino – aveva conosciuto gli orrori delle dittature e non è potuto quindi accadere diversamente.
    \…\ Comprenderai che può nevicare in primavera
    e che in Primavera le nevi son più crude \…\
    (da El nuevo soneto a Helena)
    \…\ Alla mia torre di neve,
    alla mia tana nera,
    ti porto, e sola vivi,
    e ti copri di penne,
    e voli sopra il mondo \…\
    (da El condor)
    \…\ sciogliendo questi nodi, ah Dio mio, questi nodi,
    spezzando,
    bruciando,
    distruggendo
    come una lava pazza ciò che esiste,
    correre fuor di me stesso, perdutamente,
    libero di me, furiosamente libero.
    Andarmene,
    Dio mio,
    andarmene!
    ( da Llénate de mi – Empiti di me)
    Un’interpretazione di comprensibilità universale la sua, ma essenzialmente in un mondo grecolatino – la forgia storica delle figure retoriche, di un comportamento passionale, delle democrazie – e ovunque abbiano assorbito la sua influenza.
    Scorriamo ora alcuni versi di Gibran K. Gibran, nato nel Libano, considerato nei paesi arabi il genio poetico della sua epoca.
    \…\ Quando l’amore vi chiama, seguitelo,
    Anche se ha vie ripide e dure.
    E quando dalle ali ne sarete avvolti, abbandonatevi a lui \…\
    \…\ Al bosco sacro e all’ombra della torre ho veduto, ahimè: per il più libero di voi la libertà non era che prigione.
    E il mio cuore sanguinò; perché sarete liberi soltanto quando imbriglierete il vostro desiderio di libertà, cessando di considerarlo un fine e un compimento \…\
    (da Il profeta)
    Pur nella riconosciuta universalità di questi versi – i primi tre – tradotti in oltre venti lingue, non è certamente facile per un individuo occidentale, strutturato monogamo per religione, legge e morale, rispondere impunemente ai richiami dell’amore, da qualsiasi parte essi giungano, indenne da rimorsi, da conflitti, da complessi e dal panico dell’infedeltà scoperta, sempre che non ponga il poema in una dimensione schiettamente onirica, fantastica, dove tutto appare lecito.
    L’uomo occidentale, infatti, continua a custodire nel proprio sogno-inconscio il desiderio di poter amare incondizionatamente, di ritornare ad una sana poligamia.
    L’impulso complanare femminile ha subito maggiori danni, tali da soffocarne l’archetipo, per la millenaria equazione devastatrice poliandria uguale a prostituzione.
    Non è certamente facile – i secondi quattro versi – per chi aveva subito l’oscenità politica, per chi è educato ai diritti costituzionali, comprendere che il desiderio di libertà deve essere represso e che questa non può essere considerata un fine umano.
    S’era detto che solo utilizzando le pulsioni naturali, il poeta comporrebbe un’opera unificatoria. La Libertà è l’eccelsa tra queste, archetipo intramontabile insieme all’Amore, che religioni o codici non hanno mai debellato nel cuore degli uomini.
    Pertanto, Neruda appare poeta unificatorio, anche di là dei confini classico-umanistico-romantici, nel cantare le emozioni amorose e nel condannare i liberticidi.
    Il poeta Gibran non lo è affatto quando tratta la libertà, ma lo è profondamente, perché va giusto a colpire nell’intimo collettivo gli uomini, ove la sua poesia vada ad inebriare i sogni erotico-amorosi dell’uomo.

  2. Ho riproposto un mio vecchio articolo venutomi in mente nel leggere l’intervento qui riportato sull’amicizia.
    Spero sia gradito; per me è stato un piacere rispolverarlo dopo anni, a vostra disponibile e cortese attenzione

    • Ferruccio lo sai che sei sempre il benvenuto in questo spazio, dove tutti gli interventi, specialmente i tuoi,apportano un notevole contributo di conoscenza e di crescita culturale. Ti ringrazio infinitamente, e a presto rileggerti.

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