Archivio | dicembre 7, 2016

la fornaia

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Franco Micello, docente presso la scuola media di San Giorgio jonico, alcuni giorni fa è passato a trovarmi. L’ho visto con molto piacere. Davanti ad un buon caffè abbiamo iniziato a sfogliare il grande libro dei ricordi. Lui, entusiasta delle cose che vado scrivendo da qualche tempo, mi ha invitata ad andare a vedere il suo presepe, una rappresentazione perfetta degli antichi forni a legna, numerosi nei paesi del sud, ma ormai in disuso da diversi decenni.

Franco è un presepista appassionato, e ne ha realizzati tanti, tutti suggestivi e ricchi di arredi e scorci paesaggistici; interni di case con annesso orto, con gli immancabili serti di “chiavulicchi asckuanti, pale di fichidindia, pareti bianche di calce, muretti a secco, piccoli pozzi col secchio appeso e vuoto, per ricordare l’eterna sete del nostro Sud. Mentre scrivo non ho ancora visionato e ammirato il suo presepe, ma è tanta la curiosità che mi ha suscitato la descrizione di questo suo capolavoro, che mi sono ripromessa di andare a vederlo quanto prima.

Sempre dipanando gomitoli di memorie comuni, mi ha colpito alcune conoscenze riguardo alla pesante e animata vita delle fornaie. Ma la cosa più bella ancora è stato il racconto che me ne ha fatto l’ultima delle fornaie storiche di San Giorgio, ovvero Maria “Scarpone”. Maria ancora attiva e infaticabile, mantiene vivo, sebbene avanti negli anni, il suo forno sulla strada sulla quale in giorni lontanissimi, insisteva il cimitero comunale. “Lu cimitèru vecchiu”.

Il forno di una volta non era solo la sede di un vero e proprio esercizio commerciale, ma era un luogo d’incontro, di scambi di notizie, qualche volta era Il gazzettino delle novità paesane.

Il forno era un luogo accogliente, anche senza tante sedie, le massaie avevano l’opportunità di scrollarsi di dosso il peso di una giornata faticosa.

Nel forno in tempo di quaresima si pregava, attendendo che uscisse la “Prima Cotta” o la “Seconda Cotta”; si cantavano le canzoni lacrimose della passione di Gesù, passavano i missionari e confessavano le persone “ntr’alla càmmera ti rètu”. La càmmera ti retu era una stanza attigua al locale forno vero e proprio, lì dentro si mettevano le tavole del pane in attesa che uscissero i primi panetti caldi e profumatissimi. La stanza attigua era come un’astanteria, si tenevano le tavole del pane al riparo da spifferi d’aria che avrebbero fermato la lenta e preziosa lievitazione. Il pane veniva coperto prima con un telo candido e su questo si sistemavano “li manticedde” delle vecchie coperte di lana, “cinò lu pane risciuncàva”, quanta poesia in questo amoroso trattamento verso l’alimento principe delle nostre tavole, delle nostre umili case.

Sono grata all’amico prof. Franco Micello per aver realizzato un forno come lo ricorda benissimo lui, ma anche come lo ricordo perfettamente io, con il suo vociare animato, con i profumi che ancora seducono le mie narici, con le spase di fucazzieddi, di biscotti e taralli, con le pignate di fave, di ceci, di fagioli, con le favolose pucce alla vampa, quella vampa (Fiamma) che sento accendermi ancora l’anima ogni qual volta mi affaccio sulla strada dei ricordi, la strada della mia fanciullezza felice.

Grazie Franco

Questa voce è stata pubblicata il dicembre 7, 2016, in varie. 8 commenti