Archivio | aprile 29, 2017

Gibran, parlaci dell’Amicizia

la gita

 

Gibran

E un adolescente disse:
Parlaci dell’Amicizia.

E lui rispose dicendo:
Il vostro amico è il vostro bisogno saziato.
È il campo che seminate con amore e mietete con riconoscenza.
È la vostra mensa e il vostro focolare.
Poiché, affamati, vi rifugiate in lui e lo ricercate per la vostra pace.

Quando l’amico vi confida il suo pensiero, non negategli la vostra approvazione, né abbiate paura di contraddirlo.
E quando tace, il vostro cuore non smetta di ascoltare il suo cuore:
Nell’amicizia ogni pensiero, ogni desiderio, ogni attesa nasce in silenzio e viene condiviso con inesprimibile gioia.
Quando vi separate dall’amico non rattristatevi:
La sua assenza può chiarirvi ciò che in lui più amate, come allo scalatore la montagna è più chiara della pianura.
E non vi sia nell’amicizia altro scopo che l’approfondimento dello spirito.
Poiché l’amore che non cerca in tutti i modi lo schiudersi del proprio mistero

non è amore,
Ma una rete lanciata in avanti e che afferra solo ciò che è vano.

E il meglio di voi sia per l’amico vostro.
Se lui dovrà conoscere il riflusso della vostra marea, fate che ne conosca anche la piena.
Quale amico è il vostro, per cercarlo nelle ore di morte?
Cercatelo sempre nelle ore di vita.
Poiché lui può colmare ogni vostro bisogno, ma non il vostro vuoto.
E condividete i piaceri sorridendo nella dolcezza dell’amicizia.
Poiché nella rugiada delle piccole cose il cuore ritrova il suo mattino e si ristora.

Ricordi del tempo di scuola

 

fiocchi

Atmosfere del passato

 

Ricordi del tempo di scuola

“Noi, che il fiocco  in testa non mancava mai”,

col grembiule nero e a volte blu,

ti sentivi sempre in ordine anche tu,

col colletto sempre bianco e inamidato

ti sentivi in divisa come un soldato.

Si salivano le scale a quattro a quattro

con la cartella nera di cartone,

senza zainetto e senza alcun diario

con un libro di lettura e il sussidiario.

E quando ti sedevi al posto tuo

l’occhio sbirciava dentro il calamaio,

se c’era inchiostro ameno a sufficienza

per poter svolgere il compito di scienza.

Quando il Maestro poi entrava in classe

si scattava tutti in piedi con fracasso

ad un suo cenno poi, di star seduti,

si stava silenziosi, quasi muti.

Ognuno aveva in cuor la tremarella,

tutti avevamo nel cuor come un peccato,

temendo che la sorte quel mattino

decidesse che tu fossi interrogato.

I verbi, oh! quanto li abbiamo odiati,

i loro tempi e le coniugazioni

amammo invece il Pascoli e il Leopardi

e i loro versi dolci come sguardi.

Quando udivamo alfin la campanella,

era per tutti una liberazione,

riponevamo i libri nella cartella…

e a Domani,  per la prossima lezione.