Archivio | novembre 2015

Anna Nell’orto

anna nell'orto

anna nell’orto

ottimo raccolto

ottimo raccolto

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L’ORTO

L’Orto, ai miei tempi, era inteso come uno spazio lastricato con un battuto di cemento, con un cordolo di “piezzi” di tufi, che recintava uno spazio largo due~tre metri e largo per tutta l’ampiezza della cucina; dove si piantavano sia fiori che piante aromatiche utili alla cucina. Tutto intorno e sopra ai “piezzi” c’era un tripudio di vasi di terracotta, con gerani, garofani, zinnie, dalie, settembrini e ottobrini, e poi la ruta, il rosmarino, il basilico, il prezzemolo e quant’altro.

Ciò che occorreva alla cuoca di casa, come dice il proverbio, “l’erva ca vuleva cresce intr’allu uertu mia”, si poteva trovare in questo piccolo spazio. Perché vi dico questo? Sto andando fuori tema? Signornò, perché ora arriveremo a scoprire un sapore perduto, anzi due sapori perduti: l’uovo arrostito e la rusata.

Negli orti di tutte le case c’era il pollaio. Una piccola gabbia per tenere ed allevare tre o quattro galline, per avere ogni mattina l’uovo fresco.

L’uovo alla coque:

Si metteva l’uovo in un tegamino piccolo, io ho sempre usato quello per riscaldare il caffè; si metteva l’uovo nel tegamino e si copriva di acqua, lasciando una piccola parte di guscio scoperta.

Dal momento dell’ebollizione si dovevano contare tre o quattro minuti.

Trascorso questo tempo si spegneva il fornello, e si lasciava l’uovo ancora  qualche minuto nell’acqua.

Si scolava e si faceva raffreddare un po’ sotto il rubinetto.  Poi si metteva nell’apposito contenitore per l’uovo alla coque dalla parte verticale, e si rompeva il guscio superiore, fino a permettere l’introduzione di fettine di pane che andavano a raccogliere il contenuto dell’uovo.

La “rusata” era praticamente lo zabaione. Tale alimento era somministrato  ad ammalati in convalescenza, a bambini disappetenti e ad anziani defedati.

Si rompeva l’uovo, che doveva essere freschissimo, trattenendo solo il tuorlo, e la cosa richiedeva molta abilità, facendo cadere nel bicchiere il tuorlo privato di ogni traccia di albume. Si versava nel bicchiere col tuorlo due o tre cucchiaiate di zucchero e si batteva fortemente con la forchetta, fino a farlo diventare un composto omogeneo, denso, e altamente nutritivo e ricostituente.

Per eliminare le tracce olfattive tipiche dell’uovo crudo si aggiungeva qualche goccia di liquore, del tipo Marsala o Strega o altro liquido fortemente profumato.

Qualora non si allevassero delle galline, nell’orto, nell’angolo più remoto, si poteva trovare la fossa biologica, nella quale si conferivano le bucce della frutta, la parte eliminata della verdura, bucce di patate, e qualsiasi altra cosa organica.

Qui avveniva il compostaggio degli alimenti dando luogo, con il passare del tempo, ad un vero e proprio concime con il quale curare le piante, o eventuali alberi, o l’immancabile pergola, tanto cara ai nostri genitori.

Coloro che potevano usufruire di uno spazio maggiore nel loro orto vi impiantavano degli alberi da frutto, di quelli che non si sviluppavano molto. Tra questi non era raro trovare degli alberi di giuggiole, o le “melodde” piccole mele poco più grandi di una albicocca.

Tra le piante che ricordo dell’orto di mia madre, ricordo la pianta officinale della Ruta, una pianta che aveva potere medicamentoso, il cui odore pungente aveva il potere di far fuggire i vermi… ooops! Volevo dire, le tenie, che disturbavano le funzioni intestinali del bambini cannaruti!

Oggi, chi ha ancora la fortuna di abitare nelle case basse del sud e di disporre di un fazzoletto di terra, si ingegna nella coltivazione di funghi del tipo Prataiolo o Champignon, la cui produzione è facile e gratificante…e di grande resa…come dalle immagini che mi pregio di offrirvi.

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Questa voce è stata pubblicata il novembre 1, 2015, in varie. 1 Commento