Archivio | novembre 2016

Mai visti tanti sindaci

sindaci

Mai visti tanti Sindaci in un colpo solo! Un fatto rarissimo che val la pena di registrare. L’occasione ce l’ha offerta l’Associazione Culturale Lino Agnini, in occasione dei festeggiamenti del Ventennale della sua attività culturale sul territorio sangiorgese.

Intanto, certa di fare cosa gradita ai miei assidui frequentatori,  pubblico l’ELENCO CRONOLOGICO DEI SINDACI DI SAN GIORGIO JONICO
dal 1900 ad oggi

FRANCESCO D’ERRICO dal 1899 al 1905
SAVERIO D’ERRICO dal 1905 al1921
ANGELO PARABITA dal 1921 al 1939 Sindaco-Podestà
BARILE FRANCESCO Commissario Pref. dal 1940 al 1942
ERCOLE POMES Commissario – Sindaco dal 1942 al 1945
PIETRO PERRUCCI dal 1945 al 1946
GENNARO COSENZA dal 6/4 /1946 al 28/10/ 1946
ALBERTO RIZZO dal 1946 al 1951
GIUSEPPE VENNERI dal 1951 al 1956
GIUSEPPE PAPPALARDO dal 1956 al 1965
EUGENIO SCARINCI dal 1965 al 1970
PIETRO RADICCHIO dal 1970 al 1975
GIUSEPPE PAPPALARDO dal 1975 al 1977
DOMENICO GORGOGLIONE Commissario Prefettizio
dal 11/3/ 1977 al 19/8/ 1979
GIUSEPPE PAPPALARDO dal 1977 al 1979
ALBERTO RIZZO dal 1979 al 1982
FRANCESCO FESTA dal 5/8 / 1982 al 10/12/1982
PIETRO DE MARCO dal 1982 al 1984
FRANCESCO FESTA dal 1984 al 1988
FRANCESCO FESTA dal 1988 al 1990
FRANCESCO FESTA dal 4 /3/ 1990 al 30/5/1990
PIETRO DE MARCO dal 1990 al 1992
COSIMO DE MARCO dal 23/6/1992 al 3/12/1992
RANIERI FERONE Commissario Prefettizio
dal 4/2/1992 al 2/7/93
STEFANO FABBIANO è Sindaco dal 3/7/1993

anno in cui l’Amministrazione Comunale volle pubblicare a sue spese il mio libro di

Detti e preghiere popolari, “L’ORO DEL TEMPO”

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Sott’all’arli ti l’alie

olive

 

Jata a cci pane ‘ntra li visazzi tene

e si ddicrea cu nnu sursu ti vinu

ca quiro faci sangu ‘ntra lli vene

e dde la forza pi vincè lu distinu.

Li femmene scinucchiate stonu ‘nterra

a ccogghjiere stu tisoru t’intr’all’era,

la tramuntana li spacca li mani

nonci ete questa vita ti cristiani.

Si sente ti luntanu nna campana

Luntanu mo ste sona avemmaria

E la chiesiodda doce li ste chiama,

è tiempu di mmjarsi pi lla via.

Poessere cu passa nnu trainu

cu nni risparmia totta quera strata

di ore nnamu fattu cchju di otto

A nnuje ni vè comu nnu ternu a lotto.

Ddo alie morte, ntra lli sacche chine,

so’ sobbratav’la di sapore finu

pi nnuje l’alie sontu nnu caviale

cu pane tuestu e nnu gnuttu ti vinu.

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Beato chi ha pane nelle bisacce

E si ristora con un sorso di vino

Perché si faccia sangue nelle vene

E dia la forza per vincere il destino.

Le donne inginocchiate

Raccolgono il tesoro dentro le aie,

la tramontana spacca loro le mani

non è certo vita da cristiani.

Si sente da lontano una campana

È la campana dell’Angelus

Una chiesetta  dolce par che le chiami,

è tempo di avviarsi per la via.

Può darsi che passi un carrettiere

E ci risparmi tutta questa strada

Di ore ne abbiam fatte più di otto

 avere un passaggio

 è come aver vinto un terno al lotto.

Le tasche piene di olive dolci   ( appassite/ morte)

si gusteranno come companatico

dal gustoso sapore,

sono più preziose del caviale fino

con pane raffermo ed un sorso di vino.

La città di notte

Vista dall’alto, la città di notte,
ha una fronte frastagliata
di pensieri aguzzi d’insonnia.
All’alba è come un lenzuolo
che ha raccolto briciole di pan di stelle
e imbiancati catini di sogni.
Nel mezzo del dì
a me pare una nave con bianchi pennoni
svettanti, bandiera senza padrone
a gridare al sole imperatore,
inondami di baci!

La Messa dei defunti

 

 

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I nostri nonni, seduti intorno al braciere, spesso raccontavano di ciò che accadde a Rata di Viruddu  una notte d’inverno di tanti anni fa.

Si raccontava che la notte tra l’uno e il due novembre  i defunti uscissero in processione per le vie del paese e che, ad ogni crocevia, celebrassero una cerimonia.

Molte persone dicevano di aver visto questa processione e che addirittura una donna avesse assistito alla messa dei morti che pare si celebrasse a mezzanotte. Rata, donna devota, avendo sentito suonare le campane della chiesa, si era recata a messa e lì si era accorta di non conoscere nessuno dei fedeli che stavano assistendo alla funzione.

Una di quelle anime, che in vita era stata la sua madrina, incontrando il suo sguardo sbigottito, le fece segno di andarsene prima che il prete alzasse l’Eucarestia, altrimenti sarebbe rimasta per sempre nel regno dei morti.

La donna, spaventata, si precipitò fuori dalla chiesa e mentre le porte stavano per chiudersi, il suo scialle restò impigliato nella porta della chiesa alle sue spalle. Il mattino seguente raccontò a tutti ciò che le era accaduto; alcuni, credendo che avesse sognato, andarono in chiesa dove, effettivamente, trovarono un lembo dello scialle ancora impigliato nella porta.

 

Trattasi di una leggenda molto popolare nel nostro salento. Ogni  scrittore (genius loci) l’ha adattata a suo piacimento per trasmetterla ai posteri, così come mi sono permessa di fare anche io.